Kung Hei Fat Choi (Felice Capodanno)

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foto kung hei fat choi 3In questa parte di Oriente dove vivo felicemente da quasi due anni è Capodanno. Adesso, proprio in questi giorni, secondo il calendario lunare.
Dal 19 febbraio, quando il Capodanno Cinese è iniziato, e per 15 giorni
(fino alla Festa delle Lanterne) il Sud Est asiatico festeggia, con preghiere buddhiste, banchetti mangia-e-bevi, sacrifici pagani, pulizie di Primavera negli appartamenti per buttare il vecchio e far entrare il nuovo: il Cavallo dello Zodiaco cinese lascia il posto alla Capra e cosa vorrà veramente dire chissà
chi lo sa.

Ma a stupire ancora il mio sguardo da neofita in materia di Chinese Lunar
New Year, più dell’opulenza dei decori e delle installazioni dei grandi
mall commerciali, più della magnificenza dei party e degli abiti indossati per
le varie occasioni che manco alla cerimonia degli Oscar si sono visti, più
del meraviglioso spettacolo di fuochi artificiali che da Wanchai ha illuminato
il cielo plumbeo di Hong Kong, di questo tempo di festa mi impressionano
le grandi migrazioni di persone, i ricongiungimenti famigliari, le affollate gite organizzate di gruppo. Quando milioni e milioni di cinesi si spostano, tutti insieme e nello stesso periodo, da un paese all’altro, da una città all’altra, da est a ovest, da ovest a est, formano dei veri e propri flussi migratori. Che sono così numericamente portentosi che cambiano il volto alle città, e pure alla loro economia.

Hong Kong, per esempio, per due settimane si svuota quasi completamente della popolazione locale ed expat, che se ne va in vacanza al caldo nelle vicinissime Filippine (2 ore di volo), o in Thailandia, Vietnam, Indonesia; molte scuole chiudono
per tutto il periodo del Capodanno e la città si riempie di cinesi di terra, i famosi, temibili, famigerati Mainlander. Pauuuuraa.

Perché qui a Hong Kong, una megalopoli che – va detto – un po’ se la tira, il Mailand-tipo fa un po’ orrore. Per come si presenta, per come va in giro, per i rumori – vari – che è in grado di produrre quando parla (urla), mangia, ride, si soffia il naso e vi risparmio il resto. Insomma, secondo gli autoctoni (gli hongkongers, termine coniato dal dizionario
di lingua inglese Oxford Dictionaries), i Cinesi di Terra si riconoscono subito da pochi ma caratteristici elementi:

1. viaggiano in gruppi, minimo di sei massimo di tot (dieci, venti, trenta); 2. girano muniti
di macchina fotografica e trolley di varie grandezze e capacità; 3. indossano T-shirt
molto larghe che, soprattutto in metropolitana, amano arrotolare fino sopra il ventre nudo; 4. vestono molto, molto male.

Proprio questa mattina leggevo sul South China Morning Post (il quotidiano locale in lingua inglese) che per la prima volta dopo l’handover del 1997 c’è stata una flessione (lieve) degli arrivi dei turisti Mainland nei primi tre giorni di Lunar New Year: dal 19 al 22 febbraio ne sono entrati “solo” 675 mila. La flessione (lieve) non è stata ben recepita dal direttore del Travel Industry Council, tanto che la notizia è stata sbattuta sul SCMP in prima pagina gettando in uno stato d’ansia da prestazione il retail locale. Perché il Mainlander in gita a HK per il Capodanno Cinese è uno sfrenato consumista che Sophie Kinsella le fa rosina. Potesse, si comprerebbe tutto un centro commerciale. Non che da un punto di vista finanziario non sia solvente, per carità, è solo che tutto nei trenta trolley che si porta appresso non ci sta. A Causeway Bay, proprio due giorni fa, si sono viste scene raccapriccianti di interi magazzini Zara, H&M e Top Shop svuotati nel giro di poche ore da comitive di allegri signori nemmeno piú tanto giovani, con mazzette di dollaroni sventolate davanti alle casse. Il direttore di un famoso albergo internazionale di Singapore mi raccontava un po’ di tempo fa un episodio sintomatico del ruolo strfoto kung hei fat choi 2ategico del Mainlander nel conto economico di un brand internazionale. A Natale dello scorso anno era entrato da Tiffany a Tsim Sha Tsui (a Kowloon, di fronte all’isola, luogo eletto dai Mainlander per gli acquisti importanti, forse perché possono pagare in renminbi, la valuta cinese) per cercare un regalo per sua moglie, aveva visto diversi oggetti ma era piuttosto indeciso su quale comprare. A un certo punto vede entrare tre coppie di cinesi che iniziano sbrigativamente a chiedere di vedere oggetti precisi: anello, diadema, bracciale, parure. L’intero staff di vendita del negozio (evidentemente pagato in parte a percentuale) in preda a uno stato di eccitazione prefatturato è immediatamente migrato verso la coppia concentrandosi sulle richieste fatte e abbandonando al suo destino l’elegante ma indeciso direttore, che peraltro avrebbe pagato con, udite udite, la carta di credito. D’altra parte che Hong Kong sia la lavatrice della Cina (ovvero del denaro sporco che da lì arriva) non è una novità. Pecunia non olet anche qui…. Chissà come si dice in mandarino.

 

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Lucia Esther Maruzzelli
Milanese, mamma, meteoropatica, ha vissuto più di 10 anni a Bologna, lavorando per quotidiani, settimanali e mensili. Ritorna a Milano chiamata dalla Rizzoli ad Amica, dove ha presidiato la redazione attualità per 13 lunghi anni. 24 mesi fa, in una sera di plenilunio, la sua dolce metà le chiede: “ti piace la Cina?”. Nel giro di sei mesi si trasferisce con tutta la famiglia a Hong Kong, dove vive al 36esimo piano di un elegante grattacielo con vista mozzafiato sul porto, e non è affatto male. Appagata da una temperatura che non scende sotto i 10 gradi, ha riscoperto il piacere di scrivere e ha fondato con l’amica e collega Valentina Giannella l’agenzia giornalistica e fotogiornalistica Mind the Gap Hong Kong (www.mindthegaphk.com), che produce servizi dal Far East per giornali locali e internazionali. Di Hong Kong le piace praticamente quasi tutto, i lussuosi mall spaesanti, le vie puzzolenti, il Dim Sum ed è felice di avere scoperto una città tanto diversa dagli stereotipi. Una megalopoli di verde, spiagge e cemento che racconta nel blog Hong Kong Post.