Ho visto ad Anversa la mostra Fuel to the Fire di Ricardo Brey.
Anversa è una città bellissima : colta intelligente, un po’ olandese (ma la preferisco alla paludata Amsterdam), un po’ francese, fiamminga nell’anima: lascia coesistere con prodigiosa armonia nordiche piazze dominate dai palazzi delle gilde (Grote Markt) con il primo grattacielo d’Europa (lo stupendo ed art deco Boerentoren), deliziosi ristoranti, van Eyck, Quentin Matsijs e Rubens con una sincera arte contemporanea.
La mostra è nel bel Museo di Arte contemporanea (Museum van Hedendaagse Kunst Antwerpen, M HKA) che si affaccia sull’imponente fiume Schelda.
Ricardo Brey è nato a Cuba nel 1955, in una famiglia di pescatori. Tra i protagonisti della rinascita dell’arte dell’isola, dopo la partecipazione a Dokumenta IX a Kassel del 1991 si trasferisce a Ghent, nelle Fiandre, diventando a tutto titolo uno dei maggiori artisti europei. La mostra ripropone il suo percorso dai Papeles de Verrazano del 1985 alle sue ultime opere fotografiche.
La sua è una ricerca iconografica che si aggira dalle parti dell’antropologia, dell’archeologia, del misticismo. In mostra le carte di Verrazano sono esposte per la prima volta dopo 30 anni in un’installazione straordinaria: un centinaio di fogli (15×21 cm) che riproducono il diario dell’esploratore, colmi di una scrittura minuta, disegni, diagrammi, rielaborati cromaticamente e affiancati uno all’altro in una stanza circolare. Il dialogo tra le diverse forme espressive – scrittura, disegno, pittura, ready-made di oggetti quotidiani, fotografia, libri d’artista – è la cifra più affascinante del lavoro di Rey. In mostra si ammirano una decina di teche che sembrano un’esplosione quadridimensionale dei box di Joseph Cornell. In una stanza è riproposta l’installazione, Untitled, di Kassel: materassi, frammenti di legno, pittura che cola sulle pareti, vetro: in un primo tempo decisamente disturbante. Poi, entrati “dentro” l’opera – e con l’aiuto del catalogo – si scopre che il colore non è sangue rappreso, ma Coca-cola spruzzata. Il caos che diventa ordine diverso. Personale. Da riflettere, rielaborare, riverificare da se stessi. La mostra ha due appendici “extramuros” di particolare bellezza: le installazioni Every Life is Fire, un cosmo di 33 sfere posto nell’altare della barocca chiesa di San Paolo, e Universe, 1004 disegni che riflettono sull’evoluzione, la religione, la mitologia, sistemate in 99 teche nel neogotico Ateneo di Anversa.
Come lo stesso artista afferma “un’arte concettuale che naviga più dalle parti di Borges che da quelle di Kosuth”.
La mostra chiude il 10 maggio. Dopo cercate Bray alla prossima Biennale di Venezia (dal 9 maggio) alla quale parteciperà nella mostra curata da Okwui Enwezor All the World Futures

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Gabriele Miccichè
Lavora nell’editoria dal 1977. A Palermo nella casa editrice Sellerio fino al 1984, poi a Milano presso Gabriele Mazzotta. Dal 1989 è socio e art director dello studio editoriale Ready-made. Le sue passioni sono la letteratura, la grafica, l’arte urbana (ha organizzato mostre sulla net-art e sui writers). Ha pubblicato Giambattista Bodoni e l’arte della tipografia (Edizioni Università IULM, Milano 2013). Collabora con le riviste Bell’Italia e Bell’Europa.