La vera storia del Sinàn Capudàn Pascià di De Andrè

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Storicamente, oltre che musicalmente parlando (grazie Mauro Pagani),

il lavoro svolto da De Andrè per Sinan Capudàn Pascià è ineccepibile. La canzone narra, in toni di vulgata, della vicenda realmente avvenuta e del personaggio realmente esistito di Sinan Capudàn Pascià. Sicuramente non l’unico a sapersi cimentare nell’arte dell’opportunismo almeno per quel che riguarda la versione di Faber ma, santo cielo: al di là di ogni considerazione e implicazione morale, bisogna anche considerare che cosa può passare nella testa di un bambino (perché tale era, quando si convertì dopo essere stato catturato dagli ottomani anni prima, durante la battaglia di Gerba) messo di fronte all’alternativa di conversione (ossia abiura del cristianesimo e conversione all’islam, con conseguente entrata nel corpo speciale dei giannizzeri) o morte. E vorrei vedere come reagirebbe chiunque altro, messo nelle sue stesse condizioni. Scipione Cicala, perché questo è il vero nome del nostro, andò comunque ben oltre il corpo dei giannizzeri: prima divenne silahtar, ossia guardia del corpo personale del Sultano Solimano il Magnifico, poi ağa, ossia comandante in capo del corpo stesso dei giannizzeri, dal 1575 al 1578. Nel 1583 diventò beylerbey, ossia governatore generale, della città di Van, e infine Visir della fortezza armena di Erevan. E tanto lottò e vinse ancora per l’Impero Ottomano al punto che, nel 1590, fu nominato Kapudanpaşa, vale a dire Grand’Ammiraglio della flotta Ottomana (il termine Kapudan, reso talvolta in italiano come Capuàn di Mare, deriva dall’italiano capitano). È a questo punto che aggiunse al suo titolo la denominazione di Sinan, cioè “genovese” (dal nome ottomano di Genova, Sina, derivato direttamente da Zena -ricordiamo che la colonia genovese a Costantinopoli era molto antica, insediata nel quartiere di Galata), che dovrebbe testimoniare senza alcun dubbio le sue vere origini. Le sue maggiori doti, checché se ne possa pensare, erano militari. Condusse come corsaro la flotta ottomana in più ondate contro la Calabria tra il 1594 e il 1595; Soverato, Cirò Marina e la stessa Reggio vennero messe a ferro e fuoco. Fu Gran Visir, ma solo per quaranta giorni in quanto troppo duro con gli stessi soldati Ottomani e i Tartari di Crimea, cosa che gli costò il posto ma non la testa. Morì nel 1605 durante una ritirata di una delle tante battaglie delle guerre tra gli Ottomani e i Persiani dell’epoca. Da Cağaloğlu, uno dei nomi turchi di Scipione Cicala, prese nome un intero quartiere di İstanbul che ancora si chiama così ai nostri giorni. Il quartiere è stato noto per essere una sorta di Fleet Street, essendo sede di molti giornali e pubblicazioni e quindi “cuore della stampa”. Scipione Cicala vi si era costruito un palazzo e un bagno turco (hammam), che fu ricostruito nel 1741. Ancora oggi lo si può ammirare.
Un personaggio, Sinàn, dunque non proprio conforme all’opportunista che De Andrè ci ha proposto. Sicuramente un prodotto dei suoi tempi, visto che casi simili di conversione forzata erano abbastanza comuni, all’epoca; il predecessore di Sinàn Capudàn Pascià come Grande Ammiraglio della flotta Ottomana, era tale Khayr al-Din, meglio noto come il pirata Barbarossa, l’uomo che fece del Mar Mediterraneo un lago turco all’inizio del XVI secolo. Greco. Di Mitilene. E così Ibrahim, primo Gran Visir sempre dell’epoca di Solimano il Magnifico, nativo di Parga, allora Albania ma attuale Grecia. Giusto per dire.

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Fulvio Bacci
Fulvio Bacci è nato, vive e lavora a Milano. È appassionato di storia, in particolare medioevo, e musica, cinema, lettura, basket, rugby, Irlanda e Scozia. Canta nella rock band milanese Minshara. Non è sposato e non ha figli. Si diletta di scrittura ma proprio perché non ha niente di meglio da fare. Fumatore accanito. Non ha soprannomi tranne "Ginocchio". Ha amici molto spiritosi.