androide Mirna io sì ti ho inventata

ma oggi io voglio dirti le cose

dal lato amaro e così saprai

vorrei aiutarti a tornare lontano.

“androide Mirna”, gianCarlo Onorato

 

Nel mito, lo scultore Pigmalione scolpisce la sua statua.

Al termine guarda ciò che ha raffigurato e capisce che è la sua amata ideale. Siccome una donna che sia come lei al mondo non esiste, è colto dalla disperazione.

Potrebbe andare alla sua ricerca perché, riflette, se l’arte è rappresentazione della realtà, allora forse, se esistesse un regno al quale attingiamo le idee per poi riportarle a noi sotto forma di opere, come ipotizza Platone, può darsi che quel regno sia il deposito aureo del meglio che poi, in un dato momento, si incarni nella realtà.

Nick Cave canta “Are you the one that I’ve been waiting for?”, e lo canta con la struggente malinconia verso qualcuno a lungo desiderato e mai giunto, fino al momento improvviso in cui il cantore se la vede davanti agli occhi.

Pare che il pensiero e l’arte siano pilotati dall’esistente, sempre e comunque, e che la creatività non sia altro che uno specchio sbiadito della realtà.

L’ipotesi che l’arte sia figlia impotente del reale deprime l’idea stessa di arte, ma senz’altro potenzia la speranza che ciò che desideriamo debba poter esistere.

Nella pellicola sublime e spaventosa “Solaris” di Andrej Tarkovskij, il personale di una stazione spaziale in missione viene colto da un misterioso morbo che porta chiunque a ricreare nella realtà ciò che ha pensato o desiderato, sia esso meraviglioso o orribile, in un gioco di rimandi tra verità e pensiero.

Se l’arte è rappresentazione, e noi come artisti o come discepoli scopriamo d’essere all’altezza dell’opera nell’istante in cui sentiamo di entrarvi, e nello stesso tempo avvertiamo che essa entra in noi, rimane il fatto che la materia di cui siamo fatti, ci distanzia sempre di almeno un passo da ciò che sentiamo di meritare, e questo passo può essere incommensurabile. Vasto al punto da non potersi mai compiere.

Potremmo vivere accanto al fantasma d’amore che abbiamo sempre desiderato senza mai poterlo avere.

Potrebbe darsi che esso sia lì, costantemente a fianco a noi, come gli angeli compassionevoli descritti da Wenders in “Il cielo sopra Berlino”, entità che ci osservano, amandoci in silenzio, tentando di indicarci sensibilmente, impercettibilmente cose che non sappiamo venire da quel regno.

Ma senza che un contatto possa mai avvenire.

Perciò nel mito, Pigmalione, prega la dea Afrodite che la sua opera si trasformi in donna, Galatea.

E nella storia questa meraviglia accade: lei apre la bocca, respira, si muove e lo ama.

Nella realtà invece l’artista rimane vedovo di tale amore. Benché lui ne è il creatore, il desiderante attore che dal niente della materia conferisce fluido di grazia a una cosa, riuscendo ad innamorarsene come della parte più recondita e seducente di se stesso, proprio lui non potrà averla.

L’opera rimarrà per sempre fantasma di un mondo amato e senza tempo, ma privo di respiro.

Se l’arte è irraggiungibile, ogni amore è amore per se stessi.

fantasma d'amore film
Romy Schneider in una sequenza del film “Fantasma d’amore” di Dino Risi, 1981
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gianCarlo Onorato
Musicista e scrittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), Io sono l’angelo (1998), Falene (2004), Sangue bianco (2010, Premio Giacosa 2012); ExLive con Cristiano Godano (2014); ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), ex - semi di musica vivifica (2013). Centinaia di concerti alle spalle e un nuovo disco e un nuovo romanzo nel prossimo futuro.
  • Truemmerfrau

    Domanda: l’artista è sempre vedovo, oppure a volte non sa riconoscere
    “l’angelo” che gli si materializza accanto e non potrà fare altro che
    piangerlo per averlo perso? Come Milosz, che ricorda la prima donna che
    amò prima di lasciare la Lituania, la quale comprese il suo genio
    poetico e lo spinse ad andare via da là, a studiare? A distanza di anni
    si rese conto dell grandezza del suo gesto e non gli restò che
    ricordarla, nel rimpianto di quello che non poteva più essere. Questo
    episodio, mi spinge al ragionamento che segue. Ma non sarà che
    l’artista, quando diventa consapevole di esserlo, non è innamorato di
    ciò che crea, ma del Creare? E che si innamora della sua creatura quando
    vede che è così bella da desiderare che sia vera perchè ciò che ha
    generato rispecchia la perfezione con cui era stata pensata nep processo
    creativo? Oppure si innamora della donna che lo ispira, perchè sente in
    sè, più chiaramente, il fermento del processo e lei finisce per essere ”
    il tramite” attraverso cui lui può arrivare alla creazione?

  • Truemmerfrau

    Buonasera gianCarlo, ripercorrendo le immagini che proponi a proposito di “Androide Mirna”, mi sono risoffermata sulla tua dichiarazione di “vedovanza” e sul film con cui è stato scelto di chiudere questo post. Non avevo mai considerato il risultato del processo creativo come qualcosa che lascia l’artista privato di qualcosa in modo inesorabile. Ma, poi, andando a rivedere da dove nascono le Muse, che nell’antichità greca e romana ispiravano gli artisti, ho riscoperto che la loro madre è Mnemosine, la memoria. Figlia del Cielo e della Terra, dopo essere stata nove notti consecutive con Zeus, partorì poi le nove bambine. Queste divinità che rappresentano l’espressione artistica avrebbero origine anche dalla memoria… allora l’artista si confronta continuamente con il ricordo come accade al protagonista del film di Dino Risi… eppure, personalmente, ritengo che, nonostante tutto, se l’artista desiderasse solo ciò che ha creato, cesserebbe di essere un artista, perchè il loro padre è Zeus. Il dio che prima di essere il re degli Dei, protetto da sua madre Rea, che gli evitò di essere il pasto del padre, dovette poi lottare contro il padre Crono e ucciderlo per poter vivere e per riportare in vita i suoi fratelli e sorelle. Posso solo immaginare come un artista viva forze anche contrastanti in sè e si confronti con il desiderio di dare vita a ciò che sente dentro, nella memoria di un percorso già vissuto, ma sempre ispirato da un afflato divino. Per questo solo lui potrà conoscere e sentire la vita di un’opera che prende forma e che arriverà a compimento per andare nel mondo. Se non se ne separasse, non ci sarebbe la nascita, e, quindi, nemmeno la vita dell’opera, tantomeno il ricordo. L’antidoto è la rinuncia a creare?