Scoperte. Una cripta in una Palermo criptica

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La cripta Lanza di Trabia
La cripta Lanza di Trabia

Grazie a una bella e suggestiva serata musicale – a lume di candela per la manifestazione Mi illumino di meno – organizzata da Fuori Orario Production, ho visto per la prima volta la cripta Lanza di Trabia nella chiesa di Santa Cita a Palermo, gioiello barocco il cui oratorio – stuccato dal Serpotta – lascia senza fiato anche alla decima visita.

L'Oratorio del Serpotta
L’Oratorio del Serpotta

 

La storia della cripta è paradigmatica della Palermo del dopoguerra. È la cripta di una delle maggiori famiglie della Sicilia: vi si conservano le tombe dei due fondatori della dinastia dei Lanza di Trabia: Blasco, giurista, uomo violento (protagonista della romanzesca vicenda della baronessa di Carini) e Cesare, che acquisì i titoli che glorificarono e arricchirono la famiglia.

La tomba di BLasco
La tomba di BLasco

Sotto la tomba di Blasco vi è scolpita una figura di donna di una bellezza paragonabile all’Eleonora d’Aragona di Francesco Laurana (conservata nel non lontano Palazzo Abatellis). Nella cripta si è trovata anche una stupenda Pietà della fine del Quattrocento attribuita a Francesco da Milano.

La Pietà di Francesco da Milano
La Pietà di Francesco da Milano

La vicenda interessante è però più recente. La chiesa, bombardata, insieme al quartiere circostante durante l’ultima guerra, è restaurata nel 1952. La cripta viene coperta e non se ne sa più nulla. Nulla? Nulla.
Sebbbene la cripta sia citata da tutti gli storici del Sette Ottocento e descritta da Gioacchino Di Marzo, storico dell’arte di metà Ottocento, come luogo bello e importante,  coi lavori del 1952 scompare sotto un pavimento
La Soprintendenza? Nulla.
Storici dell’arte? Storici? Una tesi di laurea? Niente.
L’apparato ecclesiastico?
I colti e raffinati eredi della famiglia, Raimondo e Galvano Lanza? Niente. Se ne devono essere dimenticati pure loro.
Poi nel 1997 si fanno ulteriori lavori nella chiesa.La scena me la posso soltanto immaginare: una picconata di troppo, un’esclamazione: “Ma cca c’è un pirtusu…” (Qua c’è un buco). E l’inevitabile: “Restituito un gioiello bla e bla”.
Palermo: una città dimenticata a memoria.

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Gabriele Miccichè
Lavora nell’editoria dal 1977. A Palermo nella casa editrice Sellerio fino al 1984, poi a Milano presso Gabriele Mazzotta. Dal 1989 è socio e art director dello studio editoriale Ready-made. Le sue passioni sono la letteratura, la grafica, l’arte urbana (ha organizzato mostre sulla net-art e sui writers). Ha pubblicato Giambattista Bodoni e l’arte della tipografia (Edizioni Università IULM, Milano 2013). Collabora con le riviste Bell’Italia e Bell’Europa.