Rockonti: Electric Ladyland – “La Sfida”

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Seconda ed ultima parte

Il primo sfidante era l’albino che avevo incontrato nel locale. Johnny Winter, vestito totalmente di pelle nera con i lunghi capelli bianchi a contrasto. Iniziò uno struggente blues dal titolo “It’s my own Fault”. Il pubblico si lasciò immediatamente trasportare dalle splendide note. Nelle prime file osservavo l’ammirazione di Willie Dixon e Muddy Waters.

Finito il brano Winter ritornò tra il pubblico delle prime file, principalmente musicisti. Ora erano tutti in attesa di lui, Big Black Man, finalmente avrebbero visto e soprattutto sentito il misterioso protagonista della sfida. Ma almeno in parte, non fu così.

Le luci furono ridotte e si accese uno spot dietro il tendaggio bianco che divideva il palco. Apparve l’ombra di Big Black Man dietro la tenda. La chitarra iniziò “Hear My Train A Comin’” accompagnata da una voce drammatica che poteva essere la settima corda della stessa chitarra. Il suono era potente ed aggressivo, soprattutto potente, ma anche molto aggressivo. Finito il brano lui scomparve e tutti restarono in un silenzio irreale per un tempo lunghissimo. Fu lo stesso Johnny Winter ad alzarsi per primo per applaudire la performance.

Il secondo sfidante salì sul palco, era l’altro che avevo conosciuto nel locale di Seattle, il giovane irlandese Rory Galllagher. Iniziò con grande classe il suo pezzo “I Fall Apart”. Una via di mezzo tra un blues ed un rock straziante in un crescendo di grande effetto.

Quando Rory finì, il “grande uomo nero” era già apparso dietro la tenda e la sua ombra veniva proiettata verso l’alto, così come tutti furono proiettati verso l’alto quando ebbe inizio “Purple Haze”.  Qualcuno mi stava dicendo che Big Black Man era mancino e suonava la chitarra da destro ribaltata, una cosa mai vista prima. Sarebbero state tante le cose mai viste prima.

L’eccitazione aveva contagiato tutti, eravamo spettatori di uno storico episodio musicale. Mentre si eseguivano i pezzi, tutti mantenevano un religioso silenzio; non appena l’esibizione terminava, si scatenavano commenti entusiastici.

Ecco salire il terzo chitarrista. Peter Green, famoso virtuoso dello strumento, aveva fatto parte dei Bluesbraker di John Mayall ed era appena entrato nella formazione dei Fleetwood Mac. Conquistò subito l’attenzione con la sua “Bottoms Up”. Echi e riverberi si dissolvevano e poi ritornavano  in un suono pulito ed incalzante.

Ma ancora prima che Peter finisse il brano, l’uomo era apparso dietro il tendaggio e le sue note prepotenti e misteriose avevano guadagnato il campo. “Burning Of The Midnight Lamp” percosse lo stato ipnotico in cui un po’ tutti ci eravamo trovati. Lampi  di note fecero brillare tutta la vallata dell’Electric Ladyland Village .

Avanti il prossimo, sembrava richiedere il palco, illuminato nuovamente, per il suo ospite. Pete Townshend, esponente del gruppo inglese The Who, saltò letteralmente sul palco con la sua tutina bianca. “The Magic Bus” iniziò e le corde sembravano fruste che scudisciavano note. Ma il suo magico bus si dovette accodare al traffico trovato all’incrocio del palco con  “Crosstown Traffic” di Big Black Man che, come in precedenza, non aveva atteso la fine del brano che stava eseguendo Townshend.

Senza far attendere un solo minuto, Alvin Lee prese scena ed iniziò “The Stomp”, una sua composizione che prendeva spunto dai grandi del blues, come John Lee Hooker. Ed infatti scatenò l’entusiasmo dei giurati, almeno la metà composta da storici bluesman.

La risposta arrivò immediata. “Foxy Lady”. L’uomo ombra si muoveva con lentezza ed eleganza dietro la tenda. La chitarra si sollevava ed abbassava ad un ritmo costante. Nonostante il volume di note, egli non si scomponeva, senza rigidità muoveva corpo e gli immensi ricci, probabilmente racchiusi in un nastro, con estrema eleganza.

guitarists

Fu la volta di Mike Bloomfield, sicuramente uno dei più dotati chitarristi di Chicago, Dopo aver fatto parte della Paul Butterfield Blues Band, aveva formato gli Electric Flag e non disdegnava altre collaborazioni. Partì con la sua “Bad Luck Baby”, un blues struggente e raffinato.

Ancora l’ombra si era sovrapposta all’immagine presente di Mike Bloomfield e la musica di “If 6 Was 9” a quella del brano che precedeva. Era un suono inconsueto, irriverente verso le melodie conosciute. Il suo modo di interpretare suscitava tanta ammirazione  quanta curiosità.

Veniva in questo momento annunciato che ci sarebbe stato ancora lo spazio per soli tre chitarristi. Quindi solo tre fra tutti quelli presenti avrebbero avuto la possibilità di misurarsi su quel palco.

