Lo zucchero amaro di Sixto Rodriguez

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Sugarman LocandinaSixto Rodriguez è un nome che pochi conoscono, ma rappresenta una delle storie più belle e tristi legate al mondo musicale degli anni ‘70 del secolo scorso.
Anche in questo caso, come per Vivian Maier, solo la tenacia e la determinazione di un giornalista – Stephen Segeman – alla disperata ricerca di quello che era poco più che un fantasma, e del regista Malik Bendjelloul – morto suicida nel 2014 – autore del bellissimo e struggente Searching for Sugar Man (Oscar 2014 come miglior documentario), abbiamo avuto la fortuna e il privilegio di conoscere uno dei più talentuosi e sfortunati musicisti del ventesimo secolo.
La fortuna, si sa, non sempre arride ai più meritevoli, ma spesso segue vie capricciose e beffarde. Accade così che Sixto Rodriguez – figlio di un immigrato messicano e di una nativa americana con origini europee – nato nel 1942 a Detroit, capitale dell’industria automobilistica e oggi città in fallimento, riesca, nel 1970, a pubblicare un bellissimo album: Cold Fact. Uno stupendo affresco in 12 brani del mondo di Rodriguez, fatto di spacciatori, drogati, giovani adolescenti sulla via della perdizione e compagnia bella.
Testi di una poesia unica, come quello di Sugar Man: Sugar man, won’t you hurry / ‘Cos I’m tired of these scenes / For a blue coin won’t you bring back / All those colors to my dreams / Silver magic ships you carry / Jumpers, coke, sweet Mary Jane… oppure di I Wonder: I wonder how many times you’ve been had / And I wonder how many plans have gone bad / I wonder how many times you had sex / I wonder do you know who’ll be next…
Una voce calda, senza fronzoli, con un timbro particolare e indimenticabile. Testi “sociali” musiche semplici ma azzeccatissime, ritornelli che, una volta ascoltati, non escono più dalla testa. Un Bob Dylan – e forse anche meglio – che incarna tutto ciò che significa essere minoranza sociale negli Stati Uniti degli anni ‘70. Eppure.
Eppure, malgrado un disco che rifulge come un diamante nell’immondizia, Rodriguez vende pochissime copie e non entra nemmeno in classifica. Neanche l’anno successivo, quando pubblica l’altrettanto bello Coming from Reality, succede qualcosa che possa cambiare la sua vita.
Se la storia finisse qui, non si discosterebbe poi tanto da quelle di innumerevoli emeriti sconosciuti, seppur talentuosi. Il solito destino che si accanisce sui più inermi, i meno furbi, quelli che credono basti il talento per, prima o poi, riscuotere ciò che è dovuto.
Quindi, abbandonata l’idea di vivere di musica, Sixto comincia a lavorare come operaio, e a fare tutti quei lavori che gli permettono di sopravvivere. Non per questo abbandona quella che per lui è una lotta contro le ingiustizie sociali, candidandosi alle comunali di Detroit – venendo naturalmente trombato – e laureandosi in filosofia alla Wayne State University nel 1981.
Una delle figlie racconta che, malgrado le ristrettezze economiche nelle quali vivevano, il padre la portava spesso in visita a mostre e musei, ricordandole che, per quanto appartenessero al proletariato, questo non significava non poter godere di cultura e bellezza.
Ma ciò che Rodriguez non sapeva, è che durante questi anni bui di fatica e stenti, in Sud Africa e Australia era una vera celebrità. I suoi dischi facevano parte del bagaglio culturale dei giovani che combattevano contro l’apartheid, tanto quanto – e forse anche più – dei Rolling Stones. Inoltre, a dargli un’aura di ulteriore mistero, circolavano voci secondo le quali l’autore degli album più venduti fra i giovani sudafricani fosse morto, suicidatosi sul palco durante una delle sue esibizioni. Quello che è certo, è che qualcuno stava lucrando alle sue spalle.
Solo nel 1996, la figlia si imbatte in un sito a lui dedicato, nel quale si cerca di fare luce sul mistero Rodriguez. E qui il documentario dà il meglio di sé, mostrando come, ormai cinquantaseienne e fra l’incredulità dei suoi compagni di lavoro che paiono usciti da un film di Michael Cimino, Rodriguez parte per un tour di sei concerti in Sud Africa, realizzando finalmente il sogno di far conoscere la sua musica a tutto il mondo.
Un musicista che, conclusi i tour, torna a vivere nella cadente Detroit, in una casa sgangherata e senza riscaldamento, ormai logorato da una vita di fatica, eppure senza aver perso il sorriso dolce, la modestia e la gentilezza di un uomo che la vita ha duramente punito, donandogli l’amara beffa di un successo arrivato ormai troppo tardi.
Un’occasione in più per non perdere i concerti che terrà a Milano il 15 maggio al Teatro degli Arcimboldi, il 20 al Gran Teatro di Roma e il 23 al Teatro Verdi di Firenze.

 

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Davide Lopopolo
Diplomato al Liceo Artistico di Milano nel 1980, avrei sempre voluto fare l’artista. Ma, visto che si deve anche mangiare, mi sono inventato grafico editoriale e pioniere dei primi sistemi di impaginazione Apple, scoprendo un nuovo amore. Mi è andata bene, ho collaborato con le maggiori case editrici italiane e ora sono un art director sul libero mercato. Però il primo amore non si scorda mai, così sogno ancora di diventare un artista...