#2 – Blood Brothers

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#2 Blood Brothers

Fratelli di sangue e fratelli sotto ai ponti, fratelli figli unici e fratelli di chitarre,
uguaglianze e disuguaglianze. Famiglie con la testa nella musica.

Gli uomini liberi sono tutti fratelli.

L’ho sentito dire da un ex combattente polacco nel bel programma di Fabio Fazio sul 25 aprile, che ho visto in ritardo ma che ho trovato ricco di testimonianze opportune.

Non tutti i fratelli della musica sono liberi. Il loro percorso, quando da una famiglia entrano direttamente in una band, è pieno di luci e ombre, litigi e difficoltà, riappacificazioni e canzoni che continuano a raccontare la loro vita.

In questo C-60 di oggi, seconda tappa, non parleremo solo di fratelli di sangue, anche se di quelli sarà in qualche modo piena la nostra “cassetta”, ma anche di fratellanza, e di band e artisti solisti che quel concetto lo hanno saputo esprimere in qualche canzone azzeccata.

A beneficio di chi non era passato di qui una manciata di giorni fa, nel momento dell’apertura di questo blog che celebra e ripete l’antico rito di fare le cassette “a tema” (qui la proposta è quella di raccogliere un’oretta di canzoni scelte e farne un cd-r con un unico, forte – anche commovente se mi riesce – filo conduttore), lancio l’invito a leggere quelle righe per comprendere ancora meglio lo spirito che anima questo spazio autogestito ma gentilmente offerto da Spettakolo dentro a un contenitore (o kontenitore?) in cui si muovono colleghi e musicisti che amano mettere la propria esperienza e la propria memoria al servizio di chi passa da qui.

* * * * *

Fratelli, dunque, o quel certo spirito che talvolta ci rende tali.

Quando ebbi la fortuna di imbattermi nei neoformati Dire Straits in un giorno di luglio del 1978, sul piccolo palco del Marquee, locale del west end londinese carico di gloria, c’erano Mark e David, entrambi figli di un architetto ebreo di origini ungheresi ma stabilitosi a un certo punto della propria vita in Scozia. Uno aveva la faccia da professore, ed infatti lo era stato fino a poco prima, l’altro, più aitante e con più capelli, veniva dai servizi sociali. Non so cosa ne pensasse all’epoca Erwin l’architetto, ma entrambi se la cavavano davvero bene con le chitarre.

M&D Knopfler

Il sottoscritto aveva sentito insistentemente la loro SULTANS OF SWING sere prima al concerto di Bob Dylan nel Surrey, insieme ad altre 600.000 anime. Il brano suonava durante ogni interruzione e cambio palco. Si trattava di un mega Festival, di quelli dove tutti sono mezzi nudi e bevono birra incessantemente. Finiva Joan Armatrading e ascoltavi i Dire Straits, rientrava nei camerini Graham Parker e sentivi di nuovo i Dire Straits. Stava per apparire Eric Clapton e sfumavano il pezzo dei Dire Straits. Non devono essersene accorti in molti tranne me, che chiesi il nome del gruppo a tutti senza avere risposta. La band era all’esordio, ma doveva esserci del buon marketing intorno a quel nome. Pochi giorni dopo, passando casualmente davanti al leggendario locale ero solo con il mio compagno di banco a riconoscere quelle note provenienti dall’interno. Lì qualcuno il nome fu in grado di confermarmelo. Prendemmo i biglietti rapiti da quel soundcheck. La sera eravamo in cinquanta.

Il sodalizio tra Mark e David – fratelli con indirizzi di destinazione diversi – non è durato più di due album, i migliori della band anche se le porte del grande mercato si sono dischiuse dal terzo in poi.

Non erano dei sultani dello swing i Kinks, semmai lo erano stati del brit pop ante-litteram. Anche lì l’anima erano due fratelli, uno destinato a prendersi tutta la luce, Ray, l’altro più defilato, Dave. Sarà il nome, David-Dave, ma la ribalta era destino che fosse di quello che stava davanti al microfono, tanto nei Dire Straits quanto nei Kinks da North London.

Non mancarono gli hit ai due fratelli, il più gigantesco fu “You Really Got Me”, dal riff scolpito nella pietra del rock. Dove non riuscirono loro con la bella STOP YOUR SOBBING, ci riuscì tre lustri dopo una rocker dalla faccia sporca e dai capelli corvini, Chrissie Hynde venuta dall’Ohio a formare i Pretenders in terra d’Albione. Primo singolo, primo colpo. Poi una carriera fatta di successi e tragedie. E per la signora di Akron due figlie, la prima delle quali – Natalie Rae – avuta dal signor Davies, Ray, il più fortunato dei due. Yes, proprio Mr Kinks. Famigliola rock’n’roll, niente da dire.

