la sindrome

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Patty Hearst

A diciannove anni Patricia diviene vittima di un sequestro che la costringe a rimanere per lunghi mesi ostaggio dei sequestratori.

Siamo nel 1974, il mondo è una cosa diversa fin nelle teste e nei sentimenti delle persone, rispetto a ciò che è oggi. I suoi rapitori appartengono a un’organizzazione di combattenti che lotta per le ingiustizie sociali e che intende ridistribuire ricchezza ai poveri. Lei è nipote di uno dei più fortunati imprenditori d’America.

Dopo qualche tempo e molti soldi versati in favore dei bisognosi, i genitori ricevono una registrazione su nastro in cui la ragazza spiega di avere avuto la possibilità di scegliere tra l’essere liberata subito e il restare per contribuire alla causa.

La sua breve comunicazione contenuta nel nastro passerà alla storia della psicologia: in poche parole asciutte e inequivocabili, Patricia affermava di volere restare con i combattenti.

Il suo spettacolare e rapido rovesciamento di ruoli, prima ricca privilegiata vittima di un sopruso, quindi appassionata protagonista di una dura lotta di classe, è qualcosa che stupisce il mondo intero.

Il filosofo Jankélévitch nel suo ficcante “Trattato delle virtù”, dice chiaramente che eroe non è colui che sposa una causa di giustizia, bensì colui che, riconosciuto un diritto, si impegna per la sua affermazione, anche se tale affermazione va contro i suoi stessi interessi.

Era facile concludere a tutta prima che la ragazza fosse stata plagiata o costretta dai suoi carcerieri.

Ma Patricia nei mesi a seguire si impegnò talmente in una fervida attività accanto ai suoi ex-rapitori, da mostrare persino disinvoltura nella partecipazione ad alcune rapine in banca.

Fotografata con il mitra in braccio, lo sguardo duro e un trench nero durante l’assalto a un istituto bancario, fecero scalpore quelle immagini mosse della ex fortunata fanciulla destinata a un futuro di ricchezza e privilegi, e ora del tutto a proprio agio in azioni rischiose vestita da guerrigliera.

La storia di Patricia Campbell Hearst ci dice qualcosa sulle contorte e affascinanti vie attraverso le quali sappiamo trovare il modo di esprimere noi stessi.

Nel suo come in altri celebri casi, fu scomodata la controversa e delicata Sindrome di Stoccolma, così chiamata per un precedente clamoroso caso accaduto nel 1973 nel carcere di Stoccolma, sfociato in una speciale sintonia tra sequestratore e sequestrati.

Si tratterebbe di una sottile distorsione della personalità che per reazione allo stress porterebbe le vittime di un sequestro a simpatizzare e infine a solidarizzare con i propri carnefici.

In certi casi si spingerebbe sino all’innamoramento.

Non è mai stato sciolto il dubbio se nel caso di Patricia Hearst sia da scomodare tale sindrome, o si sia trattato di una reale presa d’atto delle disparità alle quali la giovane avesse voluto porre rimedio proprio perché privilegiata appartenente alla categoria dei potenti.

Quello che è certo, è che il rapporto tra vittima e carnefice è complesso.

Esso smuove probabilmente uno sciame di immagini che ciascuno di noi cela di se stesso, offrendo in certi casi la rara opportunità di farci cambiare punti di vista, e vita, in modo totale e deliberato.

Non sarei convinto del fatto che certi comportamenti siano necessariamente da addebitare al forte trauma del sequestro.

A me basta immaginare che sentimenti e coscienza sono più sfumati e liberi di quanto vogliamo credere.

Quanto a Patricia Hearst, arrestata nel settembre del 1975, la sua squadra di avvocati non riuscì a far valere la tesi di mancanza di colpevolezza a causa della sindrome di Stoccolma. Fu condannata a molti anni di carcere, anche se in seguito per buona parte condonati.

