Sguardo magnetico, ciuffo alla David Lynch e tanta umiltà: Fabio Mora è una persona che, nonostante il carisma e il suo ruolo da rockstar, ci tiene a metterti subito a tuo agio. Si presenta con una maglietta dei Ramones, quando gli suona il cellulare parte coerentemente Hey ho, let’s go! e ha un cane che nel corso dell’intervista cerca di farsi notare fracassando tutto. Mentre parla usa molto il termine “sinteticità”, ma allo stesso tempo mi chiede se si sta dilungando troppo e si scusa. Mi dice che è la sua prima intervista per Mareluce e che è molto emozionato di questa cosa, gli confesso che anche per me è la prima intervista che realizzo, quindi siamo in due.

Mi mostra orgoglioso in anteprima il “nuovo nato”, un doppio cd che esce domani in confezione Digipack: è la prima volta che i Rio pubblicano un disco in questo formato. È un modo per essere coerenti al loro progetto ambientalista in collaborazione con Lifegate: le emissioni di anidride carbonica generate con la creazione del disco verranno compensate piantando alberi in una foresta nel Lazio. Mareluce è un disco a impatto zero sull’ambiente, tema da sempre caro ai Rio, fin dai tempi in cui incisero Il Gigante assieme a Fiorella Mannoia e Paolo Rossi.

Mareluce ha una copertina semplice ed essenziale: da dove è nata l’idea?

C’erano due o tre alternative, io avevo le idee abbastanza chiare: tutto è partito da una foto scattata un anno fa in Liguria e che abbiamo inserito all’interno del disco. Quando dai un’alternativa alla fine ti devi sempre adattare, invece stavolta sono arrivato a ottenere quasi quello che volevo. Una delle cose per le quali ho combattuto è stata la scelta di utilizzare un colore in copertina: mi piace questa tradizione di portare un Pantone all’interno della discografia dei Rio. Dieci anni fa siamo partiti quasi casualmente con la proposta di un grafico (Paolo De Francesco, ndr) e questa idea nel corso del tempo è diventata il nostro marchio di fabbrica. Mi sto “appassionando” al design e, dopo esser cresciuto apprezzando copertine metal e punk, penso di essere diventato un sostenitore della sinteticità delle cose.

mareluce
La copertina di “Mareluce”, in uscita il 17 marzo 2015

Discutete spesso all’interno del gruppo in situazioni come questa?

Noi siamo un gruppo molto democratico. Mi piace molto confrontarmi con i ragazzi proprio perché siamo un gruppo, credo che questo sia uno dei pochi gruppi che si possano definire tali, perché ognuno deve sapere cosa sta succedendo per avere la possibilità di interagire con le idee dell’altro. Paddo si occupa del lato organizzativo perché è il più quadrato di tutti, è il batterista! Bronski si occupa della parte artistica-musicale. Giò, essendo l’ultimo arrivato, filtra un po’ tutte le idee degli altri e dà la sua impressione. Io invece sono l’archivio storico, la memoria – quando c’è! – e mi occupo del lato più astratto delle cose, dell’immagine, della comunicazione… Il progetto dei Rio ha sviluppato una sua personalità soprattutto nel corso degli ultimi anni. Prima facevamo fatica a far capire alle persone cosa facevano i Rio, negli ultimi due anni e mezzo ho messo a fuoco cosa doveva essere questo progetto e, per fortuna, gli altri nella loro incoscienza mi seguono.

Nella tracklist avete inserito Strega comanda colore, una vera e propria chicca per i fan più affezionati, ormai introvabile da tempo.

