Il sublime casino di The Pop Group

La band di Mark Stewart torna dopo 35 anni di assenza. Ma è valsa la pena aspettare. Attenzione, però: è un disco per chi ama l'underground. Quello più rude

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Citizen zombie
di The Pop Group
Voto: 9


Certo che trentacinque anni di attesa per un disco possono produrre almeno due risultati: capolavoro o completa sòla. Il Pop Group è tornato. Punto. Mark Stewart è l’uomo senza il quale non ci sarebbe stato Nick Cave, documentarsi per verificare. Dal Pop sono nati i Pigbag, i Maximum Joy, i Rip, Rig + Panic (in cui cantava una giovanissima Neneh Chery), i Float Up CP, gli Head… insomma, spore pericolose di rivoluzione funk, dub e chippiùnehapùnemetta.
E poi quel nome che era tutto un contro programma, Pop Group, che di pop non aveva proprio una benemerita ma che invece richiamava un preciso programma politico di assalto sonoro e verbale.
The_Pop_Group_Citizen_Zombie-400x379Citizen zombie presenta undici proclami validi dove tutto il passato trova una perfetta coniugazione con il futuro, dove tutte le esperienze dei singoli membri realizzano una chimica sintesi perfetta, immacolata nella sua meravigliosa sporcizia.
Si ascoltino, in disordine sparso, le danze con simil steel drum del singolone Mad truth o le declinazioni proto punk di Box n°9, il dub (ancora) profondissimo della title track Citizen zombie, l’anthemica S.O.P.H.I.A e la sublime bellezza della conclusiva Echelon, la musica più triste del mondo suonata in una dance hall posseduta, ergo, per il sottoscritto vale la due: capolavoro.
Scrisse un amico «una caciarata mai sentita, sembran i fratelli scemi di Bowie» e qual miglior recensione potrei quindi scrivere io se non che il casino mi piace un casino?

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Marcello Valeri
Marcello Valeri nasce verso la fine del 1963, anno che vide la morte di Kennedy nella versione di Oliver Stone e la nascita dei Beatles. Influenzato dai fattori sopra citati sin da piccolo dimostra una spiccata tendenza al ballo interrotta solo da rovinosa caduta della partner con conseguente pianto a dirotto, episodio che lo dirotterà per sempre all’ascolto immobile di qualsiasi tipo di musica. Comincia a scrivere di musica nei primi anni 80 su Rockerilla, per poi passare a Rumore, Pulp e poi Blow Up ma insoddisfatto del meccanismo “tu manda che se piace si pubblica – ovvero scrivi bene di qualsiasi disco anche se fa schifo” cessa negli anni 90 ogni pubblicazione cartacea e preferisce dedicare le sue prose all’amico Gian sul sito di Disco Club per approdare a nuovi lidi (si spera). In mezzo lavora da trent’anni nel sociale e si arrabatta per arrivare a fine mese, specie il 20, quando prende lo stipendio che in genere gli dura tre giorni, come gli argentini di Fossati. Da un anno circa ha un programma su web radio che si intitola Freak show.