Rockonti: Electric Ladyland “La Nascita della Leggenda” 1a parte

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Sono un fotoreporter inglese e mi chiamo George Bailey. Lavoro per alcune riviste che non hanno alte tirature ma sono abbastanza apprezzate dagli amanti dei viaggi e della musica. Proprio di musica mi occupo,  quindi viaggio e fotografo anche i protagonisti di questa arte durante i loro concerti.

In quella tarda primavera  del 1967, stavo partendo da San Francisco per arrivare  a Portland in Oregon, per poi tornare in California a Monterey, quando il capo redattore del New Century Music  mi chiamò in hotel per dirmi di andare a Seattle: “… devi raggiungere Seattle e da lì capire dove si svolge questa cosa. Insomma, qui ne parlano in molti e molti chitarristi sono partiti da Londra alla volta di Seattle per partecipare. Informati, cerca di capire…”

Come al solito non si era spiegato bene, ma in realtà ne avevo sentito parlare anch’io negli ambienti musicali di San Francisco. Probabilmente avrei trovato un passaggio anche da qualche musicista del posto in viaggio per Seattle. Così fu che mi ritrovai in macchina con tale Randy California, chitarrista, ed un paio di amici in comune.

Chiacchierando con loro capii meglio cosa stavamo andando a fare nello stato di Washington. Infatti la meta non era Seattle ma un piccolo villaggio tra le montagne poco prima del confine con il Canada. Questo villaggio, adagiato in un’ampia valle, si chiama Electric Ladyland. Il nome era dovuto alla quantità di fulmini che proprio durante l’estate si scaricava in quella zona. Si tratta di una riserva Cherokee.

Giunti a Seattle, prima di affrontare l’ultima parte del viaggio, ci accorgemmo che vi era un insolito fermento nella zona dove si trovavano la maggior parte dei club. Randy, che conosceva un po’ di musicisti, sembrava esageratamente euforico. Venne a sapere che in città erano arrivati chitarristi da ovunque: Inghilterra, Irlanda e ovviamente da ogni parte degli States.

A cena me ne indicò alcuni, presenti nello stesso locale. Ce n’era uno con dei lunghi capelli bianchi, mi pare si chiamasse Johnny Winter, che stava chiacchierando con un bluesman anche a me noto, Willie Dixon. Ad un tavolo a fianco c’erano un giovanissimo riccioluto irlandese, che poi avrei scoperto essere Rory Gallagher, che conversava con il suo idolo Scotty Moore, che aveva accompagnato alla chitarra Elvis Presley.

Il perché ci fosse una tale concentrazione di chitarristi a Seattle era finalmente spiegata. Nel villaggio Cherokee di Electric Ladyland, dove ogni anno in questa stagione si svolgeva un rituale musicale, quest’anno avrebbe partecipato il figlio acquisito del capo della tribù. A detta di tutti i ben informati, il giovane era un predestinato per il suo talento. Nessuno lo aveva ancora ne visto ne sentito, ma su di lui circolavano voci che lo ponevano al di sopra di qualsiasi chitarrista esistente. Poteva essere una leggenda urbana, ma i giornali locali avevano già dato titoli ridondanti sulla sua bravura: the Electric Big Black Man plays the world’s guitar .

Il giorno dopo ci alzammo presto e dopo che Randy California ebbe caricato la sua chitarra, ci mettemmo in moto. Non eravamo i soli. Lungo la strada si formò una coda di macchine, minibus e motociclette, alcune stracariche di strumenti, altre con semplici curiosi amanti della musica. Tutti in unica direzione: Electric Ladyland.

Il villaggio era un vero accampamento indiano. Nel letto della valle, sparse da una parte all’altra di un piccolo rio, vi erano case di pietra e fango, roulotte e tradizionali tende Cherokee, ovvero tepee. Spostata verso monte, la tenda più grande, assomigliante a quelle usate per il circo. In questa avvenivano le riunioni e le celebrazioni collettive della comunità del villaggio.

Tutte le persone che arrivavano si sedevano rivolte verso questa tenda formando una specie di arena che scendeva fino a pochi metri dall’ampia apertura del grande tepee. All’interno delle stesso vi era il palco, la cui estremità spuntava verso l’esterno, lasciando nascosto una specie di backstage coperto da un sottile tendaggio bianco leggermente trasparente. Su entrambi i bordi esterni del palco erano impilate un numero considerevole di casse amplificate.

Nell’esatto istante in cui trovai posto tra le prime file, vidi entrare nella tenda, uno dietro l’altro Eric Clapton, Jimmy Page, Alvin Lee, Curtis Mayfield, Pete Townshend, Jeff Beck, B.B. King, Mike Bloomfield, Albert Collins… tutti imbracciavano la chitarra. Mi dissero che all‘interno vi erano già altri musicisti molto noti. Accanto a me venne a sedersi Link Wray, aveva già avuto una hit in classifica, mi disse che Big Black Man aveva lanciato una sfida a chi voleva esibirsi. Un brano a testa, un duello. Il vincitore veniva decretato da una giuria composta da cinque “saggi cherokee” e cinque virtuosi “bluesmen”.

Quindi stavano decidendo chi, tra i presenti, avrebbe affrontato Big Black Man alla chitarra.

Dopo circa un’ora, quando oramai la luce del giorno stava indebolendosi e quella artificiale veniva proiettata sul palco, il primo degli sfidanti entrò in scena.

To be continued… (lunedì 30 marzo la seconda e ultima parte: Electric Ladyland “La Sfida”)

Monterey

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Massimo Bonelli
Ex Direttore Generale della Sony Music, ha trascorso 35 anni nel mondo del marketing e della promozione discografica, sempre accompagnato da una grande passione per la musica. Lavorava alla EMI quando, in un periodo di grande creatività musicale, John Lennon, Paul McCartney e George Harrison hanno iniziato produzioni proprie di alto livello e i Pink Floyd hanno fatto i loro album più importanti. Sino a quando, con i Duran Duran da una parte ed il punk dall’altra, è arrivato il decennio più controverso della musica.In CBS (più tardi Sony), ha contribuito alla ricerca e al lancio di un numero considerevole di artisti, alcuni “mordi e fuggi” come Spandau Ballet o Europe, altri storici come Bob Dylan, Bruce Springsteen, Cindy Lauper, Franco Battiato, George Michael, Claudio Baglioni, Jovanotti, Pearl Jam, Francesco De Gregori, Fiorella Mannoia e tanti altri…Si fatica davvero a individuare un artista con il quale non abbia mai lavorato, nel corso della sua lunga vita tra pop e rock.