Ci chiamavamo Del Rio, quello fu il primo embrione della formazione della band. È stata la prima canzone che abbiamo scritto io e Marco (Ligabue, ndr) insieme. Noi facevamo cover dal vivo di tex-mex, qualche blues, rock’n’roll anni ’50 e in scaletta c’era una cover di Iko Iko, che nel tempo ho scoperto essere una ninna nanna nata come canto degli afroamericani: una volta l’ho sentita cantare da una mamma al bambino che aveva in braccio, veramente da pelle d’oca. Noi la suonavamo dal vivo e a me piaceva tantissimo perché ci dava la possibilità di interagire con il pubblico: lì mi è nata l’idea di scrivere questa melodia e di appoggiarci sopra questo gioco che si faceva da bambini, poi il testo è nato da sé abbastanza velocemente.

IMG_3247
Foto: Benedetta Taddei

Qual è il criterio che avete seguito nella scelta dei pezzi da includere in questa raccolta?

Ci sono le canzoni che ci hanno rappresentato di più in questi 10 anni, più qualcuna alla quale siamo legati particolarmente. Ci sono anche pezzi che non sono mai stati singoli, ma che dal vivo hanno una forza bestiale: pensa a Che effetto fa, l’abbiamo voluta inserire perché anche quella è una sfumatura dei Rio che dal vivo funziona molto bene. Magari qualcuno che non ti conosce potrebbe storcere il naso ascoltandola: siamo tutti onnivori di musica di generi diversi, e questo nelle nostre canzoni si sente. Per noi è indifferente inserire in un album canzoni come Che effetto fa o Tutti fuori accanto a brani più adatti alle radio: noi ci consideriamo un gruppo pop, siamo consapevoli che se fai musica non la fai solo per te stesso. Il progetto di scrittura della canzone nasce dentro casa tua, dal tuo cuore, però se questo è il tuo lavoro o la tua passione devi sempre disposto a confrontarti con chi ti ascolta.

Penso che la chiave per rimanere vivi artisticamente nel tempo sia la continua ricerca di nuove sonorità, odio l’essere chiuso dentro un tempo. Difficilmente, anche se provi a mantenere una matrice, cerchi di rimanere chiuso all’interno di un discorso legato al pubblico: noi non facciamo le canzoni in base al pubblico che cerchiamo, perché lo abbiamo già, piuttosto noi facciamo canzoni in base a quello che ci sentiamo e cercando di mantenere il colore che hanno i Rio.

Hai parlato di matrice: esiste un filo conduttore che attraversa l’intera produzione discografica de I Rio? Se volessimo fare un confronto con i vostri singoli d’esordio, come è cambiato il vostro modo di scrivere in questi ultimi anni?

Credo che il filo conduttore sia la solarità: la filosofia dei Rio è diventata quella, è il nostro stile di vita al di fuori della musica ed è quello che ci dà la soddisfazione maggiore quando vedi le persone stare bene con quello che fai. Quello è il significato, è quello che dà il senso al nostro lavoro. Anche se avrai sempre qualcuno che avrà da dire “Oh, i Rio sono sempre quelli”, quello che mi interessa è riuscire a lanciare un messaggio positivo attraverso la nostra musica all’interno della merda che abbiamo intorno: questa è la cosa più importante che abbiamo, poi non so se verrà riconosciuta da tutti quanti, però io la sento molto.

Pensa a Mariachi Hotel, l’immaginario del Messico attraverso il pop italiano: questo raccontare canzoni d’amore con parole semplici è una cosa che abbiamo mantenuto nel tempo e che ci contraddistingue, cercando sempre di guardare avanti. In Fiori credo ci sia stata un’evoluzione di scrittura notevole, un grosso lavoro di ricerca.

…e negli inediti contenuti in Mareluce?

