Bessie Smith: ascesa e declino dell’Imperatrice del Blues

Breve storia della donna che fece del Blues al femminile un'arte, uno stile di vita e (quasi) una fede.

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Non è stata facile, la vita, per Bessie Smith, proprio no. Nacque del 1894 a Chattanooga, Tennessee. Iniziò la carriera da bimba, come cantante occasionale di strada, per racimolare qualche nichelino per la famiglia, rimasta senza padre (morto quando lei era piccina, pastore battista) e oltremodo indigente. All’età di nove anni, anche sua madre morì e la sorella maggiore, Viola, si prese cura di lei e degli altri fratelli e sorelle. Bessie continuò a cantare, sia Lode al cielo, pensarono i familiari, e a portare qualche soldo a casa. Era brava, Bessie, con quella sua voce così bella e forte, per una bimba così giovane. Tanto brava che nel 1911, sulle orme di un fratello scritturato l’anno prima, fu assunta come ballerina dalla Moses Stokes Company, una compagnia itinerante di musicisti blues, shuffle, shake e con tanto di spettacolo vaudeville. In quella compagnia, incontra Gertrude “Ma” Rainey, una signora che con il blues e le sue diramazioni (anche le più estreme, ascoltare “Shave ‘em dry” per credere) aveva una familiarità a dir poco totale. Dal 1913, forte dell’esperienza accumulata accanto a Gertrude e sempre con lei affianco, Bessie mise radici ad Atlanta e si legò al TOBA, (Theatre Owners’ Booking Association, ma i musicisti avevano cambiato l’acronimo in Tough On Black Asses), un’associazione di agenti teatrali specializzati in compagnie itineranti di minstrel shows e blues. Cominciò così un decennio di spettacoli paralleli alle coltivazioni del tabacco in primavera e di cotone in autunno, dal Tennessee alle miniere di carbone di Sea’s Islands, al largo della Georgia. Fu una gioventù vagabonda e sensuale, quella di Bessie Smith. Un’educazione sentimentale davvero niente male.bessie-smith-1

Erano i tempi in cui la gente accorreva da miglia e miglia per ascoltare le grandi cantanti del momento. Per vivere il brivido del blues, uomini e donne salivano a bordo di treni stracolmi, pigiati come sardine. Venivano da ogni parte del Sud: insediamenti fluviali, campi di granturco, segherie. Si assiepavano nei tendoni montati per gli spettacoli, con la segregazione razziale sempre ben presente: i neri da una parte, i bianchi dall’altra. L’atmosfera ribolliva, il pubblico partecipava alle esibizioni e le cantanti blues affrontavano temi scottanti nelle loro canzoni che, come da canone, rispecchiavano la vita reale. Quando parlavano di uomini disonesti e crudeli che abbandonavano le famiglie, le donne tra il pubblico applaudivano ed emettevano chiare grida di approvazione. E fu in quest’atmosfera di ribollente, vissuta umanità, che Bessie affinò la propria voce e il proprio essere donna, nera e cantante di blues. Eh, sì: perché il cantante di Blues, ai tempi, era un predicatore laico in grado di poter mettere in musica pregi e difetti della propria comunità , che conosceva meglio di chiunque altro, nel bene e nel male, e dire cosa andava e cosa non andava. Rivelò una personalità preponderante e un carattere durissimo, frutto d’un rapporto con la vita diretto e senza inutili illusioni. Amava frequentare i buffet flats che, negli anni ’20 erano luoghi dove spassarsela senza il rischio che la polizia facesse retate. Erano club privati che offrivano di tutto: spettacolini erotici, gioco d’azzardo, liquori di contrabbando ed altro. Erano gestiti da tenutarie che, in modo efficiente e professionale, tenevano al sicuro i contanti che i clienti affidavano loro all’inizio della serata, che poi erano ritirati di volta in volta, durante la notte, in base alle esigenze dei clienti.

