John Campbell, fuori dal Blues e dentro il nero

Una vita salvata dal Blues e dedicata al Blues per chi era già dato come il certo successore di Stevie Ray Vaughan

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Lo so, lo so. Nel leggere le vite dei musicisti blues, il primo pensiero che nasce nei cervelli dei lettori, nove volte su dieci, è: “Ma che sfiga maledetta!”. Mica posso darvi torto. Certe vite sono forgiate nella scarogna e nel lato più nero e beffardo del Fato, quello che da un lato da’ e illude, mentre dall’altro porta via tutto in meno di un attimo e senza lasciare manco il tempo di chiedere il perché.

Campbell 4John Allen Campbell, nato nel 1952 a Shreveport, Louisiana, non sfugge a questa regola. Cresce in quel di Center, Texas e, seppure fin dalla più tenera età dimostri una particolare propensione verso la National Steel Guitar della nonna, inizialmente predilige alla musica un’altra passione, molto più adrenalinica: le gare di Drag Cars, per metà auto da corsa e l’altra metà dragster, caricate con propellente per razzi. Passione che lo porterà, dopo un incidente quasi mortale, a ritrovarsi bendato stile mummia con cinquemila punti di sutura in faccia, un occhio inservibile, un polmone collassato, un rene quasi e svariate fratture. Per dirla con le sue stesse parole:

“Quando l’operazione fu terminata, ero bendato come una mummia e avevo dolori allucinanti ovunque. Non potevo neppure camminare, fermo in casa sul letto per un anno. Così ascoltavo musica tutto il giorno: Howling Wolf, Muddy Waters, John Lee Hooker ecc. Attraverso questa musica, cominciai a sentire qualcosa che non avevo mai provato prima. Non potevo parlare a causa dei punti sul volto, così divenni molto introverso e capii che la musica era la mia salvezza e che avrei fatto musica per il resto della mia vita.”

 

Nella realtà dei fatti e in parole povere, John Allen Campbell si consacra al Blues durante e dopo un periodo della propria vita dove era arrivato a un passo dalla morte, quando la sua mortalità gli si era parata dinanzi senza preavviso alcuno. Il Blues gli permette di attraversarla, fisicamente e a livello emozionale, tant’è vero che, nella migliore tradizione dei bluesmen, una volta ripresosi abbastanza da poter stare in piedi sulle proprie gambe, John lascia la scuola e si da’ alla vita del musicista vagabondo. Si trasferisce a Nacogdoches, Texas, munito solo della sua chitarra e di dieci sfavillanti dollaroni, e trova alloggio in una stanzetta dietro una chiesa abbandonata. Per cinque anni, dai diciassette ai ventidue, suona ovunque gli capiti, lungo la via che collega Houston a New Orleans: nei bar, per la strada, nelle sale da biliardo, alle feste di college. Apre serate per gente come Clarence “Gatemouth” Brown, Albert Collins e Son Seals. Campbell 5Contemporaneamente, ogni volta che suona ha a che fare con le dolorose conseguenze fisiche dell’incidente subito, che un anno di ospedale hanno lenito, sì, ma sicuramente non sanato. Secondo la concezione di vita che John matura durante questi anni, ogni volta che sale sul palco deve confrontarsi col proprio dolore e la propria mortalità, evocarla e invitare il pubblico a partecipare a questa ritualità dove il Blues è il luogo dove convivono in perenne conflitto buio e luce, bene e male, la realtà della vita e quella della morte. Realtà della vita che lo porta anche a vendersi un po’ di sangue per comprarsi una chitarra e le corde per suonarla.

I sacrifici, nel corso degli anni, danno il loro frutto. Negli anni ’80, invitato da amici, John si trasferisce a New York, dove c’è una discreta scena blues, e lì ha il suo colpo di fortuna: durante una serata in un club, lo nota il chitarrista Ronnie Earl, con cui aveva già suonato anni addietro in Louisiana, il quale decide di produrgli un album. Da lì in poi, affiancato da musicisti capaci e, coadiuvato dal suo vocione che già da solo è un omaggio al bluesman Howlin’ Wolf, da una National Steel Guitar del 1934 suonata in slide in puro stile Lightnin’ Hopkins, una National Rezophonic del 1940 e una Gibson Southern Jumbo acustica del 1952 elettrificata con pick up, la bravura di John e la particolarità del suo stile tenebroso, così distante da quello degli eleganti e noiosamente trendy chitarristi blues bianchi alla Eric Clapton, accrescono la sua notorietà fino a farla diventare globale. Tre soli album: il primo, prodotto dal Ronnie Earl, del 1988, “A Man and His Blues”, esce solo in Germania e viene poi riedito anche negli USA dopo l’uscita di “One Believer” (1991) e, soprattutto, del bellissimo “Howlin’ Mercy” (1993), suonato insieme alla band che già era stata di Joe Ely. La notorietà lo porta a viaggiare e affaticare sempre di più il suo corpo già duramente messo alla prova. Marzo JC lo passa in Europa a suonare in Inghilterra, Danimarca, Francia, Germania, Italia e Irlanda, aprile negli Stati Uniti tra Texas, Louisiana, California, Georgia e Tennessee. John è felice, ma chi gli sta vicino nota il suo cambiamento di umore e la sua sempre maggiore stanchezza. E purtroppo, subito dopo aver iniziato le registrazioni del quarto album insieme a Tommy Shannon, il bassista dei Double Trouble già di Stevie Ray Vaughan, John Campbell muore d’infarto nel proprio letto, nella notte del 13 giugno 1993.

Durante la celebrazione funebre il suo amico Dr.John commentò così la vita di John Campbell: “Questa terra non è il posto che sono orgoglioso di chiamare casa. Tutte le persone che hanno conosciuto John, sanno che ci deve essere un posto migliore. Lui ci ha dato più della musica, ci ha donato se stesso. Veniva dalle radici del Delta, dal fango del Mississippi e ci ha mostrato la via per qualcosa di più elevato.”

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Fulvio Bacci
Fulvio Bacci è nato, vive e lavora a Milano. È appassionato di storia, in particolare medioevo, e musica, cinema, lettura, basket, rugby, Irlanda e Scozia. Canta nella rock band milanese Minshara. Non è sposato e non ha figli. Si diletta di scrittura ma proprio perché non ha niente di meglio da fare. Fumatore accanito. Non ha soprannomi tranne "Ginocchio". Ha amici molto spiritosi.