Sono andata a vedere Nessuno si salva da solo, di Sergio Castellitto, consapevole che mi sarei fatta male, e che a volte serve pure stare male, nella vita.
Vi avviso: non andate a vederlo se siete single, o se la vostra storia va benissimo.
Non ci andate per cementare il vostro amore, per una serata a due.
Non andate se siete felicemente accoppiati, se siete giovanissimi: non vi dirà nulla.
Quelle emozioni lì, quella ferocia lì, di chi si è amato da stare male e poi senza sapere perché si lascia, solo se una mazzata simile l’avete presa in fronte la accettate, la pigliate davvero come possibile. Non è La Guerra dei Roses, qui non c’è alcuna azione feroce fatta contro l’altro che provochi danno fisico. Qui c’è la devastazione mentale di chi si odia perché si ama ancora, perché hai davanti l’essere che ti ha fatto illudere che fosse eterno, che ti mette di fronte al fatto che hai fallito, che ti fa specchiare nei difetti che amavi e che adesso non sopporti.
Qui è vero, la guerra c’è, ma è di parole, di rancori, di sberle date ognuno alla dignità dell’altro, nel volerlo vedere almeno una volta sconfitto, così che si plachi quel dolore che si sente dentro, come se la rinascita dipendesse da questo.
In una cena durante la quale i due si ammazzano e si ritrovano e si lasciano e si rinfacciano e piangono e ridono, il tempo sembra davvero poter tornare indietro, e alla fine, quando la storia che li ha portati sin lì è finalmente chiara, resta inesorabilmente visibile quanta responsabilità si sia avuta nella distruzione del sogno; nel lasciarsi andare, nel non averlo fatto abbastanza. Una cena così l’avrebbero voluta in tanti, credo l’abbiano avuta solo loro. È per questo che il film risulta duro, e feroce, nonostante di eclatantemente feroce non ci sia nulla. È feroce perché scava nell’ansia e nell’esigenza di capire.

Nessuno si s d s

Nessuno si salva da solo è  un film per chi nelle cose cerca di capire, anche se sa che alla fine è inutile e non serve a niente; per chi crede ferocemente che se una volta ci si è pigliati, e così tanto, e così su di brutto, un motivo ci sarà pure stato, e anche se adesso manco me lo ricordo, so che c’è perché ogni volta che la persona che ho davanti mi sorride, il mio cuore fa altrettanto.

È un film per chi almeno una volta nella vita ci ha creduto, che quello che aveva davanti era l’Amore della sua vita, e che alla fine sta ancora lì a chiedersi perché e come e quando sia finita, perché poi è così: è finita, ma dirselo è dura, proprio come cantavano i Pooh. Solo che i Pooh nell’ultima strofa della celeberrima canzone i due li faceva ritornare insieme, qua invece la fine è aperta assai: i due sospendono i rancori e si lasciano con un sorriso che torna ad increspare le labbra di entrambi, e che cosa questo possa portare domani è la domanda che ognuno di noi si è posto, almeno una volta nella vita.
Rispetto al libro, il film fa fatica a entrare, trattare e descrivere i passaggi esistenziali e personali dei protagonisti  nei temi delicati quali  l’omosessualità latente del primogenito dei due, o su quello dell’anoressia di lei e su tutto quello che si porta dietro una persona che ha vissuto un’esperienza come quella. Senza  la comprensione maggiore che ci si porta dietro nella lettura, nel film così lei appare esageratamente sopra le righe, lui uno che sopporta anche troppo,  e i bambini due pupazzetti sballottati tra due genitori che crescendo si allontanano, nonni diversissimi tra loro e anch’essi un po’ stereotipati, e liti per un nonnulla e riappacificazioni improbabili. E detto così sembra manchi solo una frase tipo “ma che ci si va a fare allora a vederlo?”
No invece, perché il film regge, e regge proprio sul fatto che certi meccanismi sono talmente arcaici e rettiliani che non si può non riconoscerli; perché  Riccardo Scamarcio e Jasmine Trinca alla fine il ruolo lo reggono,  e la storia scivola sul filo di una ferocia  dolce sino alla fine.
Scamarcio  è credibilissimo nella parte del ragazzotto sognatore e forse un po’ leggero; tra  l’altro, nel film  – e magari anche nella vita – viene etichettato come “tamarro”, così come è successo per Claudio Amendola. Mi corre l’obbligo di segnalare, dal mero punto di vista femminile, che dubito una donna possa avere una fantasia sessuale avente a protagonista un tizio in giacca e cravatta; mentre tamarri, idraulici e pompieri vanno per la maggiore.
Quindi, magari, ok, tiriamocela un po’, ma non esageriamo a buttar via tanta grazia d’iddio, bimbe…
…e a dirla tutta, ci son più scene di sesso qui che quante ce ne potranno mai essere nei prossimi due episodi di 50 sfumature dell’iride tutta, e credetemi, qualche appunto valeva la pena di pigliarselo per casa.
Bello il cameo di Roberto Vecchioni, che nel film interpreta il protagonista di un’altra coppia che cena nello stesso ristorante dei due, e li osserva per tutta la sera. La sua frase, sul finire della storia, dà il titolo al film e qualunque sia l’esito della prova, resta una verità indelebile: da soli certamente si sopravvive, ma la salvezza, quella, è un’altra cosa: la salvezza è un atto che come la confessione e il perdono, necessita di un altro interlocutore oltre a sé. Nessuno si salva da solo significa proprio questo.

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Chimena Palmieri
Sono Chimena Palmieri, classe 1963. Ho un diploma di Ragioneria, una Laurea in Sociologia, un lavoro presso l’Università Politecnica delle Marche. Ho un figlio, Francesco; ho amici, molti interessi e poche passioni. Sono nata a Castelfidardo, cresciuta a Numana, vivo ad Ancona: tutto in 30 chilometri, perché “Credo che la voglia di scappare da un paese con 20000 abitanti vuol dire che hai voglia di scappare da te stesso e credo che da te stesso non ci scappi neanche se sei Eddie Merx”.