Il ritorno di uno dei Gomez

Probabilmente se diciamo Ben Ottewell nessuno sa chi è. Ma se aggiungiamo che era uno dei tre cantanti dei Gomez, forse se lo ricordano in molti

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Rattlebag
di Ben Ottewell
(A.D.A./Cooking Vinyl)
Voto 8


Cominciamo con il dire che se nessuno sapesse chi è Ben Ottewell questo splendido disco non se lo filerebbe nessuno. Il problema insorge quando chiedendo in giro chi è Ben Ottewell quasi nessuno lo sa, fate la prova. Allora bisogna dire Gomez, specie a quelli che girano sui 45/50 e allora qualche lampadina si accende: ‘spetta, i Gomez, sì quelli che erano venuti fuori negli anni d’oro del britpop e che con il genere non c’entrano niente, quelli che avevano tre cantanti e che poi piano piano son spariti e poi riapparsi e poi…
ATOZ_JKTAllora, Ben Ottewell dei tre cantanti era quello con la voce cartavetrata, a metà strada tra Tom Waits e Eddie Vedder e, a vederlo, pareva invece più uno uscito dai Turtles, con i suoi occhiali con la montatura spessa ed il fisico che la succitata generazione adesso, più o meno si ritrova se non passa tre quarti della vita in palestra.
Sì, ma la musica? Dicevo all’inizio che l’album è splendido perché, innanzitutto, è completamente anacronistico, addirittura potrebbe essere uscito anni fa oppure potrebbe uscire tra un secolo, non ci sarebbe alcuna differenza, trattasi di musica allo stato puro, canzoni con una spiccatissima predilezione per l’anima e, in questo caso, l’anima di una certa America rurale con forti influenze gospel. È quindi il caso di aggirare l’ostacolo e voltarsi dall’altra parte? Assolutamente no, le undici canzoni di Rattlebag (più qualche bonus live) sono la perfetta sintesi di un artista che, infischiandosene di trend e mode, compone canta & suona come se fosse posseduto da un artista del Delta e quindi merita ripetuti ascolti e l’acquisto. L’anomalia è che è inglesissimo, a dimostrare la sconfinata potenza della musica.

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Marcello Valeri
Marcello Valeri nasce verso la fine del 1963, anno che vide la morte di Kennedy nella versione di Oliver Stone e la nascita dei Beatles. Influenzato dai fattori sopra citati sin da piccolo dimostra una spiccata tendenza al ballo interrotta solo da rovinosa caduta della partner con conseguente pianto a dirotto, episodio che lo dirotterà per sempre all’ascolto immobile di qualsiasi tipo di musica. Comincia a scrivere di musica nei primi anni 80 su Rockerilla, per poi passare a Rumore, Pulp e poi Blow Up ma insoddisfatto del meccanismo “tu manda che se piace si pubblica – ovvero scrivi bene di qualsiasi disco anche se fa schifo” cessa negli anni 90 ogni pubblicazione cartacea e preferisce dedicare le sue prose all’amico Gian sul sito di Disco Club per approdare a nuovi lidi (si spera). In mezzo lavora da trent’anni nel sociale e si arrabatta per arrivare a fine mese, specie il 20, quando prende lo stipendio che in genere gli dura tre giorni, come gli argentini di Fossati. Da un anno circa ha un programma su web radio che si intitola Freak show.