Balliamo sul mondo

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Balliamo sul mondo è la prima traccia del primo album di Luciano: Ligabue, appunto. Uscì nel 1990. Da allora credo che siano poche le occasioni in cui Luciano non l’abbia suonata. Gode di un successo inattaccabile, viene da chiedersi come mai piaccia così tanto ancora oggi. Forse perché ci piaccia o no, quello che ci tira fuori da sempre è sempre lì.

Di lei Luciano stesso dice: “Balliamo sul mondo ha molto a che fare con la mia natura. Io in genere sono predisposto a romanticizzare le situazioni per viverle al loro meglio. Da questo punto di vista è una canzone azzeccatissima”.

Il testo è fresco, ammiccante, la musica coinvolgente. Si parla di cogliere al volo le opportunità, di vivere la vita, le occasioni al massimo. Parla di riuscire a essere veri, senza troppe sovrastrutture a sotterrare chi siamo davvero, dentro.

Il successo di questa canzone credo stia proprio qui. I giovani, oggi come sempre ma oggi come non mai, che vivono l’esperienza di una realtà che non li accoglie, che si para davanti come un muro senza porte. Nell’attesa e nella lotta e nella speranza di buttare giù il muro o trovare una porta cercano di vivere la realtà che gli si para davanti, cogliendo ogni occasione, mangiandosela letteralmente, godendone e fregandosene di assaporarla: non c’è tempo per riflettere, non c’è modo di scegliere, tutto va veloce, e non si può far altro che afferrare ciò che ci passa davanti. I giovani non hanno un granché di futuro inteso come prospettiva stabile. Il lavoro non c’è, se c’è è a termine, a progetto, a scadenza predestinata, e non serve a far da base a nulla. Niente case né futuro.

A quelli come me, che i giovani di adesso li hanno messi al mondo, questa precarietà destabilizzerebbe: loro che ci si sono trovati sin da subito sembrano muovercisi maggiormente a loro agio.

Qualcuno li accusa di essere “choosy”: di fare gli schizzinosi, di pretendere. Ma perché non dovrebbero? Perché non dovrebbe pretendere, un giovane? Se non pretende da giovane, quando lo farà? Per fortuna ci pensa Papa Francesco a dir loro di non aver paura di sognare e di pensare in grande.

Non hanno certezze, se non, appunto, due o tre cose: ma si fanno posto, comunque vada, a qualsiasi costo. A volte sono goffi, ci scivolano sul mondo, ma loro se ne fregano di chi gli ride dietro: sanno che la loro vita è adesso, e solo adesso. Come potrebbero essere “choosy” se scelta non hanno proprio?

Non possono scegliere, scartare, decidere con calma e magari tenere da parte, rimandare a un più tardi perché quando sarà sarà già passato.

Non possono vivere con la compiutezza, con la serietà dei giovani della MIA, generazione: noi una volta consegnate le armi della ribellione avevamo già pronti davanti agli occhi tutta una serie di quadri, belli e pronti e incorniciati, solo da scegliere. A volte i quadri erano pochi, a volte no, ma c’erano, e noi si stava lì davanti ad ammirarli un po’, un po’ di tempo c’era per decidere e infine esordire con un “Da grande voglio fare…” Adesso no. I giovani sono GIA’ diventati grandi, ma quella domanda non gliela fa più nessuno. Perché più che farselo piacere, quello che passa il convento, non è che possano.

Però, ci riescono.

Sì, ci riescono. Ci riescono, loro, a ballarci su questo mondo che si ritrovano senza averci potuto fare niente in un modo o nell’altro.

Lo sanno bene che ogni scelta che fanno ha un per sempre che può essere un attimo un niente una vita, e quindi scelgono di crederci, sempre, fino in fondo, e di mollare la presa veloci, ridendo, se dovesse andar male. Hanno una vita sociale che spesso sfocia nel virtuale patologico, tessono tele di ragno amicali capace di sostenerli, e sperimentano relazioni di livello e intensità e coinvolgimento affettivo del tutto impensabili sino a 20 anni fa.

Non importa come vada, l’importante è stare al passo, tenere il tempo, e sarà quasi fatta. Quando la piena sarà passata loro saranno lì, pronti. Vent’anni fa questa canzone era quasi una provocazione, oggi è una regola di vita: sul mondo o ci balli o ti lasci ballare.

f8e810fc575458b393124ba2673fd89e_street-bw-milanoN.B. Balliamo sul mondo non nasce così, in prima battuta. Sempre dalle parole di Luciano: “In origine c’era solo una cosa venuta fuori alla chitarra, intitolata Eroi di latta. Era tutto un altro testo, una canzone in cui io, brufoloso e presuntuoso del cazzo, mi mettevo a condannare chiunque, e questo prima ancora di avere inciso un solo pezzo. Il fatto è che provavo molto rancore nei confronti di chi suonava quel poppaccio elettronico che ha devastato tantissima musica popolare degli anni ’80… Quando fu il momento di metterla su disco, ragionai: “Cazzo, però, la prima canzone del primo album… Non è male cominciare così!”. 
Fortunatamente trovai in fretta un altro testo, e devo dire che mi piace molto di più. E’ una canzone che mi diverto ancora moltissimo a suonare e forse è quella che ho suonato di più in assoluto. Non so dire il perché: so che è divertente.”

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Chimena Palmieri
Sono Chimena Palmieri, classe 1963. Ho un diploma di Ragioneria, una Laurea in Sociologia, un lavoro presso l’Università Politecnica delle Marche. Ho un figlio, Francesco; ho amici, molti interessi e poche passioni. Sono nata a Castelfidardo, cresciuta a Numana, vivo ad Ancona: tutto in 30 chilometri, perché “Credo che la voglia di scappare da un paese con 20000 abitanti vuol dire che hai voglia di scappare da te stesso e credo che da te stesso non ci scappi neanche se sei Eddie Merx”.