Siamo in onda!

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Ci siamo,

è di nuovo tempo di countdown.

Meno di un mese alla prima data del tour dei Palazzetti. Si inizia da Padova, il 13 – compleanno di Luciano – si finisce a Roma il 18 Aprile.

E già da tempo noi fan abbiamo preso treni aerei alberghi stalle ostelli sfruttato amici parenti e conoscenti e siamo pressoché già accampati in zona.

Riparte la corsa alla transenna, mica caxxi.

Che io non so come sia la corsa alla transenna degli altri, ma la nostra è da manuale. Da libro di storia.

Che credo un attaccamento alla transenna come ce l’abbiamo noi nemmeno il bambino al seno della mamma.

Che in genere all’evento x, facciamo che sia dopodomani, io sto in fila da oggi.

Non dopodomani, non domani, oggi.

Punto.

E mi faccio due giorni e due notti, che arrivo alla transenna che un cammello dopo la traversata del Mali è più fresco ma intanto io sono lì, e avrò 5-6 ore poi per cambiarmi-lavarmi-truccarmi-pettinarmi-selfarmi in attesa che il concerto inizi.

Che uno pensa che a un concerto uno si porta l’acqua, i fazzoletti, il telefono…
Che quello ok, tu forse, ma noi …

…noi al concerto l’acqua l’asciugamano o il telo per stendersi l’ombrello per il sole/la pioggia un kway che non si sa mai la crema per il sole il burrocacao la maglia/canotta di ricambio i fazzolettini bagnati l’acqua termale il telefono la batteria di riserva il trucco lo specchietto le forbicine un qualcosadadirefarebaciareletteraetestamento in attesa del concerto.

Che entriamo sfatti puzzolenti e come dei barboni e ci ritrovi alle 21 al fischio pardòn, alla canzone d’inizio freschi come le rose cambiati lavati lisciati e profumati.

Tutti meno che io, che entro sfatta e sfatta o comunque distrutta mi ritrovo la sera.

Che ogni volta vedo questi freschi davvero come rose che lo so che hanno fatto nottata li invidio a bestia perché darei dieci anni di vita per saltellare un po’ di più come fanno loro, avere due o tremila chili di stanchezza in faccia come succede a loro, ma credo non sia cosa e allora mi accontento di non stramazzare al suolo preda del collassamento vigliacco sempre in agguato, che dopo il danno della fila la beffa della rinuncia no, eh.

Che dovresti vederci, noi, in transenna. C’abbiamo più da fare noi che mezzo parlamento europeo.

Tra cartelloni striscioni accessori da abbinare alle varie canzoni c’è tutto un repertorio da approntare, mica stiamo lì a pettinare i cactus. Che infatti nello zaino pure questa di roba dobbiamo farci stare: carta penne pennarelli teli per striscioni cappellini bandiere dell’italia e quest’anno pure i boa.

Scusa Capo però è colpa tua, eh?

Te prego fermate che se aggiungi qualcos’altro ci serve un trolley e poi in certe location la corsa – vedi: l’incubo/meraviglia dell’Olimpico – chi ce la fa a farla?

Perché non basta la fila due giorni prima, no! poi c’è lo scatto, la corsa alla transenna: Non si ammazzano così anche i cavalli? in confronto è la rappresentazione dei giochi dell’asilo infantile. Quando alla fine metti mano a quel tubo del caxxo poi scusassero, ma ci credo che poi è mio e guai a chi me lo tocca!, altro che slogan femminili degli anni 60.

Che quando alla fine lo tocchi, è tuo quel mezzo metro lineare che hai aspettato per ore e ore, che hai difeso dal sonno, dallo sporco, dall’esigenza di andare in bagno, da quello che ti passa avanti dietro sinistra su giù centro, ma provati tu a metterci una mano, sul mio mezzo metro lineare.

Dai, provati. Vedi che fanciulla gentile ti si rivolta contro. Ti ritrovi un trauma infantil-giovanil-senescente.

Che lì siamo tutti uguali maschi femmine giovani vecchi l’unica legge che vale è non sfasciare i maroni al prossimo tuo come te stesso partecipare al gioco e difendere la transenna dalla fila dietro.

Punto.

Se rispetti questo vai e te la godrai alla grande, sennò è consigliabile retrocedere di un paio di file, che tanto si vede uguale ma lo stress si dimezza. Il tuo e quello di chi lì davanti non rinuncia a starci.

Sì ma…

…vuoi mettere stare li che tra te e il Capo ci stanno solo quei due metri dagli occhi? Che l’adrenalina di uno sguardo arriva davvero, che se piangi piangi davvero, che ti giri e c’hai tutto lo stadio a strapiombo, che ti vedi nello schermo e pensi caxxo ce l’ho fatta sono io quel puntino, io, io, sono io, e non senti più niente, niente, né sete né fame né sonno né stanchezza, che tanto stramazzerai dopo, a fine concerto, morto di sete e di birra al primo chioschetto?

Che poi, scusate, ma ce lo spiegate poi, una volta che arriviamo sotto le gradinate o all’ingresso del prato, la farsa delle bottigliette d’acqua che ci aprite e ci stappate PER MOTIVI DI SICUREZZA – IN TEORIA POTREMMO LANCIARLE SUL PALCO, DITE – quando poi dentro ce le vendete TAPPATISSIME?

Cos’è, non fanno male, quelle bottigliette lì? Si possono tirare, quelle bottigliette lì?

Ma chi è che sceglie le squadre a controllare noi dei concerti? No perché sono bravissimi, mandateli a controllare l’accesso alle partite, lì sembra controllino male, entrano spranghe, motorini, mazze da baseball…

E per inciso: noi ci portiamo i tappi di ricambio, per le bottiglie. Tiè.

Ci si vede alla prima! Io sono già li, vi tengo il posto?
😀

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Chimena Palmieri
Sono Chimena Palmieri, classe 1963. Ho un diploma di Ragioneria, una Laurea in Sociologia, un lavoro presso l’Università Politecnica delle Marche. Ho un figlio, Francesco; ho amici, molti interessi e poche passioni. Sono nata a Castelfidardo, cresciuta a Numana, vivo ad Ancona: tutto in 30 chilometri, perché “Credo che la voglia di scappare da un paese con 20000 abitanti vuol dire che hai voglia di scappare da te stesso e credo che da te stesso non ci scappi neanche se sei Eddie Merx”.