Vizio di forma. Il libro. Pynchon è un multiverso

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vizio coverPerché parlare adesso di un romanzo uscito nel 2009 negli Stati Uniti e pubblicato in Italia nel 2011? Perché il romanzo è Vizio di forma, l’autore è Thomas Pynchon, maestro e mago del postmoderno, e dal romanzo Paul Thomas Anderson ha ricavato un film nelle sale in questi giorni.
Mi aspetto molto dal film di Anderson, che finora non mi ha mai deluso: Boogie Nights, Magnolia, Il petroliere e The master erano film ricchi e pieni (a proposito, in Vizio di forma c’è Joaquin Phoenix, che compariva anche in The master). Eppure mi vado a leggere il romanzo di Thomas Pynchon, e consiglio a tutti di leggerlo, prima o dopo il film non importa, per amplificare il piacere della visione.
Chi è Pynchon lo sapete. Autore misterioso e appartatissimo, che fugge il contatto con i media e non è stato più fotografato dopo i 18 anni (ora va per i 78), capace di fuggire dalla finestra sul retro se alla porta c’è il fotografo di Time”. E di comparire nei “Simpson” con un sacchetto di carta sulla testa per far piacere al figlio. Di mandare un attore a impersonarlo durante una cerimonia di premiazione: l’attore farà un discorso di puro nonsense, mentre un uomo nudo attraverserà la scena. Per molti Pynchon è il massimo romanziere americano vivente, più volte in odore di Nobel. Anche ad allargare la rosa, i grandissimi come lui sono al massimo due, Don DeLillo e Philip Roth. Franzen dite? Donna Tartt? Lasciate perdere, sono ancora implumi.
Pynchon, dicevo. La migliore dimostrazione, in campo letterario, della teoria del multiverso. Perché nei suoi romanzi di raro fascino (il piacere sensuale della lettura con lui è garantito), sterminati e complicatissimi, costruiti per accumulo, iperstratificati e tendenti alla divagazione e alla dispersione (all’entropia, tema che gli è caro), ci sono mondi e flussi temporali diversi.
Rispetto a V., all’Arcobaleno della gravità, a Mason & Dixon e a Contro il giorno, questo Vizio di forma è il romanzo più semplice e più immediatamente leggibile di Pynchon: una scappatella, un divertimento, un momento di relax. Un noir alla Chandler con un Philip Marlowe hippie e strafatto di canne.
Basettone, ex surfista che continua a vivere sulla spiaggia di Los Angeles (per lui il resto della metropoli è “la terraferma”), poco interessato alla grana e abbonato alle grane, Doc Sportello è un detective fricchettone che ricorda, per certi versi, il Grande Lebowski. La sua agenzia si chiama LSD (localizzazione, Sorveglianza, Discrezione). Qui è ingaggiato dalla sua ex, Shasta, amante di un immobiliarista squalo e circondato da una coorte di guardie del corpo naziste (Fratellanza Ariana), perché indaghi sulle manovre della moglie di Mickey Wolfmann, questo il nome del re del mattone, per fare internare il marito in manicomio.
Non bastasse questo incarico, Sportello viene assunto da un ex galeotto afroamericano per rintracciare il compagno di cella Glen Charlock con cui aveva un affare da due milioni di dollari. Charlock, guarda caso, è nazista e fa il guardaspalle di Wolfmann.
Ma Charlock è stato ucciso in un complesso residenziale che il magnate sta facendo costruire e Wolfmann e Shasta sono scomparsi.
A complicare ulteriormente la trama, arriva un terzo ingaggio. Hope, ex eroinomane ancora bella ma che ha perso tutti i denti (non vi preoccupate, niente horror: ha una bella dentiera che al massimo le regala un sorriso un po’ falso) e ha una figlia che si chiama Amethyst, gli chiede di indagare sul marito Coy Harlingen, sassofonista della band surfadelic Boards: ufficialmente è morto di overdose, ma lei non ha potuto identificarlo e ha il sospetto che possa essere ancora vivo (piccolo spoiler più che lecito, in Pynchon contano molto più i personaggi della trama: Coy è vivo ed è un agente coperto del governo con il divieto di mettersi in contatto con la famiglia).
Da lì in avanti, la storia procede incasinandosi e facendo allegramente implodere tutte le convenzioni del noir: non dal caos all’ordine, dal delitto alla soluzione, ma dal caos al caos. E così, di volta in volta, Wolfmann potrebbe essere un contrabbandiere che usa uno schooner per i suoi traffici o un filantropo che sta costruendo case per i senzatetto nel deserto; il gorilla Charlock ucciso per una questione di usura o perché forniva armi al black power; il suo assassino, uccisore anche di un poliziotto, forse è al soldo di uno strozzino che forse è un agente segreto con licenza di uccidere.
E via e via via, e come direbbe Benigni, fra ex entreineuse di Las Vegas che hanno studiato alla London School of Economics e si sono fatte fare l’impianto dell’illuminazione di casa da James Wang Howe, mago delle luci della Hollywood che fu (segue dialogo fra l’ex entreineuse, che per avventura è la moglie di Wolfmann, quella che lo vorrebbe fare rinchiudere, e Doc Sportello, una meraviglia: si parla di John Garfield e Ida Lupino). Fra poliziotti come Bigfoot Bjornsen, che hanno affari poco puliti, trasmissioni tv su reti locali e piccole parti in qualche serie. Fra tossici, baristi, rockstar e piccoli gruppi garage di culto, macrobiotici e centauri nazi, gruppi di dentisti assassini e predicatori del Missouri, surfisti e informatori, continenti perduti (Lemuria, l’Atlantide del Pacifico), sette, canzoni di piccolissima fama e cibi improbabili, dipinti messicani e Volkswagen decorati con dipinti cashmere, Charles Manson e zombie.
Perché siamo nel 1971, quando l’onda hippie non sommerge più niente e la risacca del conformismo comincia a diventare più forte. Thomas Pynchon, innamorato degli anni ’60 e coinvolto in gioventù nelle controculture dell’epoca, racconta con un’acutezza di sguardo e una ricchezza di dettagli stupefacente, con divertimento e una punta di struggimento, la fine di un sogno, della breve stagione di pace e amore. In una Los Angeles labirintica e caotica, mai così vera e così completa, tra estasi e vomito, purezza e immondizia, va in scena un’epoca e si chiude alla grande il trittico degli anni ’60 che era cominciato con L’incanto del lotto 49 e proseguito con Vineland. Corsi e ricorsi, in una debordante adesione alle sotto e controculture che fa di Pynchon, ancora oggi, uno che non si è riconciliato con l’America. Un grande film, si spera. Un grande romanzo, meglio ancora una grande festa, senz’altro. Nessuno spenga le luci, nessuno abbassi il volume, nessuno stacchi la spina.

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Bartleby
Bartleby scrive da sempre, non solo per Spettakolo! e non solo di libri (e film, politica, ideologia, tecnologia e altro): quindi potrebbe essere lo scrivano di cui parlava Herman Melville in quel racconto omonimo, dove Bartleby -richiesto di prestazioni a lui non gradite- semplicemente rispondeva preferisco (preferirei, avrei preferenza) di no . Ma con noi è sempre disponibile...