Questo best of è una chiusura di 10 anni di carriera. C’è uno sguardo verso il futuro con La precisione, assieme alla nostra parte più solare che potrebbe essere Mareluce: l’ha scritta Bronski, l’abbiamo registrata un anno fa e mi piace la sinteticità che dimostra, la stessa di quei messaggi che con poco possono esprimere davvero tanto immaginario. C’è una canzone che ho scritto io, si chiama Orizzonti liquidi: è un pezzo abbastanza cupo e gli abbiamo dato un vestito alla True DetectiveBronski ha voluto a tutti i costi inserirla nel disco per aggiungere una sfumatura diversa. Io l’avrei evitata, è una canzone veramente particolarissima, i fan dei Rio storceranno il naso sicuramente. Altre canzoni scritte da me uscite in passato come Ninna nanna di luglioIl cuore di Mia o Ti chiedo scusa rappresentano la parte un po’ più scura dei Rio. Io sono un po’ più oscuro, anche se probabilmente la riflessione del solare è quello che cerco, forse proprio perché conoscendo le ombre cerco sempre la luce al di fuori di queste cose: voglio vedere la luce negli occhi delle persone.

 

In 11 anni di carriera avete girato palchi di tutti i tipi e avete vissuto momenti importanti: se ti chiedessi di farmi vedere una foto scattata in questo lungo periodo, quale mi mostreresti?

Ce ne sono parecchie, alcune sono di momenti divertenti che abbiamo passato in Brasile. Ce ne sono di divertentissime legate proprio agli esordi quando giravamo nei localacci d’Italia per poco e niente distruggendoli. In un locale ho rotto un bancone di cristallo: ho avuto la cattiva idea – se così si può definire – di salirci sopra e saltare. I vetri sono volati dappertutto sulla gente, io ero tutto tagliato, poi mi sono arrampicato aggrappandomi al bancone e sono tornato su… eravamo molto incoscienti e molto rock’n’roll!

Una cosa che mi ha insegnato tanto, a parte il viaggiare parecchio e avere avuto la fortuna di conoscere tante culture, è stato un nostro concerto a Cracovia (700 studenti di Modena chiesero ai Rio di fare questo viaggio con loro per ricordare le vittime dell’Olocausto, ndr): io ero terrorizzato perché mio padre era stato in campo di concentramento, avevo paura di provare delle emozioni troppo forti e di non essere in grado alla fine del viaggio di fare un concerto con i Rio. Non capivo perché i Rio dovessero essere lì a suonare dopo quattro giorni di camere a gas e pugni nello stomaco. Al termine del viaggio ho capito quello che dovevo fare: continuare e dare un momento di leggerezza alle persone, perché c’è talmente tanta merda in giro e io dovevo essere lì per quello.

È stato un concerto bellissimo, alla fine abbiamo chiuso con Give peace a chance di John Lennon: fu molto rock perché c’era tensione, ma quella è stata la valvola che ha fatto esplodere i 700 ragazzi presenti con noi, i Rio dovevano essere lì perché dopo quel viaggio c’era bisogno di ricordarsi che “il sole sopra le nuvole splende sempre”: nonostante le difficoltà bisogna ricordarsi che c’è sempre una possibilità di fare qualcosa di buono.

IMG_4116
I Rio sul set del video “La Precisione” – Foto: Annalisa Russo

Che ruolo ha avuto la musica nella tua vita?

Vengo da un’adolescenza molto turbolenta, ho visto molte ombre nella mia infanzia ed ero un personaggio poco raccomandabile: la musica mi ha salvato. Dopo i 18 anni ero molto arrabbiato e facevo della roba abbastanza cattiva che è rimasta dentro di me, cose che non puoi cancellare. Poi ho avuto la fortuna di entrare nei Ladri di Biciclette, dal ’96 al ’98, e lì ho capito cosa volevo fare. Racconto sempre che mi considero un mix tra Ozzy Osbourne, Totò e Stanlio e Ollio (ride): ho scoperto che quando facevo divertire le persone stavo bene. Vedevo che le persone si divertivano e ridevano. Forse non è il messaggio che dovrebbe lanciare la musica, o forse lo è. Lì il mio atteggiamento è cambiato: ho capito che dovevo fare musica e divertire al tempo stesso, essere quello che sono e dare gioia alle persone con quello che faccio.