Così, in pochi mesi, la sua colpa originaria d’essere troppo ricca, rispetto a chi è troppo povero, per un gioco della sorte si era tramutata in reato per aver attentato alla legge e alla sicurezza comune, benché in nome dell’uguaglianza.

Siamo però liberi di notare che la contraddizione e la perversione acquattati in ciascuno di noi, non ci fanno difetto neppure come società.

Patricia Campbell Hearst nel 1974, durante la rapina all'Hibernia National Bank
Patricia Campbell Hearst nel 1974, durante la rapina all’Hibernia National Bank

 

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gianCarlo Onorato
Musicista e scrittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), Io sono l’angelo (1998), Falene (2004), Sangue bianco (2010, Premio Giacosa 2012); ExLive con Cristiano Godano (2014); ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), ex - semi di musica vivifica (2013). Centinaia di concerti alle spalle e un nuovo disco e un nuovo romanzo nel prossimo futuro.
  • Truemmerfrau

    Buongiorno gianCarlo, offri uno spunto interessante con la narrazione di questo accadimento che, data la mia età anagrafica, non poteva essermi noto per apprendimento consapevole in prima persona. Seguo il filo offerto da questo post, e, pensando all’eterna lotta tra dominatore e dominato, da un punto di vista sociale, origine di questa riflessione, ricordo una considerazione presente in uno scritto di Zolla, pubblicato nel 1964, dieci anni prima del rapimento di Patricia Hearst, su “Il Corriere della Sera” , raccolto ne “Gli arcani del potere”, e di cui riporto due punti salienti: “Per il potente la conoscenza è oggetto di disprezzo o di curiosità o di ornamento, soltanto la vittima ne ha fame e bisogno.” e ancora: ” Se si vuole misurare la saldezza e il nerbo dei potentati, basta osservare se le arti e il pensiero fioriscano loro attorno; segno di reggimento saldo e durevole è il mecenatismo, l’arte di coltivare quanto vi è di più inerme (e quindi pericoloso): bellezza e ragione. Un’arte malsana è il segno clinico d’una incombente catastrofe civile, anche nella piena apparenza d’un rigoglio.” Possiamo ipotizzare che Patricia Hearst abbia incontrato fame e bisogno e sulla scia di questo ed avere vissuto una presa d’atto che le ha fatto condividere la causa e gli effetti con i suoi sequestratori. Compiere il salto dal mondo dei potenti, verso la fame ed il bisogno di chi è vittima per stare con loro. Sarebbe interessante conoscere gli accadimenti della sua vita dopo l’esperienza del carcere, ma non sono riuscita a reperire informazioni al riguardo.
    Non intendo ora addentrarmi in una disamina arte-società, non è questo lo scopo del post, ma, allacciandomi ancora alla dinamica dominatore-dominato, non riesco a non vedermi davanti la tua tavola “Dio distribuisce l’amore” scelta per il post “Dio non è morto”. La scelta iconografica mi rimanda ad un tempio indù, in cui l’essere umano è immagine del Cosmo, in cui le coppie umane, uscendo dalla dinamica di dominatore-dominato, si allacciano in una danza ripetendo l’accoppiamento tra la Natura e l’Uomo Cosmico. Chi osserva, sollecitato da quella visione, può imparare a conoscere ciò che raccoglie e lega in forma la materia del cosmo e dove l’essere umano si collochi per poi scoprire il percorso necessario a raggiungere ed unire in noi: piacere e liberazione, bellezza e salvezza, grazia e filosofia. Probabilmente nelle sfumature del nostro mondo interiore è possibile coltivare una consapevolezza che ci porti ad uscire da una dualità di dominatore e dominato per arrivare ad un equilibrio che si gioca in una danza di “accoppiamento interiore”, dove tutte le nostre contraddizioni e le nostre umane sfumature si risolvano in una luce che ci libera dalla fame e dal bisogno, per coltivare bellezza e ragione: forse diventeremmo realmente inermi e pericolosi stando a Zolla? Ma si era nel 1964, oggi è il 2015. Altre teste e sentimenti, come hai scritto tu. Un saluto