Ora si vola a New York, sulla Bowery.

Ramones

Cantavano “We’re a happy family” e portavano lo stesso cognome – Ramone – ma più che fratelli di sangue Joey, Johnny, Dee Dee e Tommy erano fratelli di giubbotto, jeans strettissimi e strappati e Converse ai piedi. Il punk sponda newyorkese, un’energia brutale ma rassicurante, due minuti e via, orgasmo rock’n’roll velocissimo. I Ramones non ci sono più, mangiati dalle malattie e dalla sfiga, i primi tre scomparsi nel giro di quattro anni, l’ultimo a undici anni dal primo. Ma SHEENA IS A PUNK ROCKER e le altre schegge da due minuti chi le dimentica? C’è un posto per i quattro “fratelli” nella rock’n’roll Hall of Fame, nel cuore di ogni amante del rock’n’roll e anche nel cuore di Chrissie e dei Pretenders, che in We’re a happy family, album tributo alla band pubblicato nel 2003, cantarono “Something to believe in”.

La sfrontatezza del punk, il graffio di quella generazione l’hanno ereditato alla grande Noel e Liam Gallagher, che sarebbero solo fratelli e non musicisti di successo se non fossero esistiti i Kinks e gente come loro, ma forse anche i Ramones con i loro grugni e la loro cantina. Formati gli Oasis, nessuno sa più quante volte i due hanno litigato o se le sono mandate a dire. Fino a non poterne più, fino a mettere insieme due band – i Beady Eye (Liam) e gli High Flying Birds (Noel) – che sommate non fanno un’oasi.

gallagherbrothers

Non è un caso che i due fratelli ribelli, che hanno inciso come band un centinaio di brani e forse più, abbiano cantanto insieme soltanto tre canzoni. Di queste, colpisce LET THERE BE LOVE, vagamente lennoniana, con quella frase inaspettatamente transigente “lascia che sia amore / ricorda che sarò sempre al tuo fianco”. Ma poi guardi la copertina dell’album e il titolo è Don’t believe the truth. Non esiste la verità. Ma guarda un po’!

Le cronache danno per certa una reunion della band per il ventennale di (What’s the story) Morning glory. Lo dicono i fratelli coltelli. Dobbiamo crederci?

Quando Rino Gaetano cantava MIO FRATELLO E’ FIGLIO UNICO non aveva forse a casa i problemi della famiglia Gallagher ma con le canzoni non scherzava affatto.

La copertina dell’album raffigurava un cane “mazziato”, illuminato da un fascio di luce, in posa tremante e da sconfitto. Questo pezzo è meraviglioso, avviato da un pianoforte alla Lennon (o Oasis?), uno strano gospel melodico attraversato da una chitarra suonata col bottleneck. E’ uno schiaffo alla sopraffazione, un urlo contro la derisione e la violenza da individuo a individuo.

Abbiamo tutti un fratello figlio unico, conosciamo tutti un “cane” come quello della bustina del disco, o siamo figli unici quando conosciamo la sopraffazione.

Un pezzo senza tempo? Quasi. Anzi si.

boomers

Dedicata ai poveri cristi di tutto il mondo era BROTHERS UNDER THE BRIDGE, canzone che a Bruce Springsteen era rimasta impigliata nelle tante riflessioni che lo avevano portato a scrivere album come Born In The U.S.A. e The Ghost of Tom Joad, lontani una decina d’anni abbondanti ma vicini allo stesso modo alla sensibilità dell’autore americano. Poi l’ha liberata in Tracks. Di cani randagi a tre zampe e di fratelli unici è pieno il suo canzoniere. Ci sono i fratelli intesi come compagni di band e in un certo senso di vita (“Blood brothers”), ci sono quelli che combattono strenuamente per lo stesso ideale quasi avessero lo stesso sangue (“No surrender”) e ci sono i fratelli sotto a un ponte nella San Fernando Valley: sono quelli che si ritrovano lì per caso e fanno famiglia dopo avere preso calci per troppo tempo, come il cane di Rino Gaetano.

Il protagonista una volta rientrato dal Vietnam nel 1972 aveva bussato alla porta di casa, e visto la sua piccola in braccio alla mamma ma dentro di lui c’erano i demoni della guerra che se lo portarono via, a vivere per strada, rifiutando una vita che non sapeva più vivere.

Adottando una stessa andatura country-folk, Bruce Springsteen aveva parlato di due veri fratelli, Joe e Frank, in HIGHWAY PATROLMAN infilata nel vinile di Nebraska, disco molto cashiano (da Johnny Cash, perdonate il terribile neologismo). Uno dei due fratelli lavora per lo stato, distaccamento di Perrineville, NJ, l’altro lo stato lo combatte con una pistola in mano.

