Morte di un uomo felice

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morte diNitido e attraversato da accensioni liriche come lampi di luce, “Morte di un uomo felice” di Giorgio Fontana è la conferma di uno scrittore vero. Di non comune maturità e pienezza psicologica, civile ed etico insieme, concreto e metafisico. Con personaggi tra i più belli e riusciti di questi anni (il protagonista Giacomo Colnaghi, ma anche la madre Lucia con il suo laconico e scabro dialetto varesotto), con una Milano operaia e periferica vera e struggente (il Casoretto della banda Bellini e dei ragazzi Fausto e Iaio uccisi dai fascisti, con i suoi circoli Arci e le sue rimesse dei tram a un tiro di schioppo dalla più leziosa casa di ringhiera di Francesco Recami), con un interrogarsi sui nostri anni più tragici e, assieme, sul senso profondo del vivere e del giudicare.

Giacomo Colnaghi è giudice per mestiere e per scelta. Per vocazione, in molti gli ripetono che avrebbe dovuto fare il prete. Trentasette anni, volto invecchiato e corpo magro da adolescente, indaga sul terrorismo rosso e sull’assassinio di un politico democristiano. Riesce a catturare l’autore dell’omicidio, verrà assassinato a sua volta davanti a casa.

Profondamente cattolico, di una fede intensa e intima, quasi luterana, che accetta pochi intermediari nel suo rapporto con la divinità (il fastidio per processioni e feste religiose: si vedano le pagine sulla visita alla vedova Vissani e sulla statua di san Calogero) ed è alimentata da un’ininterrotta ricerca di senso, Colnaghi è un personaggio complesso e non privo di zone d’ombra. Ed è, allo stesso tempo, l’uomo felice che dà il titolo al romanzo. Felice perché fa quello che ha scelto di fare.

Un “cattolico di sinistra”, si sarebbe detto un tempo (molto bello il ricordo del Circolo Perini nella periferia operaia di Quarto Oggiaro frequentato da Colnaghi in gioventù, che è stato una realtà vera e viva, presa di mira sia dai fascisti sia dai brigatisti). E un uomo d’ordine.

Felice di servire lo stato. Per lui, la legge è la tutela dei più fragili e dei più indifesi dall’arbitrio.

Di umili origini. È nato a Saronno, figlio di un tornitore della Bertarelli, diventato partigiano e comunista a poco più di vent’anni e morto per mano fascista, cresciuto dalla madre cucitrice nell’orrenda famiglia materna di cattolici conservatori e traffichini che mai hanno perdonato al padre la sua ribellione.

Il confronto con il padre mai conosciuto e latore di un messaggio estremo impregna il romanzo, che ricostruisce e confronta le ragioni della Resistenza nel saronnese con quelle dei terroristi. La condanna è netta: i brigatisti non sono i nuovi partigiani. Il dialogo muto con il padre non è soltanto storico e politico ma esistenziale: gli uomini, quando si fanno carico del mondo, sono in qualche modo perduti per la famiglia, è così per il figlio come fu per il padre. L’aspirazione a capire le ragioni di chi sta dalla parte del torto, infine: per il giudice Colnaghi l’ascolto, l’interrogazione, conta quanto il giudizio, e impedisce che la giustizia sia soltanto arida contabilità delle pene.

Tutti i grandi libri (questo lo è) si portano dietro altri libri: qui è il “Diario di un giudice” di Dante Troisi, che Colnaghi legge nei momenti di tregua.

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Bartleby
Bartleby scrive da sempre, non solo per Spettakolo! e non solo di libri (e film, politica, ideologia, tecnologia e altro): quindi potrebbe essere lo scrivano di cui parlava Herman Melville in quel racconto omonimo, dove Bartleby -richiesto di prestazioni a lui non gradite- semplicemente rispondeva preferisco (preferirei, avrei preferenza) di no . Ma con noi è sempre disponibile...