Esecuzioni a distanza. Langewiesche prima di American Sniper

La guerra da lontano, la morte da lontano. La guerra del cecchino, la guerra del drone. Due reportage perfetti, senza una parola di troppo

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William Langewiesche Esecuzioni a distanza, Adelphi


7bee515293e41be68b075c77f2f75ad8_w190_h_mw_mhLa guerra da lontano, la morte da lontano. La guerra del cecchino, la guerra del drone. Due reportage perfetti, senza una parola di troppo (li ha pubblicati Vanity Fair americano prima che finissero in questo libretto tradotto da Matteo Codignola). Nel primo è di scena Russ Crane –non è il suo vero nome-, tiratore scelto della Guardia Nazionale che è stato in Iraq e in Afghanistan. «Una persona seria che fa un lavoro serio, dal quale sono tuttavia attratti megalomani e psicopatici. Crane lo sa, e sa anche dove si nascondono: nelle fiere delle armi, nei poligoni di tiro, nei recessi di Internet consacrati alla pornografia militare». Lui uccide perché è un manicheo americano “with God on his side”: esistono i buoni e i malvagi, «e credo che Dio abbia mandato sulla Terra altre persone capaci di ucciderle, così che il mondo possa vivere in pace». Un manicheo, un conservatore. Non un fanatico. A uccidere non prova gusto, piuttosto il sentimento impersonale, non alieno dall’angoscia, di chi fa bene il proprio lavoro. Ha avuto il suo “marchio di Caino” quand’era poliziotto, uccidendo a distanza una psicopatica che stava per sparare addosso ai poliziotti. E sa che il compito del tiratore scelto, a volte, è quello di non tirare. In Afghanistan, spiega, ogni persona inquadrata dal sofisticatissimo mirino (Crane usa un fucile che colpisce fino a 700 metri di distanza: non vede in faccia il nemico, al massimo vede nuvolette rosa, sbuffi di sangue contro le rocce) può essere sospetta. Ma forse è solo un contadino, che magari diventerà talebano da morto. In guerra il cecchino è statisticamente irrilevante. Nelle missioni e negli scontri frontali è invece decisivo: incute terrore, disorienta il nemico e ne spezza la determinazione. E compensa il fatto che, nei corpo a corpo, i soldati non sparino quasi mai (questo particolare, ampiamente raccontato, è uno dei punti più belli del reportage). Per niente eroico (in borghese, Crane veste in bermuda, t-shirt e berrettuccio da baseball), non troppo amato dai commilitoni, il cecchino è condannato alla solitudine in guerra e in pace (vive in una casa sperduta nella campagna di Austin). E quando si presenterà a Dio gli chiederà una cosa: «Giovane, hai creato un sacco di posti fantastici, il Wyoming, il Montana, persino la Svizzera. Guardati in giro, giovane. Scusa, ma la Bibbia dovevi proprio ambientarla in Medio Oriente?».

Ancora più estrema la solitudine dei piloti dei droni Predator, quelli che hanno intercettato Osama bin Laden. Questi aerei che sono il futuro della guerra volano nei cieli dell’Afghanistan e chi li comanda sta seduto a migliaia di chilometri di distanza, nella base di Holloman vicino ad Alamogordo, New Mexico. Pilotare, qui, assomiglia allo stesso tempo a una routine burocratica e a una partita di videogame. Fotografare, intercettare, girare informazioni agli aerei veri, e in qualche caso lasciare partire il missile a puntamento laser. Ma i droni sono ancora troppo vulnerabili e fonte di altissimi errori umani (più di 700 vittime civili “ammesse” in Afghanistan): vanno bene tra quelle montagne, dove il nemico a terra è privo della tecnologia che può contrastarli, altrove no (in Kosovo, nel 1999, 25 dei 27 aerei occidentali abbattuti erano droni). In futuro devono diventare robot autonomi, capaci di prendere decisioni elettroniche istantanee. «Dovrebbero anche diventare piccoli, invisibili e a basso costo: per un’arma che si intende impiegare a stormi, il fattore perdite si dovrà poter considerare irrilevante». Così in America sperimentano droni miniaturizzati, in qualche caso piccoli come insetti. «Ci avviciniamo rapidamente a un futuro di guerra robottizzata, in cui saranno le macchine a scegliere di uccidere. Ed è un futuro prossimo. Quando arriverà, dovremo però chiederci che specie siamo diventati. E cosa ci facciamo, sulla Terra».

Uno scenario di alienazione e di solitudine agghiacciante. Un gotico americano più inquietante del dipinto di William Gaddis e di tutto Edward Hopper. William Langewiesche (da leggere anche American ground, Terrore dal mare, Il bazar atomico e Regole d’ingaggio) è un narratore di strepitosa bravura. Molto superiore a certi celebrati Pulitzer, a certi sopravvalutati Franzen. (2011)

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Bartleby
Bartleby scrive da sempre, non solo per Spettakolo! e non solo di libri (e film, politica, ideologia, tecnologia e altro): quindi potrebbe essere lo scrivano di cui parlava Herman Melville in quel racconto omonimo, dove Bartleby -richiesto di prestazioni a lui non gradite- semplicemente rispondeva preferisco (preferirei, avrei preferenza) di no . Ma con noi è sempre disponibile...