Perché tanto lo sai, Quando tocca a te, tocca a te. Ma ci sono io, e quindi… Niente Paura.

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Che a cantare la gioia sia facile non è vero.

Nessuno canta la sua felicità. La felicità spesso è banale, genera invidia, non interessa a nessuno.

Il dolore chiede unguenti e carezze, chiede conforto.

ligabue-niente-pauraCome diceva Luigi Tenco (che del dolore pare inoppugnabile se ne intendesse) a chi gli chiedeva “Perché scrivi solo cose tristi?”  “Perché quando sono felice esco.” rispondeva.

Ma è altrettanto vero che nemmeno scrivere del dolore sia cosa semplice. A meno di non voler scendere nella retorica e piaccia vincere facile con due o tre belle rime dolore cuore e amore.

Luciano – oh, badate, secondo me, chiaro! Io sono una fan, non è che lui lo sia venuto a dire a ME cosa pensava o cosa intendeva dire nella canzone x o in quella y: quello che scrivo è l’idea che IO, mi son fatta, e quella e solo quella qui porto avanti, sia chiaro – col dolore ha un rapporto che definirei familiare.

Il dolore nelle sue canzoni è un compagno di vita, che non si può fare a meno di scansare, nemmeno quando vorresti, quando non è giusto, e allora tocca farci i conti. E andare avanti. A volte ti ci prendi a pugni, e a volte ci vinci e a volte ci perdi, ma tocca a te (“…quando tocca a te, tocca a te.”), e starsene fuori dal gioco non è ammesso, nemmeno per non soffrire.

Che nessuno alla fine lo vuole, soffrire, è chiaro, ma lui te lo mette chiaro e tondo e limpido lì davanti, che dalla vita non si scappa: penso a canzoni come Il volume delle tue bugie (e continui a dire al mondo/che le cose sono chiare/ce la fanno solo i duri/ che chi spera si fa male/ e tu oramai sei dura dentro/ molto più di quel che basta/non ti possono far niente/niente amore niente guasti), o ancora a Quando tocca a te (Per ogni ora passata in campo/ e non ti sporchi neanche la maglietta/Ci vuol sudore e un minimo di cuore/se non vuoi lo zero a zero), La linea sottile (A mia volta mi fido del mondo/ non ti dico le botte che prendo/Non c’è modo di starsene fuori/da ciò che lo rende tremendo e stupendo).

Che il dolore si combatta e non si possa evitare, del resto, lo aveva già detto anche nei racconti, nelle poesie: ricordo la bellissima frase della poesia False partenze, in Lettere d’amore nel frigo: poi succede che qualcuno/il proprio cuore/ se lo strappi a mano/…/probabile che abbia sentito/che senza un cuore/ l’infarto non viene.

Dell’effetto delle canzoni sulla vita in generale, e sul dolore in questo caso, Luciano ha un atteggiamento particolare. Se da un lato ci tiene a dire che la musica non cambia il mondo, che quello sei tu che lo devi cambiare, dall’altro, come gli testimoniano i fan quotidianamente, testimonia che la musica aiuta le persone a stare meglio, a superare certe cose (..e magari chissà, stando meglio ci si riesce a cambiare il mondo! ). Che la musica abbia il suo ruolo, lo dice chiaramente in In pieno rock’n roll , quando dice che la musica fa sempre il proprio dovere/…/canzoni che sanno chi sei/ molto meglio di te…

Che la sua ne abbia uno particolarissimo per i suoi fan Luciano lo sa benissimo, e lo riporta in un’intervista rilasciata al settimanale Sette: “Ci sono tre mie canzoni in particolare”, ha detto, “che si sono rivelate utili, mi dicono, in certi casi, addirittura necessarie, e sono ‘Niente paura’, ‘Il giorno di dolore che uno ha’ e ‘Quella che non sei’. So, direttamente dai fan, che a queste canzoni molti si sono aggrappati in momenti tormentati della loro vita. E ognuna di queste canzoni, mi hanno spiegato, fa un lavoro specifico. ‘Niente paura’ serve a darsi coraggio. Mi hanno raccontato testimoni diretti, gente che era stesa sul tavolo operatorio, per intenderci, che ‘Niente paura’ è un pezzo che molti chirurghi ascoltano mentre fanno un intervento. Invece ‘Il giorno di dolore che uno ha’ viene usata di frequente per accompagnare l’elaborazione di un lutto. La funzione di ‘Quella che non sei’ è un’altra ancora. Quella canzone, che racconta le difficoltà che hanno spesso le donne di piacere a se stesse, è diventata la canzone in cui si riconoscono molte ragazze anoressiche. Penso che solo le canzoni possano fare certe cose, non i libri, non i film. Ed è questa la ragione per cui sono grato a questo mestiere”.

Ma c’è da cantare anche il dolore muto, strisciante, quello che non puoi dire, far esplodere catarticamente. Una perdita, una mancanza, un vuoto che non si elabora, che rode e corrode. Che chiede parole, conforto, che esplode in rabbia. Il dolore che non puoi magari piangere come vorresti, che devi contenere, che fa più male.

Credo – IO, almeno, credo – che Lettera a G. e Caro il mio Francesco prima, e Per sempre e Ciò che rimane di noi dopo, siano su questa linea.

Tempo fa, in una bellissima conversazione ebbi modo di dire come mai, tra i due maggiori esponenti del rock italiano io abbia un giorno sentito, dentro, che il MIO cantante fosse Luciano. Lo ripeto qua perché è quello che ancora oggi mi muove e credo fermamente, e lo ripeto perché ha a che fare proprio col dolore (non nomino nessuno perché a me le diatribe e le pseudo rivalità stanno, delicatamente, sui cog***ni, quindi vi prego di evitarvelo anche voi, perché non serve a nessuno). Credo (Io, almeno, Credo) che come canti il dolore, e il nulla, e l’annichilimento e la rabbia l’altro, Luciano non l’abbia mai fatto.

Come riesce a descrivere quell’abisso e quel baratro l’altro, come IO, mi sia sentita perfettamente compresa quando stavo nelle pezze dall’altro, nessuno mai.

Però… …però è finita lì. Perché non ho mai trovato, poi, nell’altro, IO, nessuna mano che mi aiutasse a rialzarmi. Nessun appiglio a cui attaccarmi, nessuna luce in fondo al tunnel (e nemmeno un soldo per arredarlo!).

E invece dopo un po’ io dal tunnel del dolore devo, voglio uscire. Voglio alzarmi, ripigliarmi la vita. Ecco, Luciano questo nelle sue canzoni lo sa fare. Ti canta in faccia il dolore, ma non ti annienta.

Ce lo fai, il giro nell’abisso, ma poi un uscio per uscire, una porta da aprire la trovi. Ti dà le parole da usare quando non trovi le tue, ma poi te lo dice, aiutati che dio o chi per lui ti aiuta. Tirati su.

Niente Paura.

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Chimena Palmieri
Sono Chimena Palmieri, classe 1963. Ho un diploma di Ragioneria, una Laurea in Sociologia, un lavoro presso l’Università Politecnica delle Marche. Ho un figlio, Francesco; ho amici, molti interessi e poche passioni. Sono nata a Castelfidardo, cresciuta a Numana, vivo ad Ancona: tutto in 30 chilometri, perché “Credo che la voglia di scappare da un paese con 20000 abitanti vuol dire che hai voglia di scappare da te stesso e credo che da te stesso non ci scappi neanche se sei Eddie Merx”.