Nella vostra attività artistica non ci sono solo i Rio: qualche mese fa hai inciso un disco di cover blues con Bronski, Giò suona con i BiFolk e Paddo ha lanciato Cubevent, un nuovo progetto di crowdfunding per promuovere la musica live in Italia: siete molto produttivi, riuscite a star dietro a tutto?

A dirti la verità, secondo me potremmo fare molto di più, forse siamo anche pigri. La nostra fortuna di confrontarci e di essere tutti al corrente di tutto è molto importante, perché poi uno è più tranquillo di gestirsi la propria vita privata. Negli anni abbiamo imparato che, vivendo tanto assieme, per poter assimilare nuove cose devi essere capace di essere un singolo, altrimenti le cose esplodono. Devi imparare a portare le tue idee da singolo e riuscire ad affrontare il confronto con gli altri, così hai sempre qualcosa di nuovo da condividere. Questo fermo artistico ci voleva perché erano 10 anni che pensavo ogni giorno solo ai Rio, non ho mai fatto nient’altro e se non mi fossi fermato non avremmo avuto più nulla da raccontare.

Nel tour di Mareluce ci sarà spazio per un piccolo momento targato Mora & Bronski all’interno del set?

Qualche persona ce l’ha già chiesto, io sarei per tenere le cose divise. Ci sono già molti colori all’interno della musica dei Rio, inserire un ulteriore momento di blues potrebbe essere bello solo per pochi. Nei nostri live siamo già abbastanza caotici, il fatto di riuscire ad arrivare a un pubblico vasto è sempre stato la nostra croce e il nostro pregio, perché quando suoni nelle piazze puoi attirare l’attenzione facendo un pezzo come un altro. Però in questo caso preferirei di no: ho fatto un progetto blues, ma i Rio sono un’altra cosa.

Magari dal vivo una sera ci scappa e lo facciamo, come ci è capitato di suonare Invisibili facendola cantare a Bronski, però guardo sempre a chi non ti conosce. Chi viene a vederti dal vivo per la prima volta non ti capisce quando fai Il movimento dell’aria e subito dopo fai Che effetto fa, la gente dice “Ma questi cosa fanno?”, ti assicuro che è così. La nostra scaletta è sempre molto importante: non posso svelarti nulla, ma ti assicuro che la data di inizio tour al Fuoriorario il 20 marzo avrà delle belle sorprese, sarà una serata davvero speciale (sorride).

Uno dei momenti più divertenti e inaspettati nei vostri concerti è il bis con scambio di strumenti: come è nata l’idea?

I mezzi di produzione sono quello che sono e dovevamo trovare un effetto scenico che stupisse (ride), allora perché non fare questa cosa? Erano almeno 15 anni che non prendevo in mano il basso, però quelle due-tre note riuscivo a tenerle… Abbiamo cominciato con Back in the U.S.S.R. al Fuoriorario, ed è piaciuto molto. Cerchiamo sempre cose semplici che però possano comunicare tante cose. È stata la prima volta di Bronski come cantante e, ti dirò, anche Paddo canta benissimo, però è molto vergognoso, ma sta arrivando piano piano anche lui ad avere un suo momento di attenzione per quanto riguarda questo aspetto. Mi piace che i Rio siano quattro personaggi ben identificabili all’interno di una cosa sola, un po’ come i Beatles – detto tra molte virgolette!

Alcuni anni fa si verificò una situazione simile con i Muse in diretta a Quelli che il calcio: al termine dell’esibizione Simona Ventura era convinta di parlare con il cantante quando invece si trattava del batterista…

Ti dirò, abbiamo sfiorato anche noi una situazione simile in un programma televisivo e ci abbiamo scherzato su, fa parte del gioco. Non so perché i Muse lo abbiano fatto però… posso dirlo? Han fatto bene. (ride)

La motivazione era quella del playback imposto dal programma televisivo, da brave rockstar ribelli…

Ormai il termine “ribelli” all’interno dei media è una parola molto abusata… Mi è capitato di usarla recentemente per sostituire la parola “rock”, perché ormai la parola “rock” a me dice poco, è stata consumata abbondantemente. Ho usato la parola “ribelle” perché non riuscivo a identificare un momento di libertà che può esserci sul palco, però so benissimo che all’interno dell’ambiente mediatico “rock” e “ribelle” hanno perso il loro significato.

