Questa è la mia vita. E la mia transenna.

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Arrivare in transenna è un lavoro.

Scientifico, metodico, organizzato.

Chi dice che ci arriva “per caso” quasi sempre è perché sta di lato, nei posti meno ambiti; o usufruisce della benevolenza di un amico che si impietosisce e gli fa posto; quasi sempre appartiene al fan club, che entra per primo rispetto al resto del pubblico.

Certo è che una transenna non s’improvvisa, e che ogni data è a sé. Ogni data ha la sua attesa, la sua costruzione, e dipende da un sacco di cose.

Quali? Per esempio:

  • è infrasettimanale o nel weekend? perché se è la seconda, è chiaro che l’affluenza sarà maggiore
  • è una sola o per la location è prevista una doppietta?
  • palazzetti o stadi? chiaro che la transenna dei primi in quanto a dimensione – e possibilità di arrivarci – è un’inezia rispetto a quella degli stadi
  • la piazza è amica o neutra per Luciano?
  • gli iscritti al fan club di quella zona, quanti sono?

Non è un piano di guerra, sono le indicazioni minime da tenere in considerazione se si vuole arrivare a meta.

Facciamo un esempio di costruzione di un concerto in transenna. Vi racconto l’ultima, quella del 24 marzo, al Palarossini, tappa Anconetana del Tour dei Palazzetti 2015.

Una settimana prima si sa già chi ci sarà o meno. Mica tutti,quelli che contano, ci interessano. Si inizia a saggiare il terreno, capire come si muove il tutto. Bene. Ancona è tappa unica ma infrasettimanale. E non è una meta ambitissima dai fan in generale: se tutto va come deve andare, sarà pieno ma del bar non troppi. Si costituiscono i gruppi, si decide se andare la sera prima o meno. Giù c’è già chi pernotta da due giorni. Si chiama qualcuno alle 20 della sera prima, sono circa una quindicina. Si opta per la mattina presto del 24: facendo bene i calcoli, e senza casini, il ferro c’è.

La mattina del 24 alle 6 siamo già lì.

Le tende sono ancora silenziose, le macchine parcheggiate coperte di brina. Fa un freddo cane.
Arrivano altre macchine. Ci si fa vedere per mettere in chiaro, sin da subito, chi viene e chi va, e chi sta a fare cosa. Prima di tutto occorre capire se sono del bar o meno. Che se no, sono già dimenticati e lasciati, più o meno allegramente, alla loro fila e al loro destino; se sì, invece, faranno parte della nostra, e qui se li li conosce ok, sennò occorre iniziare a tessere ragnatele di relazioni, affinché tutto fili liscio.
Arrivano anche persone poco pratiche dell’organizzazione tipica del fan club, che chiedono a raffica cose a cui sapremo sì e no rispondere solo alle 20.30, per cui chiediamo tregua e li stoppiamo prima dello sbrocco dovuto al sonno e all’esigenza di un caffè.

Si aspetta il primo “appello” utile, aspettiamo il numero.

Quelli che hanno già avuto modo di farla, la fila barMario in genere, è abituato al fatto che i fan si autoregolamentino, numerandosi e procedendo nella fila e nell’ingresso in base al numero. La cosa in sé può sembrare strana vista da fuori, in un concerto rockmagari la gente si aspetta che i fan si piglino a cazzotti pur di star davanti, infischiandosene di ogni regola perché vince il più forte che fa tanto figo…
E invece no, qui non funziona. Il primo che arriva mette su la lista, si mette il numero sulla mano e da lì lo mette a chi viene dopo, arrogandosi, giustamente, il diritto di essere capofila.
Da lì in poi seguono appelli regolari nei quali ci si riconta, e chi non risponde all’appello viene cancellato.

Ripeto, non è una legge. Non lo stabilisce il fanclub. Lo stabiliscono, da soli, i fan. Ma sta bene a tutti, perché funziona, perché fa vincere chi è arrivato per primo, perché toglie litigiosità e prepotenze. E la sicurezza, in genere, è la prima a dare una mano, felice di essere aiutata nel dirigere l’afflusso.

Quindi, alle 7.30 del 24 mi piglio il mio bel 26 sul dorso della mano, e di lì appuntamento all’appello prossimo, quello delle 12.30. I capofila si ripigliano dalla notte in tenda o in auto, gli altri decidono come ammazzare il tempo.

Sono nelle attese dei concerti che nascono le amicizie più accese, che spesso resistono poi anche a tour finito; perché quelle ore lì, piene di sonno e di stanchezza e di aspettative le devi riempire di te e degli altri, e raccontarti viene facile.

L’appello delle 12.30 vede la fila arrivare a dopo 50, appuntamento alle 15.30 per la fila davanti allo stand dello staff del fanclub per pigliarsi il braccialetto che dà diritto all’ingresso riservato, anticipato di una mezz’ora-venti minuti-un quarto d’ora a seconda dei casi e dell’afflusso, rispetto all’ingresso dei fan privi di tessera, ahimè, non vorrei essere nei loro panni nemmeno pagando. Nel frattempo sono già più di 9 ore che si aspetta che arrivino le 21, e mi rendo conto che a raccontarla così sembra tutto privo di senso, e invece il senso è tutto qua, solo che per vederlo e sentirlo ci devi stare in mezzo.

