Rebel heart: Madonna non esalta

Le aspettative erano alte, ma il nuovo album di Madonna non convince del tutto. Se Maddy avesse avuto il coraggio di eliminare alcuni brani, sarebbe stato molto meglio

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Rebel heart (Universal) di Madonna Voto: 6.5

Essenziale. Certo un termine che non mi sarei mai immaginata di inserire in apertura alla recensione di un disco di Madonna. Eppure era stata proprio lei, la regina del pop, ad affermare che sarebbe stata questa la caratteristica del suo tredicesimo album, Rebel heart: canzoni dall’anima acustica, che non avrebbero perso la loro natura se eseguite solo chitarra e voce. Tuttavia, a un primo ascolto del disco ci si accorge subito quanto questa dichiarazione fosse quantomeno azzardata, per un album che, fatte salve rare eccezioni, è trasversalmente dominato da una dance destinata a scalare le classifiche e suonare nelle discoteche di tutto il mondo. Il disco è ricco (25 pezzi per la versione deluxe, 19 per quella standard), forse troppo ricco: un maggior rigore nella selezione delle canzoni probabilmente avrebbe evitato la sensazione di “accozzaglia” di pezzi privi di alcun legame, di un’idea complessiva che dia loro una ragion d’essere. In effetti, le canzoni buone ci sarebbero. Ghosttown, Unapologetic bitch, in cui il pop di Madonna viene coniugato al reggae di Diplo, e Iconic, feat. Mike Tyson, il quale ha dichiarato a Billboard di essersi ispirato ai discorsi di Mussolini per il suo cameo iniziale. Il tutto, a riprova del fatto che la regina del pop è una che sa sfruttare alla perfezione le collaborazioni di cui si avvale. I pezzi che non tradiscono le aspettative in realtà sono soltanto una manciata: Devil Pray, pezzo firmato Avicii, in bilico tra EDM e folk, Joan of Arc e soprattutto la title-track, l’intima Rebel heart, canzone migliore dell’album, in cui la regina del pop tira le somme della sua vita sotto i riflettori. Il problema è che Madonna non si evolve, tradendo le speranze di chi si aspettava da Rebel heart la somma di 30 anni di carriera, il ruggito della leonessa contro chi la considerava finita, dopo gli ultimi deludenti lavori. Il disco, comunque più che discreto, strizza l’occhio di continuo alla dance più moderna; in realtà Mrs. Ciccone cede il passo alle artiste più giovani, di cui pur è stata maestra indiscussa, ma che sono riuscite ad andare oltre, coniugando la propria personalità ad altri generi, evolvendosi: un esempio su tutti, Lady Gaga. Madonna non fa il passo in più, realizzando un album che è autoincensazione di se stessa. I temi sono sempre i soliti da 30 anni: questa è Madonna e certo non ci si può aspettare una rivoluzione. Ma brani come Veni, vidi, vici (carrellata autoreferenziale di diversi suoi brani), Illuminati (in cui cita alcuni dei suoi “rivali” musicali, come Rihanna, Jay-Z, Oprah, Beyoncé e Lady Gaga), o Bitch, I’m Madonna, per quanto provenienti da una delle più grandi dive musicali di tutti i tempi, appaiono autoreferenzialità quantomeno cacofonica. Alla soglia dei 60 anni, Madonna sembra essere più preoccupata a non perdere il suo ruolo universalmente noto di “sex bomb”, con l’ossessione di essere ancora riconosciuta come un’icona giovane. L’evoluzione, anche dettata dall’età, quindi, è vietata, nel nome di una regola non scritta secondo la quale è necessario suonare ciò che funziona, e poco importa se ciò che funziona è una pop-dance musicalmente e testualmente banale, senz’anima. In sostanza, Madonna realizza un album autocelebrativo che non riesce ad andare oltre la tautologica celebrazione di se stessa.

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Laura Berlinghieri
Nata a Venezia, ma vivo a Milano. Classe '93. Diploma al liceo scientifico-linguistico, ultimo anno di Giurisprudenza all'Università di Padova e un Erasmus in Spagna. Tanti interessi: dalla scrittura alla musica, dai viaggi alla politica. Musicista per diletto e aspirante giornalista. Prime collaborazioni con Max/Gazzetta dello Sport, Radio Base di Mestre, Young.it e NonSoloCinema.com. Giornalista pubblicista, da cinque anni inviata alla Mostra del Cinema di Venezia.