I Rio sul set del video "La Precisione" - Foto: Annalisa Russo
I Rio sul set del video “La Precisione” – Foto: Annalisa Russo

Tra voi e il pubblico c’è molto affetto, è innegabile, non c’è quella distanza fisica tra la transenna e il palco che spesso rimane anche quando il concerto è finito: è arrivata l’ora di provare lo stage diving?

(ride) Dall’alto dei miei anni, se è così che si dice, direi proprio di no! Ho già fatto cose allucinanti negli anni passati in giro per l’Italia e per il mondo. Ho cantato sopra dei tetti, sono salito a cantare sui balconi entrando in casa con il microfono in mano… Quel tempo per me è finito, voglio che l’attenzione sia sulla musica, non penso che lo stage diving faccia parte del mondo dei Rio… la verità è che temo di non essere preso al volo (ride).

Sono sicuro che qualcuna delle tue fan in prima fila ti prenderebbe al volo…

(ride) Potrei fargli del male perché sono un finto magro, e il mio dolce peso preso al volo si sentirebbe. Vivo il concerto molto fisicamente, non c’è nessuna differenza, non esiste lo stacco tra noi che siamo sul palco e il pubblico che sta sotto. Diventiamo una cosa sola perché quando sono sul palco è come se mi guardassi da giù, quello che faccio sul palco è quello che vorrei vedere a un concerto degli altri, cosa che ormai capita raramente. Io mi sento uno del pubblico che guarda, che vuole ridere e piangere, ma se mi saltasse addosso uno dal palco penso che lo picchierei (ride).

Cosa porti a casa al termine di un vostro concerto?

Ce lo siamo detti per tutta la chiacchierata: che sia stata la musica, o una frase che abbiamo detto, o un atteggiamento o una cazzata, l’importante è quando la gente viene lì e mi dice che si è divertita. In quella situazione sono soddisfatto di ciò che abbiamo fatto, non solo riguardo la musica, ma a tutto l’insieme. I Rio ormai sono diventati uno stile di vita: quando mi vengono a dire “Non è estate senza i Rio” o “È primavera, ci vogliono i Rio” sono veramente felice di questo, perché vuol dire che quello che vogliamo raccontare con le nostre sfumature è arrivato. Quando hai finito un concerto, hai sudato, hai cantato, hai espresso un’emozione detta onestamente, possa essere anche banale, quando mi dicono “mi sono divertito, sono stato bene”, ecco, quello per me è il top.

Il “Mareluce tour” farà tappa nelle seguenti città:

20/03 – Reggio Emilia – Fuori Orario
26/03 – Frosinone – Off Side
27/03 – Palermo – Candelai
28/03 – Catania – La Cartiera
29/03 – Napoli – Fabric
03/04 – Firenze – Viper
11/04 – Alessandria – Live 23
17/04 – Mantova – La piazzetta
23/04 – Roma – L’asino che vola
24/04 – Milano – Live Forum

Sito web ufficiale: www.rioofficial.it
“Mariachi Hotel” – Fan Club ufficiale: www.mariachihotel.net

CONDIVIDI
Riccardo Medana
Non ha ancora capito cosa farà da grande, ma per adesso ha in tasca una laurea magistrale in Ingegneria Informatica, fa lo sviluppatore Web freelance, collabora con il Politecnico di Milano e con varie società di comunicazione. Ama lavorare dietro le quinte e, in generale, "si ripete spesso che è fortunato" (cit.). Appassionato di musica, eventi e fotografia live, adora andare ai concerti e quando può si precipita sotto il palco a scattare. Si (pre)occupa della parte tecnica di Spettakolo.it (quindi se il server crolla è colpa sua).