Un poliziotto in servizio sulla statale e un delinquente che quella strada la percorre scappando da tutto e da tutti, dopo la rapina di turno. Finchè le luci dei fanali non si incontrano e riaffiorano i ricordi (“Ridevamo e bevevamo insieme / cosa c’é di meglio di portare lo stesso sangue? / Facevamo i turni per ballare con Maria”).

HP

La sofferenza di dover fare il proprio dovere dura poco, perché arriva la clemenza che è figlia dell’avere dormito nello stesso letto e dell’avere condiviso i soldatini e i pupazzi di peluche prima ancora di una ragazza di nome Maria sulla pista di una sala da ballo: “Lo inseguii attraverso le strade della contea / fino al cartello che diceva 5 miglia al confine col Canada / Parcheggiai sulla statale fino a guardare le sue luci posteriori scomparire”. E’ lo Springsteen cinematic per eccellenza. C’è un film con Viggo Mortensen, Indian Runner, regia di Sean Penn, stimolato da questa canzone. Il video di “Highway patrolman” l’ha diretto proprio Penn, utilizzando immagini tratte da quella pellicola.

Non erano fratelli Sante Pollastri e Costante Girardengo, ma un bandito e un ciclista di successo. Fratelli lo sono, di sangue e di chitarre, Francesco De Gregori e Luigi Grechi.

Tutti e quattro sono legati da IL BANDITO E IL CAMPIONE, scritta dal fratello grande di casa De Gregori ma meno conosciuto (Grechi) con l’intento di raccontare la vicenda che vide due giovani amanti della velocità a pedali realizzarsi in due discipline diverse, il furto con destrezza su due ruote e le gare su strada.

DE GREGORI's

A loro modo sono due fratelli il Pollastri e il più dotato Girardengo cantati nel pezzo. Infanzia schiena a schiena, poi prendono due strade diverse come il Frank e i Joe di “Highway patrolman” (“Fu antica miseria o un torto subito a fare del ragazzo un feroce bandito / ma al proprio destino nessuno gli sfugge cercavi giustizia ma trovasti la Legge”).

Sulla retta via, impegnati, “sempre e per sempre dalla stessa parte” (per dirla col Principe Francesco), i fratelli di casa Severini, da Filottrano, provincia di Ancora, pedalatori su strade che evocano tappe del Giro d’Italia. La musica dei Gang è un’idea a due, nessuna discordia, non c’è una canzone passata dall’uno all’altro quasi per caso o per ricompensa ma un repertorio dritto e bello e cocciuto, partito dai Clash e arrivato alle fisarmoniche di casa nostra in un battito d’ali durato trent’anni. Sembra di sentire, nella loro PIU’ FORTE DELLA MORTE E’ L’AMORE – la migliore tra le ballate del nuovo Sangue e Cenere – un De Andrè macchiato di quel soul che lui non ha mai avuto (tutto ha avuto Faber, non il tepore degli ottoni, che sia Memphis o New Orleans). Parole che arrivano dal Cantico dei Cantici quelle di questa bellissima canzone, qui innaffiate dal vino portato da grandi musicisti americani (presenti nell’album anche Garth Hudson della Band e una piccola rappresentanza dell’ultima sezione fiati portata in tour dal Boss). Tutto a ricordarci di quegli angeli che muoiono combattendo le tante guerre di questo mondo. Hats off Severini Bros.

Gang

Giù in Louisiana se bussate alla porta della famiglia Neville di fratelli ne arrivano un bel po’.

I Neville Brothers cantavano già da piccoli. Chiesa, strada, strada, chiesa. Poi i dischi, e non hanno smesso più. Uno lo hanno intitolato Brother’s Keeper, ed anche se i più li ricordano nella colonna sonora di The Big Easy e per l’album realizzato con Daniel Lanois che è valso loro un Grammy, ogni cosa che hanno toccato l’hanno resa preziosa, ogni loro lavoro è pervaso da quel senso di fratellanza e misticismo che è tipico del soul. 

Da quel disco una traccia ci chiama: è BROTHER JAKE, storia di un fratello che riabbraccia la famiglia a New Orleans dopo una vita in fuga, con una pistola a passi lunghi sempre alle calcagna. Quando arrivò l’uragano Kathrina in città, i Neville dovettero andarsene come tanti, avevano perso tutto. Non so se vi hanno mai fatto ritorno come accadde invece al fratello Jake della canzone.

