Benvenuti a Barcellona, Italia…

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In Plaça de Catalunya, lungo La Rambla, attorno alla Sagrada Familia, nei vicoletti della Ciutat Vella è un gran via vai di italiani. Quando incontrate qualcuno col marsupio o con uno zainetto Invicta, potete esser certi che si tratta di un nostro connazionale. Ce ne sono davvero tanti: le ultime statistiche ufficiali dicono che oltre 20mila italiani sono residenti in pianta stabile a Barcellona (siamo la seconda comunità di stranieri in città, dopo gli ecuadoregni). La nostra è una presenta che si vede e che si sente, grazie anche a un massiccio contributo di turisti: nonostante la crisi, anche lo scorso anno diverse centinaia di migliaia di italiani hanno trascorso almeno qualche giorno nel capoluogo della Catalogna (anche in questo caso ci piazziamo al secondo posto, dopo i britannici). Insomma, è evidente che questa è una città che piace. Soprattutto ai giovani, grazie alla sua movida e alla notte che non finisce mai: se vi danno un appuntamento in un club alla moda, non presentatevi prima delle 3 di notte, altrimenti rischiate di trovarvi in compagnia del Dj e dei camerieri. Verso quell’ora i locali più cool cominciano a riempirsi fino all’inverosimile e vanno avanti fino alle prime luci dell’alba e oltre. Uscendo da uno di questi dopo le 5 di una domenica mattina, non sono riuscito a trovare un taxi per tornare in albergo. Mi sono infilato in una metropolitana lì accanto e dentro c’era una folla come se fosse l’ora di punta: tutti ragazzi che avevano passato la notte in uno dei tanti locali di Port Olimpic.
Questa è una zona che i Barcellonesi amano e odiano al tempo stesso. La amano perché è quella che meglio di altre rappresenta la rinascita della città: prima delle Olimpiadi del 1992 il litorale era un’area desolata e difficilmente raggiungibile dal centro. Grazie a uno straordinario lavoro di recupero è stata trasformata in una bella zona residenziale con strutture moderne e funzionali, c’è moltissimo verde e ci sono belle spiagge frequentate da marzo ad ottobre. Ma ci sono anche persone che la odiano perché pensano che tutti quei lavori (peraltro non ancora finiti: continuano a costruire hotel di lusso e centri commerciali) abbiano snaturato l’anima della città, consegnandola ai turisti e agli stranieri in transito. Per esempio, se negozianti e ristoratori dell’adiacente Barcelloneta sono ben felici di tutto questo via vai di turisti, chi abita in questo storico quartiere pagando magari da cinquant’anni un affitto irrisorio, ora teme di essere sfrattato. Conseguentemente guarda con un certo malanimo i turisti, considerandoli “colpevoli” di aver trasformato Barcellona in una specie di luna park.

Risalendo verso l’interno, ci si accorge che molte viuzze della Ciutat Vella sono state bonificate. Fino a pochi anni fa addentrarsi nel Raval era un azzardo, infatti veniva chiamato Barrio Chino, nomignolo coniato da un giornalista che lo paragonava alla Chinatown di San Francisco, non tanto per la presenza di cinesi (che in realtà non ci sono mai stati), ma perché quello era il regno di ladri, puttane e spacciatori. Oggi invece è un concentrato di progetti culturali all’avanguardia (il Museu d’Art Contemporari de Barcelona, l’istituto di design FAD, il Centre de Cultura Contemporania) e si continuano a inaugurare hotel e locali di tendenza, che vanno ad affiancarsi a bar che conservano un’intensa atmosfera d’antan (Marsella, La Confiteria, London Bar).
Ma camminando per le viuzze della Ciutat Vella capita anche di imbattersi in striscioni appesi alle finestre in cui si leggono frasi del tipo Posa’t guapa per fora i per dintre (“La rendano bella fuori e dentro”) oppure Detràs de una fachada pintada hay una casa en ruinas (“Dietro una facciata dipinta c’è una casa in rovina”). Se domandate agli abitanti del posto, vi spiegheranno che il Comune di Barcellona contribuisce alle spese di ristrutturazione delle vecchie case, ma solo per quanto riguarda la facciata. Quindi all’interno quelle stesse case restano degli autentici ruderi.
A tagliare in due la Ciutat Vella c’è la Rambla, luogo quasi leggendario incredibilmente animato a qualsiasi ora: non a caso il suo nome deriva dal termine arabo ramla, che vuol dire “torrente”. Ma ormai è diventato un posto così sfacciatamente turistico che a passeggiare in mezzo a tutta quella gente si rischia l’orticaria. Molto meglio andare a vedere a che punto sono i lavori della Sagrada Familia, l’opera che non ha mai fine: Antoni Gaudí iniziò a costruirla nel 1884 e vi lavorò fino al 1926, quando morì investito da un tram. La costruzione continua ad avanzare a ritmi piuttosto blandi anche a causa dei costi molto elevanti, sostenuti unicamente, per volere di Gaudí, dalle offerte dei fedeli. Del resto a chi gli domandava quando avrebbe finito il suo capolavoro, “l’Architetto di Dio” rispondeva serafico: «Il mio cliente non ha fretta».

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Massimo Poggini
Massimo Poggini è un giornalista musicale di lungo corso: nella seconda metà degli anni ’70 scriveva su Ciao 2001. Poi, dopo aver collaborato con diversi quotidiani e periodici, ha lavorato per 28 anni a Max, intervistando tutti i più importanti musicisti italiani e numerose star internazionali. Ha scritto i best seller Vasco Rossi, una vita spericolata e Liga. La biografia; oltre a I nostri anni senza fiato (biografia ufficiale dei Pooh), Questa sera rock’n’roll (con Maurizio Solieri), Notti piene di stelle (con Fausto Leali) e Testa di basso (con Saturnino). Ultimo libro uscito: "Lorenzo. Il cielo sopra gli stadi".