Chi è senza colpa
di Michael R. Roskam
con Tom Hardy, Noomi Rapace, James Gandolfini, Elizabeth Rodriguez, James Frecheville.
Voto 7 meno

A Brooklyn ci sono bar scelti dalla malavita cecena per diventare “drop bar”: a caso, con breve preavviso, ogni tanto un drop bar diventa per una notte il centro di raccolta di tutto il contante dell’illegalità. Chi gestisce quei bar è un malavitoso fallito mezzo schiavo di malavitosi di successo. Se subisce un furto deve rifondere o morire.
In questo ambiente  notturno di naufraghi (dropout) in luci da acquario si muove il barman Bob, silenzioso, religioso, cugino di Marv, nel bar “Cugino Marv” che al cugino Marv è stato sottratto da tempo. E Marv, infatti, rosica e commissiona una rapina a se stesso per depistare i ceceni e mettersi in pista per un addio veloce. Solo che è nervoso e commette errori strategici che il calmissimo, prudente (e forse così solo da sembrare anche un po’ strano) Bob aggiusta strada facendo mentre la sua vita cambia: perché salva un cucciolo di cane da combattimento buttato in un bidone, conosce una ragazza strapazzata dalla vita, viene visitato da uno psicopatico che si vanta di un assassinio irrisolto nel quartiere, incarta impassibile resti umani e gioca col solito poliziotto che sa tutto e aspetta con la canna da pesca in mano che il colpevole abbocchi. Tutto confluisce nella notte in cui il bar del Cugino Marv diventerà “drop“ e verrà rapinato. E tutti i fili disseminati qua e là verranno a stringersi in un nodo.
Chi è senza colpa (migliore sceneggiatura a San Sebastian, miglior attore a Tom Hardy dal London Cicle Film Award), in originale The Drop, doveva chiamarsi Animal Rescue come il racconto di Dennis Lehane da cui è tratto (e che l’ha sceneggiato: Lehane, per intenderci, è la firma di Mystic River, Gone Baby Gone e Shutter Island): Animal Rescue è l’organizzazione che si prenderebbe carico degli animali “gettati via”, chiara metafora del destino dei reietti: una delle tante che con evidenza si propongono nel film del belga Roskam (già candidato all’Oscar 2012, come migliore film straniero, per Bullhead). Forse il difetto (se vogliamo chiamarlo così) è qui, in tutta questa ricchezza simbolica che ne fa un noir intelligente e ipercosciente, raggomitolato su di sè, che ne ricorda tanti altri in apparenza identici, notturni, minori, magari meno metaforici. Poi si sente -non sappiamo se voluta- una lontanissima parentela con A History of Violence di Cronenberg. Non è che sia un difetto. Ultimo film di James Gandolfini.

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Marco Bacci scrive di cinema, tecnologia e libri. Ogni tanto scrive romanzi. È un ex di molti lavori