Nessuno si salva da solo. Forse…

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Nessuno si salva da solo
di Sergio Castellitto
con Jasmine Trinca, Riccardo Scamarcio, Roberto Vecchioni, Anna Galliena, Marina Rocco
Voto 6/7

Nessuno si salva da solo. Bel titolo. Ma a ripensarci sorge spontaneo un dubbio: non era meglio forse chiudere la frase con un punto interrogativo? Perché questa è la fatale domanda a cui la coppia di quarantenni, seduti faccia a faccia al tavolo di un ristorante, deve trovare il modo di dare una risposta. Lei è Delia col volto tirato e severo di Jasmine Trinca. Lui, Gaetano, tamarro scapestrato e scamiciato, con l’occhio tenero di Riccardo Scamarcio. Alle loro spalle un grande amore, due figli ancora piccoli e molta fatica. Sparare una frase così perentoria e anche decisamente un tantino funesta, fa sentire a disagio. E poi sarà vero? Che non ci si salva da soli? E chi l’ha detto? Certo, decenni fa la bella novella era questa: il gruppo poteva salvarti la pelle. Senza solidarietà reciproca non si andava (e non si va) da nessuna parte. Ma qui si sta parlando di quell’unità mononucleare che è la coppia, di quel passaggio tempestoso che avviene dall’amore che “strappa i capelli” e la pelle a suon di scopate furibonde all’amore che deve sopravvivere pagando i conti, affrontando responsabilità sconosciute, vincendo il peso del quotidiano, ma soprattutto spostando il centro della libido da due “io” a un multiplo “noi”. Castellitto (qui alla sua terza regia da un romanzo della assai famosa moglie Margaret Mazzantini, dopo Non ti muovere e Venuto al mondo), ancora una volta si concentra sulle complicate dinamiche dell’amore, del sesso (uno dei pochi registi in circolazione che affronta l’argomento con simpatica energia) e della coppia. Mette i due intorno a un tavolo, sguardi, occhi, primi piani, campi e controcampi con in mezzo pochi centimetri di legno, piatti e bicchieri, e alternando presente e continui flashback sul passato, ci narra la loro storia. Testimoni involontari una vecchia coppia al tavolo vicino, che alla fine dirà la sua: “ nessuno si salva da solo”. Appunto. Perché c’è la vecchiaia, la malattia, e infine la morte. A ben vedere, da soli o in compagnia, non si salva davvero nessuno. Ci si affeziona ai due ragazzi, coi loro genitori inadeguati, che forse li hanno segnati per sempre oppure no.
Ci si affeziona al loro sogno d’amore, alle loro rabbie, alle loro leggerezze, ai loro sorrisi, ai loro tradimenti. Alla loro crisi, in fondo, molto banale. Sembra di ascoltare confidenze e rimostranze vicine e lontane nel tempo. Sempre quelle. Sarà forse l’accento romano di Scamarcio, ma è come se fosse sempre tutto in famiglia, tra amici che conosciamo, e alla fine prendiamo un po’ sottogamba con un senso di angosciosa mestizia. Dall’Ultimo bacio a oggi non molto è cambiato nel tono delle voci e nel modo di raccontare. La cosa più interessante del film rimane la fine, o le multiple fini. Lo spettatore invoca il taglio: dai, falla finita con questa storia che non sta più in piedi, molla, vattene, stacca, fai qualcosa, tirami fuori da questa lenta, rabbiosa agonia. Non funziona così: il taglio non è possibile. Così i due, alzatisi da tavola, parlano e passeggiano con la vecchia coppia alla ricerca di un loro possibile rispecchiamento tra 20/30 anni. E vedono la vecchiaia. Si mettono a pregare davanti a una chiesa per l’anziano signore, o loro stessi…? Vanno a casa. Lui bacia i bambini. Se ne va. Lei, ex anoressica, si mette a mangiare, improvvisamente ha fame. Lo guarda dalla finestra. Lui esce, di colpo si volta a guardarla. Lei trasale, le cade il piatto di mano. Lui fa una capriola, accenna di spalle passi leggeri, si allontana, la saluta. Lei sorride. La fine non è un taglio secco, è un passaggio lento, forse lentissimo, dice Castellitto. Si va, si torna, ci si guarda, si sorride, si piange, su, giù, alla ricerca di qualcosa di cui si conosceva così bene la forza e che ora, alla fine, riconosciamo solo perché in assenza E allora: meglio resistere in coppia tra frustrazioni, tradimenti, rabbie e poco sesso, in assenza di ciò che un tempo ci riempiva la vita? (“Il grande freddo..no volevo dire un grande affetto” scappa detto alla madre hippie di Scamarcio). Oppure è meglio liberamente, fatalmente, disperatamente, rimanere soli? This is the question. E ognuno decida per sé.

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Rosa Baldocci
Nata a Genova, laureata in Lingue e letteratura inglese, specializzata in Scienze dello spettacolo, ha vissuto a Londra lavorando come ricercatrice in Rai. A Milano, dove risiede da 35 anni, è stata caposervizio cinema a Sorrisi e canzoni per lungo tempo, per poi passare ai femminili: caporedattore a Tu Style e vicedirettore a F, ideato insieme a Marisa DeiMichei tre anni fa. Ha scritto libri per le scuole come Il Testo e L'immagine (Zanichelli) e Britain on Film (Loescher)