"Made in Japan", l’essenza del rock

Sono passati più di 40 anni da quando i Deep Purple inciseso "Made in Japan". Ma resta sempre un gran disco

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Made in Japan
dei Deep Purple (Emi)

Voto: 9


Riascoltarlo oggi, a distanza di oltre quarant’anni, fa davvero impressione, ma in senso positivo. I cinque Purple sciorinano un rock magistrale, a dimostrazione e celebrazione del talento, della colossale cultura musicale e della creatività di ciascuno di loro, in canzoni ormai entrate nella storia della musica rock. Un groove epico, fatto di blues, R’n’B, rock, soul e un po’ di psichedelia tritati e macinati in un sound collettivo esplosivo, pervade tutti i brani dell’album senza soluzione di continuità. Giganteggiano, ovviamente, la voce di Ian Gillan e la chitarra di Ritchie Blackmore, affiancati da un organista di gusto e tecnica sopraffina quale il mai abbastanza compianto Jon Lord, e sostenuti da una ritmica precisa e possente formata dal batterista Ian “La Mano Sinistra di Dio” Paice e dal bassista, cantante e compositore Roger Glover.
Deep_Purple_-_Made_In_japan-frontI brani, tutti arcinoti, brillano ancor di più che nelle già ottime versioni di studio; esclusività, questa, tipica dei grandi. E le cose migliori non stanno nei primi cinque brani dell’album, ma negli ultimi due: nei quasi undici minuti di Lazy, che nasce come sofisticato R’n’B per poi decollare e chiudere in un rock travolgente dove a tratti compare anche un’armonica a bocca (Gillan, I suppose…), e nei diciannove e passa minuti di (mai titolo di una canzone fu più indovinato) Space truckin’ , originariamente uscita come singolo di Machine head e di durata di minuti 4 e secondi 35, vera e propria -e fantastica- jam session sul palco. Certo, sono diventate più famose le prime cinque canzoni dell’album, sicuramente più “facili” e meno ostiche all’ascolto. Ma il meglio dei Deep Purple (non solo di quest’album) sta proprio in questi due brani. Sempre sul palco, Blackmore e Gillan presto avrebbero cominciato a randellarsi per questioni di ego e presenza, sbiellando così l’equilibrio di quel magnifico motore da auto di formula uno musicale che era la band. E non furono né i primi né gli ultimi.
Album assolutamente da recuperare e ascoltare, soprattutto per i più giovani. La migliore educazione sentimentale al rock che si possa immaginare, per un neofita ma anche no.

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Fulvio Bacci è nato, vive e lavora a Milano. È appassionato di storia, in particolare medioevo, e musica, cinema, lettura, basket, rugby, Irlanda e Scozia. Canta nella rock band milanese Minshara. Non è sposato e non ha figli. Si diletta di scrittura ma proprio perché non ha niente di meglio da fare. Fumatore accanito. Non ha soprannomi tranne “Ginocchio”. Ha amici molto spiritosi.

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