L’ultimo lupo. L’ululato sdoganato

Uomini e lupi nella rivoluzione culturale in Mongolia. Un bestseller formato Annaud

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L’ultimo lupo
di Jean-Jacques Annaud
con Shaofeng Feng, Shawn Dou, Shwaun Dou, Ankhnyam Ragchaa, Yin ZhuSheng
Voto 6+


La storia è piccola piccola, in uno scenario grande grande. All’inizio della rivoluzione culturale cinese (Anni Sessanta) due studenti di Pechino, tra cui il protagonista Chen Zhen,  scelgono di fare il loro tirocinio nelle steppe della Mongolia interna, in un minuscolo distaccamento di pastori guidati dall’anziano saggio Billing. Lì imparano a cavalcare, a  vivere nelle yurte di feltro, a vedere l’intervento della divinità della steppa che regola l’armonia (a volte crudele) di quell’universo d’erba, rocce e gelo sconfinato. Le pecore sono risorsa sia per gli uomini che i lupi: affamare gli uomini è male, ma è male anche affamare i lupi, che combattono per la loro vita in branco con strategie che avrebbero ispirato Gengis Khan: attesa e attacchi di gruppo. Come Gengis Khan spingeva gli avversari nei laghi ghiacciati, così fanno i lupi con le renne. Quando arrivano i commissari cinesi e la modernità (gli antibiotici che salvano vite, ma anche il profitto e la caccia selvaggia),  lo studente Chen si rende conto che l’armonia sta per rompersi, e lui fa la sua parte, innamorandosi di un cucciolo di lupo e di una signora mongola, molti graziosi ambedue. Non può avere ne l’una né l’altro perché la steppa (la divinità sorridente tra le nuvole, ma oggi diciamo l’equilibrio ecologico) non ammettono strappi: se affami i lupi attaccheranno gli uomini, se decreti l’estinzione politica dei lupi, spacchi l’equilibrio della steppa, se rompi le leggi della steppa è meglio che torni a vivere altrove. I lupi nel film hanno sguardi che dicono tutto anche più delle parole umane, ma forse per la mano di Annaud con gli animali (aveva uno specialista di dressage dei lupi) e per le grazie di qualche sobrio effetto speciale, danno l’idea di recitare bene ed essere ancora selvatici. La sorpresa è che questa favola è tratta dal libro Wolf Totem (Il totem del lupo) di Lu Jaming (scritta sotto lo pseudonimo di Jiang Rong) e sdoganato dal film pare sia diventato il libro più letto dopo il Libretto rosso di Mao. Curioso, possibile che la censura cinese non abbia letto, neanche in trasparenza, che la morale della storia è che i cinesi, ovunque andassero durante la rivoluzione culturale, facevano un disastro? Che questa svista sia, come per il film di Zhang Yimou, parte del nuovo corso?

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Marco Bacci
Marco Bacci scrive di cinema, tecnologia e libri. Ogni tanto scrive romanzi. È un ex di molti lavori