Steven Wilson, progressiva/mente parlando.

Negli anni Settanta il prog rock sembrava un genere destinato a scomparire subito, invece si sta rivelando uno dei più longevi, sempre in grado di autorigenerarsi. Come dimostra anche il nuovo lavoro dell'ex Porcupine Tree Steven Wilson

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Hand.cannot.erase
di Steven Wilson
(Kscope)


Alla fine bisognerà pure farci i conti con l’immortalità del progressive rock: dato per spacciato intorno ai primi vagiti del punk e apparentemente autosuicidatosi con lavori delle formazioni capostipite inascoltabili nel loro voler restare nel mercato rendendosi di tutto un pop, ci ritroviamo invece il genere, da qualche annetto a questa parte, più bello e più grazioso che pria.
Tra gli alfieri più credibili senz’altro si ritaglia un posto Steven Wilson, che partì new wavers con i No Man e poi si progressivizzò con i Porcupine Tree.
Ora accade che da qualche tempo Wilson faccia della sua carriera solista una celebrazione soprattutto di un certo tipo di prog via King Crimson, forse un po’ Floydiano, comunque sempre alla ricerca di intuizioni anacronisticamente nuove. Il nuovo lavoro Hand.Cannot.Erase, scritto proprio così, con i puntini tra una parola e l’altra, conferma il suo stato di cristallizzata grazia.
Steven_Wilson_Hand_Cannot_Erase_coverLavoro con le caratteristiche tipiche del concept album, HCE si dipana in movimenti tra l’arioso bucolico e le volute commistioni hard che il genere di questo secolo sposa con ringalluzzito vigore e che attirano sia orecchie stagionate che fresche, e ciò non può che essere un bene.
Accade infatti che tanta voglia di sentire musica suonata costringa spesso allo scandaglio del passato, alla rimasterizzazione o al remissaggio (e di ciò Wilson è alfiere in quanto operaio del remix su King Crimson e Jethro Tull: ce li sta facendo ascoltare come non li abbiamo mai sentiti), insomma all’archeologia e quindi tutto ciò che invece di nuovo vien prodotto, è logica di natura, attinga sia al passato immaginario sonoro che a un futuro tutto da costruire e, quindi, in progress.
Difficile se non impossibile parlar bene di un brano piuttosto che di un altro perché il monolito tale è e come tale va recepito, come in ogni odissea nello spazio che si convenga.

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Marcello Valeri
Marcello Valeri nasce verso la fine del 1963, anno che vide la morte di Kennedy nella versione di Oliver Stone e la nascita dei Beatles. Influenzato dai fattori sopra citati sin da piccolo dimostra una spiccata tendenza al ballo interrotta solo da rovinosa caduta della partner con conseguente pianto a dirotto, episodio che lo dirotterà per sempre all’ascolto immobile di qualsiasi tipo di musica. Comincia a scrivere di musica nei primi anni 80 su Rockerilla, per poi passare a Rumore, Pulp e poi Blow Up ma insoddisfatto del meccanismo “tu manda che se piace si pubblica – ovvero scrivi bene di qualsiasi disco anche se fa schifo” cessa negli anni 90 ogni pubblicazione cartacea e preferisce dedicare le sue prose all’amico Gian sul sito di Disco Club per approdare a nuovi lidi (si spera). In mezzo lavora da trent’anni nel sociale e si arrabatta per arrivare a fine mese, specie il 20, quando prende lo stipendio che in genere gli dura tre giorni, come gli argentini di Fossati. Da un anno circa ha un programma su web radio che si intitola Freak show.