 

Nel 1923, incise “Down Hearted Blues” per la Columbia. 780.000 copie vendute. Così, in un botto fragoroso, ecco Il Successo, e grazie unicamente ai “race records”, le incisioni destinate al mercato della gente di colore. Si comprò un vagone ferroviario per potere viaggiare liberamente e non incorrere nei divieti razziali relativi ad alloggiare i neri. Con la sua band rielaborò e portò alla notorietà vecchie canzoni della tradizione nera. E mica cantava soltanto, Bessie, oh, no. Bessie cantava, ballava, recitava -anche come attrice e comica era brava-, mimava. Bessie non cantava il blues, no: Bessie era il Blues. Amore, passione, tradimento, erotismo, dolcezza, disillusione, brutte e belle storie. Bessie era il Blues, uomo. Il Blues. Dopo il blues piovve tanto jazz, il Blues più educato e sincopato che piaceva tanto anche ai bianchi, con jam e dischi insieme a musicisti del calibro di Louis Armstrong e Fletcher Henderson. Vennero tante tournée, di successo anch’esse, che la resero la cantante di colore più pagata al mondo. La resero uguale ai bianchi che andavano a vederla e a quelli che a vederla non ci sarebbero andati mai solo perché nera. Ricca e potente, sempre più. Ricca, da poter pagare in contanti auto di lusso altrimenti riservate alla high class bianca e lasciare di stucco il venditore; potente, da potersi permettere di cacciare a invettive e parolacce gli incappucciati del Klan intervenuti con le solite, cattive intenzioni a un suo spettacolo. E quanto a sentimenti e romanticismo, basti dire lasciò una rivale in amore riversa in mezzo alla strada dopo averla brutalmente malmenata, e che con le forze dell’ordine intervenute, se la cavò con una semplice multa. Era terribile, Bessie Smith. L’Imperatrice del Blues.

imagesPoi, arrivò la Grande Depressione, che spazzò via gli spettacoli itineranti e il vaudeville, rimpiazzandoli con i film sonori. Il solo biennio 1930/31 rase al suolo il mercato dei “race records”, destinato a una fetta di popolazione mai così povera prima di allora. E la situazione peggiorò. Bessie sprofondò nell’alcool e nell’autocommiserazione per anni, prima di avere l’opportunità di sostituire per qualche mese la malata Billie Holiday al Connie’s Hill di Harlem. Fu la sua ultima grande opportunità e la sua ultima grande apparizione. L’Imperatrice morì in un incidente stradale il 26 settembre 1937. L’auto su cui viaggiava urtò un camion e si ribaltò. La cantante, con l’avambraccio destro troncato nell’incidente, fu raccolta da un’ambulanza sollecitamente intervenuta e fu portata all’Afro American Hospital, un ospedale per afroamericani, ma le condizioni dell’artista erano disperate e non le consentirono di sopravvivere. Le voci sull’omissione di soccorso per motivi razziali furono smentite da una ricostruzione dei fatti un po’ più accurata rispetto alla versione riportata a caldo da John Hammond. Il funerale, svoltosi a Filadelfia, vide il concorso di più di settemila persone; Bessie Smith fu sepolta ma la sua tomba rimase per tanti anni disadorna e priva di lapide. L’ultimo marito destinò ad altro i soldi raccolti con una colletta dagli amici, anziché pensare a lei. Solo nel 1970 la Columbia, in concomitanza con la produzione di cinque album contenenti le incisioni della cantante, per ragioni pubblicitarie rimediò a quel torto facendo apporre una lapide in cui era scritto: «La più grande cantante di blues del mondo non smetterà mai di cantare». Per mano di Janis Joplin. Casualmente.

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Fulvio Bacci
Fulvio Bacci è nato, vive e lavora a Milano. È appassionato di storia, in particolare medioevo, e musica, cinema, lettura, basket, rugby, Irlanda e Scozia. Canta nella rock band milanese Minshara. Non è sposato e non ha figli. Si diletta di scrittura ma proprio perché non ha niente di meglio da fare. Fumatore accanito. Non ha soprannomi tranne "Ginocchio". Ha amici molto spiritosi.