#1 – Sail Away

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Note che si inseguono. Pensieri lunghi un’ora, attraversati da un unico filo.
Rovista negli scaffali, fatti inviare il pezzo mancante da un amico,
o compra su iTunes quello che non hai. Poi fatti un cd.

Il gioco di farsi le cassette per la macchina era il più bello che ci fosse, il modo migliore – l’unico – per tradurre i nostri album di vinile in qualcos’altro. Per trasformare l’ordine (voluto dagli altri e spalmato su due facciate) in disordine, l’amato disordine della musica rimescolata da noi, e da noi modellata per prendere altre forme e rinascere altrove, in un luogo che non fosse la nostra stanza.

Avvicinavi canzoni e le scoprivi simili o affini. La coda dell’una sembrava nata per abbracciarsi all’inizio dell’altra. Tutte insieme, estrapolate dalla loro sede naturale, ci tenevano compagnia in un modo nuovo, disegnando quasi un’altra realtà. Diventavano pezzi del nostro mosaico.

Oggi quel gioco viene ancora più facile vagando con You Tube dal pop al reggae, dalla musica celtica all’elettronica, dall’hip hop al rock’n’roll. Non bisogna alzarsi né impolverarsi le mani in cerca di questo o quello. Si ascolta di tutto, nemmeno dall’inizio alla fine, travolti dall’ingordigia figlia della quasi totale disponibilità di canzoni.

Quel gioco talvolta vale però la pena di fermarlo su carta, giustificarlo, cristallizzare quelle sequenze figlie del caso, figlie di un’assonanza o di un pensiero più solido.

C-60: canzoni a raccolta è il mio modo di condividere quelle emozioni e quel piacere. Se vi piace “bruciatevi” un cd, inzeppatelo di quei sessanta minuti che non troverete, montati così, in nessun negozio di dischi.

Il tema cambierà di volta in volta. Sarà figlio dell’umore del momento, eredità di un libro appena finito, di un film appena visto o – chissà – di un fatto accaduto di cui avremo letto diffusamente in cronaca. Canzoni strette una all’altra da un motivo.

Perché la musica c’é sempre, in tutto ciò che facciamo. Diverte, insegna e fa riflettere.

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Sopporti l’inverno in attesa della primavera. Poi questa arriva e quasi non te la godi perché riscopri il caldo sulla pelle e pensi già al mare, alle sue onde, allo spazio che accende ogni voglia, alla salsedine, alla possibilità di navigare lontano da tutto.

Con l’austera ballata pianistica SAIL AWAY Randy Newman (quello di “You can leave your hat on”) diede voce a un reclutatore di braccia che avviava la tratta degli schiavi dall’Africa all’opulenta America. Parlava di una Terra Promessa, illudeva, era un Caronte ancora più maligno perché prometteva una vita migliore ai vivi, ingannandoli. La canzone è superba nella sua bellezza, con un’apertura orchestrale mozzafiato incastrata in una melodia da grande songbook americano, tutto al servizio di un testo ironico e amaro in perfetto stile Newman (“troverete cibo da mangiare e non dovrete attraversare la giungla per sfamarvi / canterete canzoni su Gesù e berrete vino tutto il giorno / oh, è straordinario essere americani”).

Quando decise di navigare verso la promised land delle classifiche più ricche, Rod Stewart, da Highgate, zona nord di Londra, cantava SAILING, la canzone che sospinse il suo album “Atlantic Crossing” verso molti record. Quel salto da un continente all’altro (la copertina fumettata dice proprio questo) significò per lui abbracciare sonorità sempre più americane e finire in California, terra di bionde, di mare e di Ferrari tirate a lucido: l’habitat naturale di Rod dopo le birrerie scozzesi e i campi di calcio. La canzone che avrebbe cambiato la vita a Stewart trasformandolo in un’icona del pop l’aveva scritta tempo prima un suo connazionale, Gavin Sutherland, che guardacaso l’aveva pubblicata con la sua band in un album intitolato “Lifeboat”, scialuppa di salvataggio. ROD STEWART - Atlantic crossing

I Waterboys dello scozzese Mike Scott, i “ragazzi dell’acqua”, erano reduci da un album intitlato “This is the sea” quando iniziarono a lavorare al suo successore “Fisherman’s blues”. Sempre roba di mare e di pescatori, quasi un chiodo fisso. Onda su onda, per rubare le parole a Paolo Conte.

L’album conteneva un rifacimento di “Sweet thing” di Van Morrison, ma il pezzo più luminoso e rimarchevole, nonché debitore per stile e interpretazione al grande irlandese, era STRANGE BOAT e rifletteva insieme a “Old England”, usando la navigazione come metafora, sulla decadenza dell’Inghilterra di Margareth Thatcher (“Siamo salpati a bordo di una strana barca, diretti verso una costa davvero strana / strano è questo mare, strano è questo vento”). Tutto era partito da un album di esordio in cui il logo della band simboleggiava le onde del mare, quel mare che ha affascinato generazioni di musicisti e di songwriter.

Non si è sottratto a tale fascino Francesco De Gregori, anzi, ne ha pervaso la sua discografia. “Renoir”, dal disco che conteneva “Generale”, apriva con un eloquente “gli aerei stanno al cielo come le navi al mare”, ma fu l’anno successivo che, insieme a Dalla, il Principe diede voce ai sentimenti e ai tormenti degli uomini che vanno per mare. Con una punta, forte, di poesia (“ma come fanno i marinai a riconoscere le stelle / sempre uguali sempre quelle dall’Equatore al Polo Nord”). La sua canzone definitiva e più bella sul tema é a parere di chi scrive COMPAGNI DI VIAGGIO, perché il suo testo riguarda i porti e le imbarcazioni ma anche la vita di tutti noi, con un occhio alle relazioni che merita un ricordo (“due buoni compagni di viaggio non dovrebbero lasciarsi mai / potranno scegliere imbarchi diversi, saranno sempre due marinai”).

“Alice”, che De Gregori ha cantato anche con Ligabue, parlava di gatti, animali ghiotti di pesce, ma non è li che voglio portarvi, e nemmeno sulla copertina di “Arrivederci, mostro!” su cui il cantautore reggiano aveva fatto dipingere un paesello che sormontava un enorme sarago fasciato (adattamento dall’opera Fishy Island, l’isola a forma di pesce, del fotografo svedese Erik Johansson), bensì sulle tracce di un suo brano “minore”, SONO QUI PER L’AMORE, una canzone che amo molto e che voglio piazzare qui perché come “Compagni di viaggio” nasconde un patto e una voglia di saldezza che ispirano e commuovono per la fragilità degli elementi usati nel racconto (“Sono qui per l’amore, per riempire col secchio il tuo mare, con la barca di carta che non vuole affondare”). E poi vuoi mettere come calzano a pennello, qui, quel secchio, quella barchetta, quegli oblò rigati di sporco e quegli abissi temuti di cui canta Luciano da Correggio?

Non dimenticava mai il suo mare il Capitano Jim cantato da James Taylor in CAPTAIN JIM’S DRUNKEN DREAM. Anzi, quando tornava assai raramente al suo paesello di quattro case (“one horse town”, si dice in America e canta James) sfotteva i vecchi amici (“è palese che non siete mai stati nei mari del sud”). Le parole gli uscivano dal cuore – “incontrarmi qui è come vedere un pesce che si dibatte sulla terra secca” – mentre sognava di tornare sulla sua barca. Sintetizzava così con la sua inconfondibile voce il signor Taylor, che per dirla completa vive in una bella fattoria, con annesso studio di registrazione, sull’isola di Martha’s Vinyard, un po’ la Capri dei bostoniani.
Dopo le ballate, in ogni cassetta serve il ritmo.

E allora spazio a Dan Zanes, un signore che un tempo era un rocker e fronteggiava i Del Fuegos (“Boston, Mass.” il loro migliore album, ma guarda un po’ sempre nella zona delle aragoste ci troviamo) e da parecchi anni si dedica al recupero di musica popolare raccolta a tema – e questo ci piace – in dischi dedicati ora agli ispanici di Nueva York, ora alle canzoni per bambini. Tutto con un’orchestrina formidabile dove non mancano mai strumenti che sono sinonimo di felicità e voglia di ballare: il banjo, le trombe, il contrabasso e gli ukulele. Di canzoni da estrarre dal suo “Sea Music” ce ne sarebbero tante, tutte storie di mare, pescatori, barchette e viaggi della speranza (non mancano il traditional “Shenandoah”, la canzone per le sirene “Mermaid” e “Leaving of Liverpool”), ma noi ci godiamo la corale CAPE COD GIRLS. “Dicono che un buon shantyman che guida il coro, valga dieci marinai” canta Zanes con fare sbarazzino e divertito.

Fabrizio De Andrè e PFM sono nel ricordo di tutti gli esecutori della migliore versione de IL PESCATORE, quello che aveva “un solco lungo il viso come una specie di sorriso”. Accadeva anni prima di “Creuza de Ma”, l’album capolavoro che per stessa ammissione del suo autore usava “la lingua del mare, un esperanto dove le parole hanno il ritmo della voga, del marinaio che tira le reti e spinge sui remi”.

Molto, molto lontano dalla Liguria di De Andrè il New Jersey cantato da Tom Waits in JERSEY GIRL. Lì, costa est americana appena sotto New York, c’è un lungomare che evoca ricordi e passeggiate all’inseguimento della bella di turno: “down the shore everything’s allright, you and your baby on a saturday night”. Musica derivativa, nelle sonorità e nel sentimento. C’erano stati un decennio prima i Drifters di UNDER THE BOARDWALK, canzone che anche i Rolling Stones avrebbero inciso agli inizi di carriera, a cantare “nascosti sotto le assi del boardwalk ci riparavamo dal sole, vicini al mare / un lenzuolo e la mia bambina era tutto ciò che mi bastava”. Due canzoni gemelle “Under the boardwalk” (la felicità del rock’n’roll vocale di scuola Fifties) e “Jersey girl” (il cantautorato introspettivo della east coast anni Settanta), di quelle che trovi sempre il modo di mettere una di schiena all’altra, back to back, come gli amanti cantati dai Drifters. Stessa spiaggia stesso mare, memoria anni Sessanta di casa nostra.

Su una spiaggia, in giacca gialla e pantaloni bianchi, spalle all’obiettivo e faccia al mare, era ritratto Neil Young sulla copertina del suo ON THE BEACH, pieni anni Settanta. La coda di una Cadillac spuntava dalla sabbia, a pochi metri l’ombrellino a fiori e due di quelle sedie che un alito di vento se le porta via. Nella title-track, in un soffice e malinconico delirio elettrico, il canadese canta ora con il suo riconoscibile falsetto ora con voce a tratti più grave “adesso vivo sulla spiaggia ma non ci sono gabbiani”. YOUNG - on the beach

Il chitarrista sta attraversando una fase cupa della sua carriera, fa uso di droghe pesanti, ma resta ispiratissimo e riesce a descrivere benissimo le paure di un uomo fragile che vede il mondo girare troppo veloce e spera che non gli volti le spalle.

Sotto al mare, ma proprio in profondità, sembravano a loro agio i Beatles. Avevano inciso “Yellow Submarine” e quel sommergibile giallo non lo usavano per scopi militari o scientifici, come accadeva in “Ventimila leghe sotto i mari”. Una volta immersi, semmai scrutavano col periscopio il mondo da laggiù. Per voce di Ringo Starr, in OCTOPUS’S GARDEN reiterarono il pensiero, e furono ancora più chiari: “vorrei proprio starmene sotto al mare / nel giardino del polipo, all’ombra / inviterei tutti i miei amici a vedere come si sta, lì sotto”. Era la seconda canzone mai scritta da Ringo. Harrison la definì una “cosmic song”, la canzone visionaria del più pacifico dei quattro baronetti. Come gli venne l’idea al batterista dei Fab Four? E dove? Era ospite nel 1968, anni cosmici quelli, sulla barca dell’attore Peter Sellers. Accadeva in Sardegna. Ringo aveva ordinato fish & chips per pranzo, il capitano volle conoscerlo e gli iniziò a parlare di polipi e più grandi piovre e di come queste ultime abbiano l’abitudine di raccogliere per mare sassi e altri oggetti luccicanti con i quali costruirsi dei giardini.

Non è meraviglioso scoprire come nascono le canzoni e non è divertente metterle insieme in maniera apparentemente random?

CSNGraham Nash era un grande fan delle armonie vocali dei Beatles sin dai tempi in cui era negli Hollies, stessa cosa dicasi per David Crosby e Stephen Stills; CSN cantarono tra l’altro “Blackbird” di Lennon & McCartney, una canzone composta l’anno prima di “Octopus’s garden”. SHADOW CAPTAIN è una tra le più belle canzoni del trio e venne composta nella bellissima barca a vela del paffuto e baffuto David (faccia da nostromo, cos’altro?), il leggendario veliero Mayan, ventitre metri di mogano dell’Honduras che il musicista possiede da quarant’anni. E’ Crosby il capitano della canzone. Come non ricordare poi le sue “The Lee Shore” e “Wooden Ships”, lì composte sul finire degli anni Sessanta quando Crosby visse nello schooner ormeggiato a San Francisco.

Tra onde e orizzonti lontani avevamo aperto, allo stesso modo chiudiamo quasi sessanta minuti dopo. Giusto il tempo di preparare i titoli di coda di questa prima puntata di “C-60: canzoni a raccolta”, e ritrovare una canzone firmata e interpretata da David Gray, songwriter per le ultime generazioni, uno che i dischi di Randy Newman e di CSN & Young non può non averli ascoltati.

La sua SAIL AWAY ha solo il titolo, e il mare, in comune con quella di Newman ascoltata in cima al nastro. Fa parte di “White ladder”, forse il più bel disco dell’inglese che nasceva quando quei californiani iniziavano a scrivere successi da comprarsi fattorie e barche a vela e andar per mare.

“Naviga con me dolcezza”, canta Gray, “e metterò il mio cuore nelle tue mani / Potrei morire se tutto ciò finisse / Perciò navighiamo insieme”.

Canzoni nate per stare tutte insieme. O no?

 

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Ermanno Labianca
È nato e lavora a Roma. Primo singolo Senza luce/Dik Dik, primo LP Abbey Road/Beatles. Nei '60 ha visto Patty Pravo esibirsi, nei '70 Bob Dylan, finendo fotografato ancora minorenne sul Melody Maker che considera il suo trofeo più importante, negli '80 ha fondato la fanzine Follow That Dream (Springsteen e altre vie del rock). Da allora ha collaborato con numerose testate musicali, dal Mucchio a Rockstar, da Jam a Rolling Stone. Suoi articoli sono apparsi su l'Espresso e i dischi di Repubblica. Ha contribuito a diverse enciclopedie rock, da quelle Arcana fino a 24mila dischi. Ha lavorato in discografia (Sony e indipendenti) e continua a produrre per Route 61. Numerosi i suoi libri dedicati alla musica: alcuni su Springsteen, una biografia di Ben Harper (con Patrizia De Rossi), un saggio sulla canzone d'autore U.S.A. (Like a rolling stone) e Canzone per te: appunti di musica leggera (con S.Bardotti). È autore televisivo, principalmente per Rai e Mediaset, area intrattenimento. Tra i tanti programmi realizzati: Domenica In, Sanremo Jazz, Il Concerto del 1° Maggio, i Migliori Anni, Attenti a quei due, Telethon, la Pista.
  • Rip Kirby

    Very nice, thanks for the good memories.

  • Rip Kirby

    Ottimo articolo, grazie per i ricordi lievemente assopiti ed ora risvegliati 😉