Expat mon amour

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Mi sono trasferita a Hong Kong, da Milano, quasi due anni fa. Come expat (modo chic per dire espatriata, migrante, immigrata) qui sono davvero una dilettante, cioè una che arriva direttamente dall’Italia senza aver precedentemente vissuto come minimo due/tre anni in altri tre/quattro Paesi diversi, dall’Australia alla Thailandia e Singapore, il Canada, gli Stati Uniti. Vivere per lungo tempo a cavallo di diverse culture è la caratteristica comune degli expat di lungo corso, che mi piacciono da morire, e non solo perché molti di loro sono in grado di allestire fantastiche cene multietniche e di riconoscere una seta farlocca da una vera in un batter d’occhio. Di questi migranti di lusso, che vivono in una condizione sociale di assoluto privilegio (che, va detto, riconoscono senza problemi) mi piace il pensiero crossover, che lascia spazio a una positiva costruttività cui non ero più abituata. Quando mi capita di vedere gli amici della comunità italiana e le discussioni variano dall’immancabile politica al regime fiscale (argomento delicatissimo fonte di grandi litigi) fino al ristorante dove si mangia la migliore anatra alla Pechinese di Hong Kong – il cibo è sempre, comunque, uno degli argomenti preferiti dagli italiani nel mondo, qualcosa di ancestrale da cui non ci si affranca mai, come una canzone di Baglioni – i luoghi comuni si azzerano. È come se le esperienze accumulate nel corso degli anni, l’assorbimento di culture così profondamente differenti conducano a una sorta di libero pensiero privo del vizio di forma, di giudizio, sovrastrutture. Ed è qualcosa di profondo, è il prodotto di una trasformazione radicale del modo di agire, di pensare lo Stato, la comunità, il tempo e le miserie altrui. Inoltre, fuori dal mai rimpianto paese natío (in pochi vorrebbero tornare a casa), l’italiano medio diventa un principino: civile, rispettoso delle regole fino quasi alla delazione, rigoroso, politically correct .. “insomma vorrai mica non pagare le tasse che qui stanno al 15%?”. Dell’Italia, che si vive principalmente da turisti, si vedono solo i pregi (“c’hai presente il mare della Sardegna?”), mentre i difetti, piccoli, medi, grandi sono stati abilmente rimossi o comunque temporaneamente allontanati. Di fronte a queste buffe esibizioni di ritrovate virtù non posso fare a meno di pensare che basterebbe anche solo la metà del senso civico, del comportamento etico, del rispetto delle regole per rendere il “Mare della Sardegna” un posto migliore. Da parte mia giuro che se e quando tornerò a Milano non parcheggerò mai più in seconda fila.

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Lucia Esther Maruzzelli
Milanese, mamma, meteoropatica, ha vissuto più di 10 anni a Bologna, lavorando per quotidiani, settimanali e mensili. Ritorna a Milano chiamata dalla Rizzoli ad Amica, dove ha presidiato la redazione attualità per 13 lunghi anni. 24 mesi fa, in una sera di plenilunio, la sua dolce metà le chiede: “ti piace la Cina?”. Nel giro di sei mesi si trasferisce con tutta la famiglia a Hong Kong, dove vive al 36esimo piano di un elegante grattacielo con vista mozzafiato sul porto, e non è affatto male. Appagata da una temperatura che non scende sotto i 10 gradi, ha riscoperto il piacere di scrivere e ha fondato con l’amica e collega Valentina Giannella l’agenzia giornalistica e fotogiornalistica Mind the Gap Hong Kong (www.mindthegaphk.com), che produce servizi dal Far East per giornali locali e internazionali. Di Hong Kong le piace praticamente quasi tutto, i lussuosi mall spaesanti, le vie puzzolenti, il Dim Sum ed è felice di avere scoperto una città tanto diversa dagli stereotipi. Una megalopoli di verde, spiagge e cemento che racconta nel blog Hong Kong Post.