In altre parole. Jhumpa Lahiri in italiano

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inaltreparoleTre lingue: una per la famiglia d’origine, una per il mondo e una per se stessa. Jhumpa Lahiri, nata a Londra nel 1967 da genitori bengalesi e cresciuta negli Stati Uniti, dove è scrittrice apprezzata (i racconti di L’interprete dei malanni, opera prima uscita nel 1999, sono stati premiati con il Pulitzer, mentre dal romanzo L’omonimo Mira Nair ha tratto il film Il destino nel nome), racconta un’anima divisa in tre nell’autobiografico e delizioso, cordiale e sottile In altre parole.
Il lessico familiare è, ovviamente, il bengalese: con la proibizione aggiuntiva di parlare inglese a casa. L’inglese è la lingua della competizione e dell’estroversione, del confronto con il mondo: come è andata, sfida vinta, lo abbiamo detto.
La lingua tutta per sé, come la stanza tutta per sé di Virginia Woolf, è l’italiano. Scoperto come una folgorazione durante un “petit tour” da studentessa a Firenze nel 1994. Coltivato “in esilio” negli Stati Uniti con lezioni e letture. Con progressi costanti ma non sufficienti per l’autrice: come il rapporto frustrante con una persona che si nasconde. Fino alla decisione di trasferirsi a Roma per qualche anno assieme al marito e ai due figli, per “attraversare il piccolo lago” da una riva all’altra e non continuare a nuotare in tondo (è la prima metafora che si incontra: In altre parole è anche una miniera di metafore).
Frutto maturo del soggiorno romano, durato dal 2012 al 2014, è questo libro pensato e scritto in italiano (con aiuti che Jhumpa Lahiri tiene a sottolineare: ma la materia prima è buona), insieme autobiografia e riflessione duplice sull’identità e sul mestiere di scrivere.
Non manca il “diario dell’apprendistato”, e proprio tenere un diario quotidiano in italiano fissa l’abitudine ad abbandonare l’inglese: perché si dice “c’è vento” ma “c’è il sole”? Che differenza corre tra l’imperfetto e il passato prossimo? Come funzionano le preposizioni? E così via. Jhumpa Lahiri prende l’abitudine di annotarsi su un taccuino tutti i termini che apprende parlando o leggendo (imbambolato, sbilenco, incrinatura, capezzale, sgangherato, scorbutico, barcollare, bisticciare, il sorprendente “claustrale”).
La lettura spazia da Leopardi alla Ferrante a Manganelli, passando per Tabucchi e Pavese, Moravia e Sciascia, Saba e Quasimodo, Verga e Carlotto, Vittorini e Natalia Ginzburg: molto belle le pagine dedicate alle lettere che Pavese scambia con Rosa Calzecchi Onesti per mettere a punto la versione einaudiana dei poemi omerici. Arricchisce il vocabolario ma pone un altro problema: come capire se una parola è passata d’uso, se ha una patina arcaica? Si sono posti il problema anche Conrad passando dal polacco all’inglese, Nabokov dal russo all’inglese, Kundera dal ceco al francese?
Interrogativi su interrogativi. Che portano a un vibrante elogio dell’imperfezione: «Qui in Italia, dove mi trovo benissimo, mi sento imperfetta più che mai. Ogni giorno, mentre parlo, mentre scrivo in italiano, mi scontro con l’imperfezione. Questa linea sinuosa lascia una traccia, mi accompagna ovunque. Mi tradisce, rivela che non sono radicata in questa lingua. Perché mi interessa, da adulta, da scrittrice, questa nuova relazione con l’imperfezione? Cosa mi offre? Direi una chiarezza sbalorditiva, una consapevolezza più profonda di me stessa. L’imperfezione dà lo spunto all’invenzione, all’immaginazione, alla creatività. Stimola. Più mi sento imperfetta, più mi sento viva».
Il rapporto con l’italiano come un innamoramento. «Nonostante le limitazioni, mi rendo conto di quanto l’orizzonte sia sconfinato. Leggere in un’altra lingua implica uno stato perpetuo di crescita, di possibilità. So che il mio lavoro, da apprendista, non finirà mai.
Quando ci si sente innamorati, si vuole vivere per sempre. Si vagheggia che l’emozione, l’entusiasmo che si prova, duri. Leggere in italiano mi provoca una brama simile. Non voglio morire perché la mia morte significherebbe la fine della mia scoperta della lingua. Perché ogni giorno ci sarà una nuova parola da imparare. Così il vero amore può rappresentare l’eternità».
Ce le hanno mai dette parole così belle? E che cosa abbiamo fatto per meritarci tutto questo? Un libro da amare.

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Bartleby
Bartleby scrive da sempre, non solo per Spettakolo! e non solo di libri (e film, politica, ideologia, tecnologia e altro): quindi potrebbe essere lo scrivano di cui parlava Herman Melville in quel racconto omonimo, dove Bartleby -richiesto di prestazioni a lui non gradite- semplicemente rispondeva preferisco (preferirei, avrei preferenza) di no . Ma con noi è sempre disponibile...