Certe notti

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Certe persone Certe notti non ce le hanno avute mai, ne mai ce l’avranno, per cui non so se questa canzone possa dir loro qualcosa. No, io non parlo della serata di bagordi, dell’addio al celibato, di quel sabato sera là, in cui tutto girava alla perfezione.

Sì, certo che certe notti parla di notti come quelle, ma non è esattamente quello, che descrive. Perché una notte ogni tanto, come quelle, ce le hanno avute tutti. Ma Certe notti… non so.

Questa canzone, uscita con Buon Compleanno, Elvis! del 1995, di cui è stata primo singolo, pennella con maestria le notti della mia generazione, del periodo in cui io facevo parte dell’abusato appellativo di “popolo della notte”.

Oggi, c’è più questo “popolo”? C’è davvero? Che ne è rimasto dei Dj, quelli veri, che giocavano di vinile e non di basi elettroniche?

Alla fine degli anni 80, anni 90 ancora ancora, l’uscita serale del fine settimana (dal giovedì in avanti, sabato sera in primis) era un rito. Gli appuntamenti erano a orari in cui ora andrei a dormire. Si rientrava, scientificamente, all’alba. E si andava a ballare, metodologicamente. In gruppo. Si facevano le tappe lungo la discoteca. Ogni tappa un giro di bevute. Non c’erano palloncini ed alcool test, non c’erano telefonini. Ma nessuno di noi ha mancato l’appuntamento con la mattina dopo, a casa sua, nel suo letto. Ci si vestiva apposta, per la disco. C’erano le grandi compagnie (Max Pezzali docet) e i pomeriggi sfinenti passati a discutere e a mettersi d’accordo sul cosa fare, finiti puntualmente per dividersi in gruppetti ognuno a fare quel che gli pareva, che tutti insieme ci voleva un cinema per contenerci.

C’erano le sere sfigate, davvero, con qualche amico che stava a pezzi, o in cui tu, stavi a pezzi, e allora si partiva solo per partire, senza meta. Ricordo una sera in cui siamo arrivati a Bologna solo perché in macchina il tizio parlava e piangeva, ma appena gli dicevi dai scendiamo, parliamo meglio si chiudeva come un riccio. E allora via, Ancona-Bologna- Rimini-Ancona e vai fino all’alba, e finalmente l’abbiamo rimesso in piedi, almeno un po’, almeno fino alla botta successiva.

Oggi ci sono più Certe notti? Io son passata a cantare “Un conto è la mappa, di tutti i locali, un conto è dovere star fuori. Un conto è sentire, che riesci a lasciarti dormire.”, ma i giovani, ce le hanno certe notti, e intendo proprio quelle Certe notti, in cui ci si sentiva liberi e diversi e padroni del mondo? Io non lo so, posso solo parlare per deduzioni, per come vedo intorno a me, per cosa leggo sui profili Facebook degli amici più giovani che ho tra i miei, per come si diverte mio figlio, i suoi amici.

Vedo tanti ragazzi che cercano uno sballo impossibile, sempre più grosso, a tutti i costi, ogni sera.

Vedo macchine sempre più potenti in mano a ragazzi sempre più giovani dentro, e non solo fuori.

Vedo ragazzi che non bevono e se lo fanno lo fanno a turno, coscienziosi e determinati a non farsi fottere la vita per una sola sera.

Vedo la fine delle grandi compagnie a scapito dei gruppi fedelissimi e quasi settari, nella loro fedeltà reciproca.

Vedo la fine delle discoteche come locali cult, dominanti.

Io non le vedo, quelle certe notti là, non per come le ho avute io, le abbiamo avute noi. Ma non so se sia un male, alla fine.

Il mondo è cambiato, nel frattempo. Noi abbiamo avuto certe notti nel momento in cui regnavano le droghe pesanti, di quelle per le quali sì, ho visto amici andarsene per sempre. Erano esperienze dure, pesanti, difficili da abbordare e difficili da lasciar andare.

Non oso immaginare quelle notti oggi, con le droghe che girano facili e abbordabili e quasi pulite, rispetto alla cruda realtà in cui sbattevi la faccia con l’eroina. Non che oggi siano meglio. Dico che oggi tutto è diverso. Le droghe, l’avvicinarcisi, i motivi, l’uscirne, e soprattutto chi ci si avvicina è diverso. Nei tempi, nei modi, nelle possibilità, nella consapevolezza.

Non so cosa fanno i giovani oggi, nelle loro notti. So che devono averle, perché la notte è da sempre il tempo dei sogni, del tempo rubato, delle possibilità per tutti. Un non-luogo, un non-tempo. Il tempo fottuto al giorno, alla gente, ai genitori, alla ragazza o al ragazzo che non ci vuole. In cui possiamo essere chi vogliamo, e travestirci, e fare baracca, fino alla mattina dopo, quando indosseremo di nuovo la maschera – la maschera si impara prestissimo ad indossarla, qui non c’è cambio generazionale che tenga – e affronteremo il nuovo giorno.

So solo che hanno armi diverse dalle nostre per affrontarle, costruirsele. Che hanno un bagaglio culturale e cognitivo ben maggiore del nostro, da usare come consapevolezza.

Noi primeggiavamo solo in abilità nel maneggiarlo, il nostro mondo di allora.

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Ci voglio credere che l’ago della bilancia penda dalla loro parte, dalla parte del Futuro.

Non so cosa fanno i giovani, nelle loro Certe notti.

Ma mi piacerebbe tanto, saperlo.

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Chimena Palmieri
Sono Chimena Palmieri, classe 1963. Ho un diploma di Ragioneria, una Laurea in Sociologia, un lavoro presso l’Università Politecnica delle Marche. Ho un figlio, Francesco; ho amici, molti interessi e poche passioni. Sono nata a Castelfidardo, cresciuta a Numana, vivo ad Ancona: tutto in 30 chilometri, perché “Credo che la voglia di scappare da un paese con 20000 abitanti vuol dire che hai voglia di scappare da te stesso e credo che da te stesso non ci scappi neanche se sei Eddie Merx”.