Dopo qualche minuto di discussioni, tra i musicisti nelle prime file, credo fossero giunti ad un accordo e vidi incamminarsi verso il palco Jeff Beck. L’avevo già visto in concerto a Londra insieme agli Yardbirds, era stimato da tutti per il suo valore alla chitarra. Il brano “Brush With The Blues” rispecchiava i canoni del classico blues e, nelle sue mani, la chitarra esprimeva un linguaggio straordinario.

Questa volta, quasi per rispetto, l’ombra e la sua musica attesero che Jeff finisse il proprio brano. Solo a quel punto dalle corde della chitarra si innalzarono suoni mai sentiti e il canto si faceva strada su di un tappeto musicale in crescendo. “Hey Joe” era l’urlo arrabbiato, ”dove stai andando con quella pistola tra le mani” anche se a tutti sembrava di sentire “hey Jeff, dove credi di andare con quella chitarra nelle tue mani”.

Erano ormai tutti incantati tra il pubblico, si guardavano tra di loro come se Big Black Man fosse un alieno. Al mio fianco avevo ancora Link Wray, Randy California e gli altri compagni di viaggio praticamente paralizzati.

Ora, sul palco, apparve Jimmy Page. Anche lui fece parte degli Yardbirds e stava cercando di mettere in piedi un nuovo gruppo, dopo aver collaborato con tutti i migliori musicisti del mondo.  Jimmy raggiunse il centro del palco con la sua strabiliante chitarra. Attese che tutta l’attenzione si concentrasse su di lui e poi diede il via a “I Can’t Quit You Baby”. Blues graffiante e suggestivo. Le note di Jimmy non avevano confine, si indirizzavano con leggerezza verso le stelle. La sua performance fu straordinaria. E se tanta era l’ammirazione, altrettanta era l’attesa della risposta.

Ci fu una lunga pausa. Si sentivano strane vibrazioni arrivare da diverse direzioni. Lo spot non aveva ancora illuminato l’ombra. Una chitarra iniziò a parlare un linguaggio conosciuto solo dagli Dei. Voce e chitarra dialogavano tra di loro in una dimensione diversa. “Voodoo Chile” accese lo spot ed esplose l’ombra più grande che mai.

Eravamo tutti in piedi, quello che stava succedendo aveva dell’incredibile. Quell’uomo non suonava la chitarra. Quell’uomo era una chitarra.

Mentre ancora riecheggiavano le ultime note di “Voodoo Chile”, Eric Clapton si alzò e si diresse verso il palco. Stavamo tutti seguendo i suoi movimenti per capire se era rimasto turbato. Eric non dava segno di turbamento. Con estrema cautela raccolse la propria chitarra dalla custodia. La imbracciò con sicurezza e sottovoce, rivolto al pubblico, disse: “Signori…  Layla”. Un vortice di note si diffuse in ogni angolo della valle. Era difficile restare fermi. Il brano conteneva un ritmo contagioso. Ci trovammo ad urlare all’unisono “Laylaaaa”.

Ma Big Black Man no.

Una cascata di note si riversò su tutti noi. Sembrava un terremoto. La valle si illuminò di una luce surreale. “All Along The Watchtower” era iniziata. “There must be some kind of way out of here ” urlava Big Black Man “There’s too much confusion, I can’t get no relief” ed ancora  “No reason to get excited”…”There are many here among us …Who feel that life is but a joke… But you and I we’ve been through that… And this is not our fate… So let us not talk falsely now …The hour’s getting late.”

Era l’apoteosi. Nessuno era fermo. Vidi Pete Thownshend distruggere la propria chitarra. Ad un certo punto qualcuno si alzò e di corsa raggiunse il retro del palco. Era il bassista degli Animals, Chas Chandler.

Nella confusione generale, cercai anch’io di andare nella stessa direzione e riuscii a sentire Chas che, dall’altra parte della tenda, stava parlando con Big Black Man alla presenza del capo dei Cherokee: “Mi occuperò di te. Fin da ora ti dico che sarai l’attrazione del festival che si svolgerà tra breve a Monterey. Poi mi seguirai in Inghilterra dove sono certo diventerai il più grande chitarrista di tutti i tempi. A questo proposito ti do un consiglio, gli inglesi sono molto aperti ma anche un po’ conservatori, per cui anziché Big Black Man, da questo momento ti chiamerai …  “Jimi Hendrix”.”

Il seguito è storia, breve ma intensa storia.

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Massimo Bonelli
Ex Direttore Generale della Sony Music, ha trascorso 35 anni nel mondo del marketing e della promozione discografica, sempre accompagnato da una grande passione per la musica. Lavorava alla EMI quando, in un periodo di grande creatività musicale, John Lennon, Paul McCartney e George Harrison hanno iniziato produzioni proprie di alto livello e i Pink Floyd hanno fatto i loro album più importanti. Sino a quando, con i Duran Duran da una parte ed il punk dall’altra, è arrivato il decennio più controverso della musica.In CBS (più tardi Sony), ha contribuito alla ricerca e al lancio di un numero considerevole di artisti, alcuni “mordi e fuggi” come Spandau Ballet o Europe, altri storici come Bob Dylan, Bruce Springsteen, Cindy Lauper, Franco Battiato, George Michael, Claudio Baglioni, Jovanotti, Pearl Jam, Francesco De Gregori, Fiorella Mannoia e tanti altri…Si fatica davvero a individuare un artista con il quale non abbia mai lavorato, nel corso della sua lunga vita tra pop e rock.