Grand (Budapest) Hotel sull’abisso

Il Mondo di ieri, raccontato dalle buffe ossessioni del più estetico regista di oggi

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Un altro film da recuperare, dalla classifica dei Best Actor Snubs, ovvero: gli attori principali che non sono stati presi in considerazione per la nomination all’Oscar

In che scaffale possiamo  mettere i film di Wes Anderson (Rushmore, I Tenenbaum, Le avventure acquatiche di Steve Zissou, Il treno per Darjeeling, Fantastic Mr Fox, Moonrise Kingdom) alla luce di questo Grand Budapest Hotel? In libreria accanto agli  Adelphi? In un una teca con insetti e farfalle? In una raccolta di stampe tra Escher e Piranesi? In un gabinetto della meraviglie pieno di finti mostri di cera? Nel cinema quantistico? In un catalogazione di Pantone? Nell’Archeologia del sapere di Foucault? Grand Budapest Hotel ambienta in un paese mitteleruropeo da operetta secondo Hollywood la storia di un concierge d’hotel gaio e amante di dame molto sopra gli anta, che ha vissuto più vite del barista di Irma la dolce, è l’ultimo narratore del Mondo di ieri (è direttamente ispirato alla vita di Stefan Zweig) e riesce a fare il profugo, il prigioniero, il ladro, il rivoluzionario, il maestro di cerimonie e persino l’eroe su un palcoscenico simmetrico e colorato all’ossessione, fitto di principesse in esilio, dittatori, ufficiali dandy, fattorini, cospiratori, frontiere che si sbriciolano e nazionalità che si fondono sempre in tensione -ma in ordine ossessivo-  in attesa dell’Ultima Guerra Definitiva. Insomma quell’operetta dell’orrore piena di giri di valzer su un pavimento di sangue che è la storia del ‘900. Che raccontata così, qui, fa anche sorridere con malinconia, stupisce e allena il cervello. Il formato della pellicola segue le ossessioni della trama tragicomica e cambia tre volte come cambiò nel tempo il modo di proiettare i film, soprattutto in un’Europa elegante e triste che divenne come un gigantesco hotel pieno di stanze, dove in ogni stanza qualcuno aspettava armato che  si scatenasse l’inferno, sì, ma con un certo senso estetico.

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Marco Bacci
Marco Bacci scrive di cinema, tecnologia e libri. Ogni tanto scrive romanzi. È un ex di molti lavori