The Dark Side of The Red Room

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Londra non è mai uguale, pur essendo sempre la stessa. Il conservatorismo british si è trovato a lottare ogni decennio con nuovi nemici del sistema: dalle zazzere e le gonne corte dell’era beat, alle creste colorate ed i piercing dell’epoca punk, sino al new romantic. Dai Beatles ai Sex Pistols sino ai Duran Duran. Su tutti, solo la Regina Elisabetta II ed i Pink Floyd ad incensare la grandezza e la continuità del Regno Unito.

Proprio nel periodo in cui il punk prendeva le distanze dal rock, i Pink Floyd prendevano le distanze da tutti con tre album di straordinaria fattura: Wish You Were Here (1975), Animals (1977) e The Wall (1979).

Era mercoledì 16 marzo del 1977, stavo andando alla Wembley Arena di Londra, in macchina con lo staff dei Pink Floyd, per la prima assoluta del concerto di presentazione di “Animals”. Due mesi prima era stato pubblicato l’omonimo album. Una folla di persone aveva esaurito la capienza. I Pink Floyd conquistarono il pubblico con la grandezza e la potenza della loro musica, con imprevedibili effetti speciali e, per la prima volta, con il gigantesco Pink Floyd Pig, l’enorme maiale rosa che volava sopra le teste del pubblico. Il concerto fu fantastico, ma la serata riservava sorprese migliori.

Dopo il concerto, sempre con la macchina del management, fui condotto in un club a Park Lane, dove la Emi Records, casa discografica per cui lavoravo, aveva organizzato un party per la band. L’aperitivo si teneva nella Red Room del Les Ambassadeurs. La stanza, molto grande, era interamente tappezzata di velluto rosso: pareti, soffitto e pavimento. Un unico mobile al centro con bicchieri e bottiglie di vino e champagne. Gli invitati arrivavano a gruppi, dopo aver lasciato il concerto. Molti gli artisti Emi e soprattutto Harvest, l’etichetta progressive per la quale incidevano i Pink Floyd. Avevo riconosciuto Roy Wood ex Move ora con Electric Light Orchestra, Edgar Broughton, Kevin Ayers ex Soft Machine, Jon Lord e Ian Paice dei Deep Purple, Twiggy,  Cliff Richard. C’erano anche Peter Jenner e Steve O’Rourke, primo e ultimo manager dei Floyd.

Proprio mentre stavo chiacchierando con Peter Jenner dei  geniali lavori musicali di Roy Harper, artista di cui lui si occupava e da me molto apprezzato, sentii scricchiolare sotto di me. Mi resi conto che il tacco della mia scarpa destra si era staccato di netto dalla suola. Nulla di veramente grave, non mi sarei certamente messo a zoppicare, visto che il tacco era molto sottile. Ma l’incubo fu un altro. Dove far sparire l’oggetto inutile in una stanza che non aveva alcuna nicchia, insenatura, sottomobile o altra preziosa rientranza? Il tacco abbandonato lo avrebbero visto tutti e sicuramente mi avrebbero additato con spregio, per cui me lo tracinai sotto il piede con falsa agilità. Sembrava che ognuno stesse notando il mio imbarazzo, anche i camerieri del Les Ambassadeurs mi guardavano con britannica disapprovazione.

L’arrivo in sala di David Gilmour, Roger Waters, Richard Wright e Nick Mason distolse l’attenzione dei presenti dalla mia vergogna. Fu in quel momento che notai un angolo della sala meno illuminato e con un consistente gruppo di persone che chiacchierava. Mi avvicinai con cautela, non dovevo perdere il tacco nel trascinamento. Riconobbi, tra gli altri, Storm Thorgerson dello studio Hipgnosis, creatore delle più belle copertine dei Pink Floyd e di molti altri artisti, che stava dialogando amichevolmente con Alan Parsons, anche lui collaboratore dei Pink Floyd ed artista di successo. Mi avvicinai a loro per salutarli e, mentre stringevo vigorosamente le mani che mi venivano sottoposte, con il piede calciai il tacco con un rasoterra perfetto verso la parete che era ancor più in ombra. Determinato come un rigore, più preciso di un colpo alla 18a buca. Mi parve di sentire degli applausi, probabilmente era frutto della mia fantasia.

Lasciammo finalmente la Red Room (il mio tacco giace sicuramente ancora in quel luogo) e fummo invitati a recarci nella sala da pranzo ove ognuno aveva il posto assegnato. Io fui sistemato ad un tavolo con Nick Mason alla mia sinistra e Roger Waters alla mia destra. Il primo mi raccontò della sua collezione di auto Ferrari, il secondo del nuovo progetto musicale su cui stava lavorando e che aveva come tema un muro… un insieme di mattoni… Forse non avevo capito bene o lui non era stato chiaro.

Comunque, vi garantisco che non fu una serata noiosa.

 

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Massimo Bonelli
Ex Direttore Generale della Sony Music, ha trascorso 35 anni nel mondo del marketing e della promozione discografica, sempre accompagnato da una grande passione per la musica. Lavorava alla EMI quando, in un periodo di grande creatività musicale, John Lennon, Paul McCartney e George Harrison hanno iniziato produzioni proprie di alto livello e i Pink Floyd hanno fatto i loro album più importanti. Sino a quando, con i Duran Duran da una parte ed il punk dall’altra, è arrivato il decennio più controverso della musica.In CBS (più tardi Sony), ha contribuito alla ricerca e al lancio di un numero considerevole di artisti, alcuni “mordi e fuggi” come Spandau Ballet o Europe, altri storici come Bob Dylan, Bruce Springsteen, Cindy Lauper, Franco Battiato, George Michael, Claudio Baglioni, Jovanotti, Pearl Jam, Francesco De Gregori, Fiorella Mannoia e tanti altri…Si fatica davvero a individuare un artista con il quale non abbia mai lavorato, nel corso della sua lunga vita tra pop e rock.