Abbiamo andate e ritorni violenti. Siam questi qua: quelli da down post concerto

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…e adesso c’è il momento più brutto per chi è fan davvero.

Il momento in cui il Tour finisce, e non c’è più un countdown da fare, a cui aggrapparsi.

Il momento in cui la frenesia e l’incazzatura di prenotare alberghi, scovare voli, mettere d’accordo teste pensanti autonomamente improvvisamente all’unisono su budget date ferie fidanzate e fidanzati vari, che tu fino a un momento prima hai maledetto, finisce davvero.

Che si fa? E adesso?

E’ il momento del down post concerto.

L’adrenalina che cala, e ti fiacca l’anima e il cuore.

Tutte quelle aspettative, risolte o non risolte, che comunque restano troppo grandi per poter pensare di esaurirle in, ogni volta, due ore di SpettaKolo, proprio.

Che chi non c’è dentro non capisce, e d’altra parte come potrebbe? Ma così come non l’ha comandato nessuno di farlo a chi lo fa, nessuno vieta a chi sta fuori di provarla, l’esperienza di goderselo davvero, un tour, come dio, pardòn!, come fan comanda.

E comunque è fatta.

Finita l’attesa per la scaletta, per gli inediti che farà, non farà. Finite le attese e le nottate fuori dai palazzetti/stadi e dentro le tende; finito il cercare bagni, più o meno chimici, stanze d’albergo in multicomproprietà dove andare solo a farsi una doccia, che fino a qui sembra una benedizione.

Ma è finito anche il tempo delle giornate dedicate completamente all’amicizia, all’attesa, alla condivisione dell’esperienza; dei selfie improbabili, delle telefonate a casa a chi non c’è, dei cartelli scritti col pennarello, dell’attacco alla transenna, dei sorrisi del Capo a due metri dal Capo.

Una botta di vita che ti tiene su finchè polso ce n’è, e che è destinata a mollarti, di botto, ogni sacrosantissima volta. Non è che saperlo ti aiuta, eh. Non è che si impara, che faccia meno male.

Che anzi, se non c’è, significa che qualcosa non ha funzionato, che l’emozione non è salita. Se non fa male, se non c’è livido, non c’è stata nessuna botta.

Stavolta però mi sento di dire che, anche al buio, qualcos’altro ci aspetta, quest’anno, Qualche cosa – molto più d’una, in realtà, mi vien da pensare – Luciano ce l’ha riservata, in questo 2015 di giubileo.

Che Campovolo oramai è certo, ma che forse ci potrebbe essere anche spazio per altro… che non dico un raduno, non dico una Festa, non dico un album nuovo, una serie di concerti extra, un altro Tour…

Insomma, IO non dico niente ma tu, Capo, dài, ce lo dài il prossimo appuntamento? Un countdown da far partire?

Facciamo così: noi intanto ricarichiamo le pile, ma tu, che ne so, magari, l’11 maggio, data di uscita di Ligabue 25 anni fa… ce la dici qualcosina? EDDAI…

 

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Chimena Palmieri
Sono Chimena Palmieri, classe 1963. Ho un diploma di Ragioneria, una Laurea in Sociologia, un lavoro presso l’Università Politecnica delle Marche. Ho un figlio, Francesco; ho amici, molti interessi e poche passioni. Sono nata a Castelfidardo, cresciuta a Numana, vivo ad Ancona: tutto in 30 chilometri, perché “Credo che la voglia di scappare da un paese con 20000 abitanti vuol dire che hai voglia di scappare da te stesso e credo che da te stesso non ci scappi neanche se sei Eddie Merx”.