Ho incontrato Fabrizio Moro durante la tappa milanese del suo instore tour per parlare dell’ultimo album, Via delle Girandole 10. Il suo cambiamento personale si rispecchia anche nel suo settimo lavoro: le sonorità ricercate tra rock e folk e un’atmosfera disillusa hanno prodotto, a detta di Moro, il suo disco più personale.

Via delle Girandole è una via che ha fatto parte della tua vita?

Ci siamo trasferiti con tutta la band per circa tre mesi a Montalto di Castro, un paesino vicino a Viterbo, dove abbiamo pre-prodotto trenta tracce di questo lavoro. Quando siamo andati a scremarle e abbiamo scelto le dieci che compongono questo Via delle Girandole mi sono accorto che tra le canzoni non ce n’era una che con il titolo potesse rappresentare l’intero album. Una mattina camminando per quelle vie mi sono accorto che la via adiacente al nostro studio di registrazione era via delle girandole e l’unico numero civico era il 10. Ho voluto intitolarlo così non per fare un tributo al posto ma al momento della mia vita, in quei tre mesi sono successe una serie di cose molto importanti alcune brutte e alcune belle e ho voluto ricordare così quel momento.

Prima di finire il tuo sesto album L’inizio hai dichiarato di aver perso un po’ l’ispirazione, con questo com’è andata?

In realtà io scrivo in continuazione, credo che poi per mettere in circolazione un lavoro devi essere convinto di quello che stai facendo. Non ho mai seguito i tempi discografici.

Tu infatti rimani fuori dalle dinamiche dello show-business.

Sì i paletti dello show business mi hanno rovinato la vita per un certo periodo di tempo, infatti adesso mi produco da solo e ho la possibilità di pubblicare un album ogni due o ogni tre anni. C’è stato un momento in cui non riuscivo a scrivere, prima dell’Inizio ho avuto delle forti crisi e mi sono domandato se era il caso di continuare o no, però poi queste sono cose che non riesci neanche a spiegare. Io sono venticinque anni che scrivo canzoni ma non ho capito che cosa succede, sono una persona un po’ chiusa e abbastanza intima e forse questa diventa la mia valvola di sfogo e il mio modo per esprimermi.

È il tuo album più personale, mi è sembrato anche meno incazzato e più leggero, quasi come ti fossi tolto un peso.

Assolutamente sì. Il 2014 è stato un anno particolarmente difficile. Dopo l’esperienza che ho avuto sul palco di Grillo alcuni meccanismi si sono incastrati a mio sfavore e lo dico non perché mi pento di quello che ho detto ma di come l’ho detto. Quando parli con troppa rabbia ti capiscono soltanto quelli incazzati, facendo questo lavoro e comunicando il tuo pensiero devi cercare di trovare la formula più idonea. La rabbia mi ha accompagnato da quando ero adolescente fino ad adesso evidentemente perché avevo delle cose irrisolte che sto provando a risolvere con la mia vita e con me stesso. Da quando è nato mio figlio sono diventato più tranquillo, sicuramente l’input principale di questo cambiamento è stato proprio lui. In questo disco ho cercato di riflette sulla serenità acquisita attraverso il rapporto con i miei figli.

Comunque non manca uno sguardo all’Italia penso a brani come Il vecchio, Da una sola parte o La partita.

Da una sola parte è un brano che ho scritto proprio nel momento in cui c’è stato il casino sul palco di San Giovanni. La partita avevo iniziato a scriverla qualche anno fa quando avevo incontrato nei camerini del Roma Rock Festival i genitori e il fratello di Gabriele Sandri, il tifoso laziale ucciso durante una trasferta. Poi l’ho accantonata perché è un argomento molto delicato e ho preferito rifletterci su. Quando è accaduto il fatto di Ciro Esposito allora ho finito il brano. Per me era particolarmente importante sottolineare la parte bella degli Ultrà. Nasco e cresco in un ambiente ultrà, mi riconosco in tanti codici d’onore che appartengono agli ultrà, alla curva. Non vedo l’ora che mio figlio possa andare da solo in curva perché lì impari a parlare quando puoi parlare e a star zitto quando devi stare zitto, che sono cose che non ti spiegano a scuola. Molti giornalisti hanno infangato il nome degli ultrà, ma gli ultrà non sono quelli che vanno a rompere i coglioni agli altri, sono un’altra cosa e in questa canzone io cerco di sottolinearlo, cerco di descrivere la parte bella. L’amore, la fede e la devozione che si ha per questo sport che più si avvicina alla vita e mai dovrebbe essere accostato alla morte. Il vecchio invece sono io, quando ero piccolo e giocavo in cortile con i miei amici c’era un signore che ci minacciava sempre di bucarci il pallone. Una volta ce l’ha bucato davvero. Io un giorno mi sono trovato nella stessa situazione, sono uscito e ho sbraitato contro dei ragazzi che stavano facendo casino sotto casa, poi sentivo il cane che abbaiava e ho iniziato a sclerare proprio come quel vecchio. E’ la parte cinica che sta dentro ognuno di noi.

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Ti senti più rassegnato?

No assolutamente, cambierei percorso. Io ho perso fiducia nella nostra classe dirigente da parecchi anni e parlare di politica è una cosa che mi annoia. Ma non ho perso fiducia nelle persone e nel popolo, ho capito una cosa fondamentale: prima di criticare Renzi, Berlusconi o Napolitano o chiunque, dobbiamo farci un analisi di coscienza e cambiare noi per primi. Migliorare attraverso il nostro percorso esistenziale, io lo sto facendo e cercherò di trasmettere questo cambiamento a mio figlio e agli altri attraverso le canzoni. Questo è il lavoro che bisogna fare perché se prima non cambiamo noi e non ci miglioriamo noi come esseri umani non possiamo pensare di fare la rivoluzione.

Cosa ti piacerebbe cambiasse concretamente in questo paese?

Vorrei che mio figlio non avesse più paura del futuro. Noto che molti ragazzi della mia generazione, ma non solo, hanno paura di affrontare il domani. C’è un punto interrogativo troppo grande.

Via delle Girandole 10 è uscito il 17 marzo. Queste le tappe del tour:
27 marzo Cosenza – Teatro Garden
10 aprile Torino – Teatro Colosseo
11 aprile Bologna – Teatro Duse
17 e 18 aprile Roma – Auditorium della Conciliazione
23 aprile Catania – Teatro Abc
24 aprile Milano – Teatro Dal Verme
25 aprile Firenze – Teatro Puccini
9 maggio Pescara – Teatro Massimo

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Matilde Ferrero
Vent'anni e un corso di studi a Milano. Soffro di Londonite da quando ho passato tre mesi nella capitale britannica e poi ho dovuto lasciarla. Una volta ho incontrato Paul McCartney, ma non l’ho riconosciuto.