Anche nel Barrio di Los Angeles sono un po’ tutti fratelli. Si stenta a credere che non lo siano anche i Los Lobos, grassottelli tutti uguali, facce messicane tutte uguali, mani forti eppure veloci sulle corde di ogni tipo di chitarra e guitaron. Musicisti che sanno spaziare dal latin folk al tex-mex, dal rock scorrevole a la Credence Clearwater Revival fino al blues più sanguigno, i Lupi hanno in catalogo, a parere di chi scrive, la più bella versione non di Marvin Gaye che sia stata registrata di WHAT’S GOING ON. Robusta, malinconica e calda. Volete una parola sola? Uno spettacolo.

Contiene il dialogo con un fratello immaginario, al quale chiedere cosa succede nel mondo, quale cura e rimedio vi siano, quanto durerà questa afflizione. Niente di attuale, anche se potrebbe esserlo. Roba dell’altro secolo, dove Gaye, ma da un bel pezzo anche Hidalgo e compagni, canta “Fratelli, fratelli miei, siete in troppi a morire / Dobbiamo trovare un rimedio / Un modo per riportare l’amore da queste parti”. C’era un Vietnam in corso allora, c’é un Vietnam diffuso oggi, in ogni angolo di strada, in ogni città. Fratelli che si cercano e si piangono, fratelli da scovare e da riabbracciare, fratelli che non si incontreranno più. Nemmeno sotto a un ponte.

Si sono incontrati poco, che io sappia, su un palco e in uno studio di registrazione Mick e Chris Jagger, fratelli col vizio del canto. Di uno sapete tutto, ma dell’altro? La loro mamma deve essersi ispirata agli angeli del paradiso, Michele e Cristoforo, per confezionargli quei nomi biblici; il papà, insegnante di educazione fisica, deve avergli insegnato quel rigore che li ha portati a rimanere segaligni fino ad oggi. Da bambini vacanze insieme in Spagna e Francia meridionale, da grandi carriere molto, molto diverse. Ogni riflettore per il più grande, tanta sordina per il più piccolino, che dopo aver provato a registrare un album con i Flying Burrito Brothers (toh, fratellini country) ha fatto tanta strada secondaria per poi comparire all’improvviso nei tardi Ottanta come assistente del fratello in due dischi dei Rolling Stones, Dirty Work e Steel Wheels.

Jagger's

Ma per sentirli cantare insieme, i Jagger, non bisogna tornare così indietro: nel 2013 Mick schizzò in studio da Chris perché quest’ultimo stava registrando CONCERTINA JACK, una canzone che si ispirava a una storia vera, che lo zio Horace raccontava ai piccoli Mick e Chris: il panettiere Jack che suonava una fisarmonica un giorno abbandonò dodici fratellini, i suoi figli, per fuggire in Australia su una nave. Nessuno seppe più nulla di lui. L’avreste mai detto che Mick, la rockstar da 5000 donne conquistate, il principe di tutti gli eccessi avrebbe un giorno preso un aereo per miagolare dietro alla storia che gli raccontava a Dartford da bambino il vecchio zio Horace?

Negli anni in cui il giovane Mick si faceva le ossa con i Rolling Stones dove c’era un fratellino, anzi il gemello Keith (li chiameranno i Glimmer Twins) pronto a fare un gran pezzo di vita insieme, dall’altra parte dell’Oceano, dove era nato il rock’n’roll che Jagger e Richards avrebbero preso presto a ricalcare, emergevano gli Everly Brothers, quelli senza i quali forse non sarebbero mai nati Simon & Garfunkel, fratellini di armonie vocali, uno piccolo con i baffetti, l’altro lungagnone con i capelli rossi.

EVERLY BROS

Phil e Don Everly erano alti uguali, quasi due gocce d’acqua nonostante i due anni di differenza, cantavano quella BYE BYE LOVE che Simon e Garfunkel avrebbero più avanti ripreso. Anche i Beatles dovettero molto ai fratelli Everly, per lo stile e l’attitudine vocale, tanto che Paul McCartney ebbe a dire nel 2014 all’indomani della morte di Phil: “Quando io e John iniziammo a comporre canzoni, io ero Phil e lui era Don. Anni dopo, quando li incontrammo, rimasi incantato dalla loro umiltà e dalla bontà d’animo”.

Non è bello sapere che i due compositori principali dei Beatles hanno preso ispirazione da due fratelli, diventandolo a loro volta nell’immaginario collettivo?

Ma i veri Beatles d’America, questo lo sanno anche i sassi, furono i Beach Boys dei fratelli Brian, Dennis e Carl Wilson. Un vero affare di famiglia se si considera che nel gruppo militava anche il cugino dei tre, Mick Love. