Semina il vento. Perissinotto e il terrorismo islamico

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semina il ventoCome nasce un terrorista islamico, come può nascere in Italia? Di che cosa può alimentarsi?
Shirin è nata a Parigi, dove i genitori si sono rifugiati dopo la deposizione dello Scià. È bella, giovane, atea e decisamente ostile al fondamentalismo. Simile a una coetanea occidentale del ceto riflessivo.
Giacomo a Parigi ci è approdato da Molini, un paesino della montagna piemontese, per un dottorato di ricerca. La sera fa il cameriere in un bistrot per arrotondare.
Giacomo e Shirin si incontrano, si amano, si sposano. E decidono di ritornare al paese di Giacomo, dove anche Shirin spera di mettere radici. All’inizio sono rose e fiori: la vecchia casa restaurata, il coro di canti popolari dove anche Shirin è ammessa, la scuola identitaria finanziata dalle famiglie del paese di cui Giacomo sarà maestro.
Ma l’identità oggi non è più il luogo dell’idillio, non è più roots e piccola patria, tradizioni da riscoprire e restaurare come il vecchio macinacaffè, presidi dello slow food e mulino bianco. Oggi l’identità è diventata, qui e altrove (il radicalismo islamico sembra lo specchio feroce delle nostre fobie), chiusura e negazione dell’altro, fortino assediato dagli indiani o proterva autarchia. Un’identità sterile, che si pasce di sé e rifiuta il mondo.
Per Giacomo e Shirin le cose vanno male: allontanata lei dal coro e, da paesani e leghisti, assimilata agli islamici da cui è lontana le mille miglia. Perché il gioco stolido dell’identità funziona così: tutti cattolici e tutti islamici, tutti lombardi e tutti stranieri, nessuno che possa fare capolino dai blocchi per dire “io sono io”. E isolato lui che la difende. Andrà male anche il matrimonio, fino alla fuga di Shirin che approda a Milano, tra fratelli e sorelle islamiche nelle cui braccia è stata spinta. Fino alle estreme conseguenze.
Alessandro Perissinotto, che insegna teorie e tecniche delle scritture all’università di Torino, è un narratore solido e onesto. In questo romanzo usa la forma del memoriale (quello di Giacomo dal carcere in cui è rinchiuso, accusato di essere complice della moglie), nel precedente Al mio giudice (2004) aveva adottato la forma del romanzo epistolare. Semina il vento scorre appassionato e dolente, con il suo nucleo importante di riflessioni e interrogativi.
L’unico appunto che mi sentirei di muovergli è di essere rimasto, nel descrivere l’intolleranza della destra populista, troppo nella scia della cronaca: i suoi vigili e il suo sindaco, plausibilissimi, parlano come Joe Formaggio e come i tanti, troppi fascioleghisti che esternano facendo pessimo uso dei pochi neuroni in dotazione. La cronaca è spesso già “romanzesca” di per sé, sarebbe necessario uno scarto.

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Bartleby
Bartleby scrive da sempre, non solo per Spettakolo! e non solo di libri (e film, politica, ideologia, tecnologia e altro): quindi potrebbe essere lo scrivano di cui parlava Herman Melville in quel racconto omonimo, dove Bartleby -richiesto di prestazioni a lui non gradite- semplicemente rispondeva preferisco (preferirei, avrei preferenza) di no . Ma con noi è sempre disponibile...