Più di 9 ore e intanto, parlo per le femminucce che i maschietti sono un caso e una vescica a parte, ognuno si fa i conti – anzi, se li è fatti dalla sera prima – del bere: di quanto, di cosa e di quando. In pratica, ognuno sa quanto può e deve bere per amministrarsi, il che significa:

  • sapere quanto tempo di autonomia si ha a disposizione tra una capatina e l’altra ai prodotti Sebach;
  • bere poco ma non troppo poco, per non rischiare di farsi venire un collasso di pressione, specialmente in estate;
  • bere tanto il giorno prima ma quasi niente il giorno stesso per non dover poi scappare in bagno e rischiare di non riuscire a tornarsene al posto. Insomma, il personal trainer renale.

Alle 15.30 ultimo appello, e in ordine di numero ci si mette in fila davanti allo stand per i braccialetti. La consegna è prevista per le 16.00, e arriva puntuale. Da lì, la fila si riforma, compatta, all’ingresso riservato per il bar.

A quel punto, credetemi, è con un filo di fetente goduria che vedo il mio 26 agognato da una fila mostruosa di gente nell’altra fila, quella dei fan “comuni”. Noi siamo circa un quarto degli altri.

Da dove siamo, si vede il palco. Si sentono le prove. vediamo i musicisti. Vediamo Luciano.

L’adrenalina sale, tutti fermi al proprio posto, non ci si alza. Si fanno le 17,le 17.30. Più di 11 ore di attesa per viverne 2, e ne mancano altre 3 buone.

Il palazzetto dovrebbe aprire alle 18.30. Si cerca l’ultima sosta al bagno. O alla siepe, in quel del Palarossini. Si decide il lato transenna. Fede o Max? Passerella o palla (…che anche se non c’è più per noi la fine della passerella sarà sempre Palla a oltranza)? Chi va avanti? Chi corre per avere quei 2, 3 secondi di garanzia? Il palco è …piccolo, la transenna pure. Madonna, madonna,vuoi vedere che il 26 non basta?

Si fanno le 18, le 18.30. Le prove continuano. Nel frattempo l’altra fila viene fatta scorrere a fianco della nostra. Mi assale la paranoia che succeda come a Livorno, a Bari, a Pescara , che cioè per qualche piccola incomprensione salti l’ingresso riservato e ci si ritrovi assieme o addirittura dopo gli altri, facendo andare in fumo sogni e aspettative e speranze di rock’n roll.

Le 19. La fila dietro di me si è alzata, ci alziamo tutti, ci mettiamo di buzzo buono e cattivo a far rispettare l’ordine di ingresso, che qualcuno che rompe lo si trova sempre comunque e in ogni dove. Inizio con i miei avvisi calmi e delicati a quelli dietro: non mi spingere e io non ti faccio male, toccami e ti arriva una botta tale che il fiato lo ritrovi su Chi l’ha visto. Che in genere funziona.

E poi le prove finiscono, le luci del palco si spengono, si accendono quelle neutre del palazzetto, i musicisti se ne vanno. E tocca a noi.

Le porte si aprono, e tutto funziona, l’altra fila aspetta, tocca a noi, a noi. Si va avanti, eccoti il biglietto, piegato e pronto per la lettura al visore ottico, e lo zaino aperto eccolo, e poi via, via, via dentro, con i tizi che ti dicono non correre, uno prova perfino ad afferrarmi un braccio,io che mi giro e faccio il gesto di morderlo e gli grido lasciami caxxo! e lui chiaramente mi lascia e finalmente dopo un po’ qua e un po’ là a capire come ci mettiamo io e le mie due compari, finalmente ci siamo, la transenna è lì, dietro la mia schiena. E’ fredda, dura, odora pesante e a me sembra oro fino.

Sono le 19 e 20. Manca un’ora e mezza al concerto. Sono in piedi dalle 4 e mezza.

Da qui alle 21 ci si sistema, si prende fiato, si sta seduti, rigorosamente. Ci si trucca, si mangia, i temerari bevono. Ci si cambia la maglia, ce la si toglie, si tira fuori acqua, zaino, cartelli, pennarelli, fascette, tutto pronto.

Si dà un’occhio all’avanzata delle file dietro, si fanno gli ultimi avvisi. Non provare a toccare la transenna, non allungare la mano, non mi spingere che ti piego. Se sei arrivato sin qui da dove ti ho visto che eri bravo/brava tu e scemi loro, ma adesso mi vedi? ci sono io, e dopo solo la transenna. Scordati di toccarla senza passarmi sopra, e se solo ci provi scordati di portare a casa denti e/o attributi, fai te. Anche qui, in genere funziona.

…e arrivano le 20.30. A questo punto ci si alza, tutti. Si piglia posto, si piazzano i gomiti, si spostano gli zaini oltre la transenna, arrivano i fotografi che resteranno per le prime tre canzoni, si fanno le prime foto. Ci si abbraccia. E’ andata? Sì, adesso si può dire, è andata, è nostra, la transenna è nostra, e noi ci siamo.

Si spengono le luci, un boato di voci accompagna l’ingresso dei musicisti. Fasci di luci rosse saettano nel buio. Un cono di luce si posa su Luciano.

Sono le 21.00.

Questa è la mia vita.

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Chimena Palmieri
Sono Chimena Palmieri, classe 1963. Ho un diploma di Ragioneria, una Laurea in Sociologia, un lavoro presso l’Università Politecnica delle Marche. Ho un figlio, Francesco; ho amici, molti interessi e poche passioni. Sono nata a Castelfidardo, cresciuta a Numana, vivo ad Ancona: tutto in 30 chilometri, perché “Credo che la voglia di scappare da un paese con 20000 abitanti vuol dire che hai voglia di scappare da te stesso e credo che da te stesso non ci scappi neanche se sei Eddie Merx”.