Non solo Wenders. Saggio sul luogo tranquillo di Peter Handke

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Handke saggioA Berlino 2015 hanno festeggiato con un Orso d’Oro alla carriera il regista Wim Wenders. A me viene voglia di festeggiare Peter Handke, austriaco di ascendenza slovena da anni abitante in Francia, classe 1942, sceneggiatore di tre film di Wenders (Prima del calcio di rigore, Falso movimento e “Il cielo sopra Berlino), scrittore di obliqua e sottile seduzione, autore di teatro (Kaspar e i celebri Insulti al pubblico) e regista in proprio a sua volta (La donna mancina soprattutto, da un suo romanzo).
Un sodalizio non casuale. Anche Handke si può riconoscere nella dichiarazione di poetica fatta da Wenders: «Raccontare è impossibile, ma è impossibile vivere senza racconti». E tutta la sua lunga erranza tra i sentieri perduti delle parole, tra i luoghi senza mappe del mondo si può leggere così: un’inadeguatezza di quanto scriviamo, di quanto diciamo, di fronte al reale che vogliamo dire.
Autore che ama perdersi più che trovarsi, divagare più che stare al plot, scegliere strade secondarie più che la main street, annusare tracce e captare voci e rumori, Handke ha prodotto nel corso del tempo un corpus di testi eterogenei. Qualche volta gli è capitato di affidarsi alla forma saggio: nel senso inglese dell’essay, della prosa tra il narrativo e il riflessivo. Bene accolti i saggi sulla stanchezza, sulla giornata riuscita (quello che mi è più caro), sul juke-box.
Anche l’ultimo testo edito in Italia (nel 2014, con la bella traduzione di Alessandra Iadicicco, in Germania era apparso nel 2012) appartiene a questa piccola intensa famiglia: il Saggio sul luogo tranquillo.
Il luogo tranquillo è, conviene dirlo per togliersi il pensiero, il cesso. Nessuna aneddotica, nessuna concessione al corporale: siamo lontani dalla fisiologia e dai furori masturbatori del giovane Roth del Lamento di Portnoy.
Il cesso è tante altre cose. Luogo della memoria innanzitutto: il primo posto tranquillo vagheggiato è quello di E le stelle stanno a guardare di Cronin, dove il bambino protagonista, accovacciato, è a mezza strada tra gli inferi (il letame, la paglia anche della fossa nera nel capanno del nonno contadino) e, appunto, le stelle.
Il posto della fuga nel convitto per montanari come lui: dove ritirarsi per un attimo di sosta dal mondo, dove rimpiangere casa attenuando paura e smarrimento.
(Piccola parentesi: l’opera di Handke è discretamente ma incessantemente autobiografica, anche se non fa concessioni alla ruffianeria del dolore e del lutto. Qui, l’arrivo al collegio e la pipì nei pantaloni, come l’altro episodio della gita scolastica all’estero mancata, rimandano alla condizione di orfano, apolide, esule. Handke, di padre austriaco e madre slovena, quella madre suicida alla quale ha dedicato lo straordinario e straziante proprio perché all’apparenza gelido e ipercontrollato Infelicità senza desideri, cittadino senza passaporto, ospite ingrato. Fine della parentesi).
Sono le mille ritirate incontrate nella vita: quella della stazione ferroviaria dove si acciambella a dormire, senza un soldo in tasca e senza un riparo per la notte. Quella dell’università dove va a radersi e lavarsi i capelli. Quella del cimitero giapponese, del parco pubblico a Cascais. Sono anche gli altri posti che, senza essere un luogo tranquillo, lo diventano perché offrono solitudine, accoglimento anche tra la folla: come la mensa pubblica dove, al televisore appeso alla parete, compare per un attimo il volto del nume tutelare William Faulkner.
Il luogo tranquillo, oltre e prima che un pretesto affabulatorio, è una riflessione-racconto sul mestiere di scrivere e su quello, altrettanto arduo, di vivere: ci si ritrae nel silenzio per ritrovare le parole. In una mite afasia che faccia tornare il piacere di riprendere posto fra la gente, di ascoltare e dire. Ci si apparta nel posto che è lontano dai posti frequentati per godere di una luce indiretta e non primaria (la luce di un posto senza finestre), per sentire da lontano voci e rumori: le vite che gli scrittori raccontano non sono, spesso, più vicine di quegli echi. Ci si ripara in questi posti perché scrivere richiede una mite asocialità (Handke si è una volta descritto così, fra la mitezza e il furore) e un saper stare ai margini. Ci si ritira nel luogo tranquillo (Handke una volta ha dichiarato che ogni narrazione che non passa attraverso l’io dell’autore non è letteratura ma un semplice prodotto) perché letteratura è questa cosa qui: un tuffo nell’interiorità e, insieme, una piccola cosa appartata. Il resto è plot, il resto è Hollywood.

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Bartleby
Bartleby scrive da sempre, non solo per Spettakolo! e non solo di libri (e film, politica, ideologia, tecnologia e altro): quindi potrebbe essere lo scrivano di cui parlava Herman Melville in quel racconto omonimo, dove Bartleby -richiesto di prestazioni a lui non gradite- semplicemente rispondeva preferisco (preferirei, avrei preferenza) di no . Ma con noi è sempre disponibile...