Come una pietra che rotola …

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“How many roads must a man walk down…”, quante strade deve percorrere un uomo.. per conoscere Bob Dylan. Io ne ho percorse tante, sia qui che altrove. Dal Lago Superiore nelle vicinanze di Hibbing e Duluth, al Cafè Wha? del Village a Manhattan, dalla Columbus Avenue di San Francisco, al Palasport di Milano.

Ho visto molti concerti di Bob Dylan, ma ora parlerò di quello avvenuto agli inizi degli anni ’90, proprio al Palasport di Milano. Probabilmente era estate, mi ricordo una calda giornata. Arrivato alla venue, incontrai i miei collaboratori ed anche un giovane e talentuoso artista, che ero riuscito a posizionare come supporto alla data: Alessandro Bono che, purtroppo, scomparse prematuramente a causa di alcune drammatiche debolezze umane.

Venni a sapere che Bob Dylan era arrivato e si era chiuso nel camerino, in attesa del suo momento per salire sul palco. Sicuramente, anche questa volta, non sarei riuscito ad incontrarlo. Ero talmente certo dell’impossibilità di salutarlo, che decisi di fare un favore ad un amico, che arrivava a Milano per il concerto, andandolo a prendere in macchina ad una stazione della metropolitana.

Uscii quindi dal Palasport, presi la macchina nel parcheggio e mi allontanai in direzione della fermata della metro, dov’era previsto l’arrivo del mio amico. Riuscii a fare poche centinaia di metri ed arrivare in un intreccio di strade ad alto traffico, quando mi squillò il telefonino. Susan, una mia carissima amica e collega inglese, mi disse semplicemente: “Bob Dylan ti vuole salutare”.

Credo di aver risposto solamente… “Arrivo”… poi ci furono alcuni lunghissimi secondi di confusione mentale. Cosa fare? Decisi in un’istante. Non potendo fare inversione, per causa del traffico, abbandonai letteralmente la macchina al margine della carreggiata,  pensando che un vigile non avrebbe creduto ai suoi occhi vedendola in quella posizione improbabile. Attraversai una strada, un campo, un’altra strada e mi arrampicai su un’inferriata, rotolando dalla parte opposta. Proprio… rotolando come una pietra…  raggiunsi affannosamente il Palasport. Non riuscivo a concentrare i pensieri, ero agitato e sudato. Lungo il corridoio che conduceva verso i camerini, mi ricomposi e mi calmai, provando ad apparire normale… Cercando di sdrammatizzare il momento, pensavo alle cose più stupide: “caro Dylan, io di artisti come te ne incontro tutti i giorni”… “ciao Bob, ora non ho tempo, ma la prossima volta cerco di darti più retta”…

Eccomi con la mano sulla maniglia per aprire la porta; non mi rendevo conto che era la porta sulla storia: Bob Dylan. Sostengo da tempo che è l’unico artista vivente venerato come fosse scomparso. Bob Dylan: il folk, Woody Guthrie, Pete Seeger, la Beat Generation, Allen Ginsberg, Ferlinghetti. Bob Dylan: poeta di mille canzoni, The Time They are Changin’, Like a Rolling Stone, All Along The Watchtower, Lay Lady Lay… Aprii la porta.

Dylan's Warhol

Dylan era vicino all’ingresso, stava chiacchierando con Susan, dietro di lei c’era Alessandro Bono. Ero impreparato, non me lo aspettavo immediatamente così vicino. Era lì di fronte a me. Susan mi presentò e Dylan mi tese la mano. La strinsi con attenzione, era delicata, vellutata, quasi fragile. Ne conservo ancora la sensazione. Cercai di dire qualcosa di sensato, evitando banalità del tipo “complimenti per la carriera” o “che bello l’ultimo disco” o peggio ancora… “ultimamente hai meno la voce nasale che in passato”… avrei chiesto “Mister Tamburino, raccontami tutto e di tutto, non fare il concerto, restiamo qui sino a notte fonda, narrami la tua storia, la storia”… ma mi limitai ad esordire con “Sono veramente onorato di conoscerti, è la cosa più bella che il mio mestiere potesse concedermi”.

Dopo i primi convenevoli, chiacchierammo in scioltezza grazie soprattutto alla verve di Susan, persona brillante ed allegra, capace di mettere a proprio agio chiunque. La mente mi era rimasta annebbiata dall’emozione ma riuscii a formulare anche qualche frase logica. Ad un certo punto, Bob Dylan guardò con estrema attenzione Bono e gli disse: “Molto bella la giacchetta di pelle che indossi” … “Ah, se ti piace, la puoi trovare in un negozietto di vestiti usati in una traversa di corso Buenos Aires, non costa neppure molto” fu la pronta risposta di Alessandro Bono. Dylan, Susan ed io ci mettemmo a ridere e forse, il mio giovane artista, non ne comprese il motivo. Ma questo faceva parte del suo carattere semplice e spontaneo.

Questo irripetibile momento di matrimonio con la storia non durò a lungo. Infatti vennero a reclamare la presenza di Bono sul palco e avvertirono Dylan che doveva prepararsi per il concerto. Ci salutammo e mi allontanai osservandolo, per non perdermi un solo attimo di questo incontro e, con uno sguardo felice e convincente, gli intimai:

“Hey Mister Tambourine Man suona una canzone per me, non ho sonno e non ho un posto migliore di questo dove andare… Sento che i tempi stanno per cambiare… e so che la risposta è nel vento… Ma mi ritrovo sempre come una pietra a rotolare”

 

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Massimo Bonelli
Ex Direttore Generale della Sony Music, ha trascorso 35 anni nel mondo del marketing e della promozione discografica, sempre accompagnato da una grande passione per la musica. Lavorava alla EMI quando, in un periodo di grande creatività musicale, John Lennon, Paul McCartney e George Harrison hanno iniziato produzioni proprie di alto livello e i Pink Floyd hanno fatto i loro album più importanti. Sino a quando, con i Duran Duran da una parte ed il punk dall’altra, è arrivato il decennio più controverso della musica.In CBS (più tardi Sony), ha contribuito alla ricerca e al lancio di un numero considerevole di artisti, alcuni “mordi e fuggi” come Spandau Ballet o Europe, altri storici come Bob Dylan, Bruce Springsteen, Cindy Lauper, Franco Battiato, George Michael, Claudio Baglioni, Jovanotti, Pearl Jam, Francesco De Gregori, Fiorella Mannoia e tanti altri…Si fatica davvero a individuare un artista con il quale non abbia mai lavorato, nel corso della sua lunga vita tra pop e rock.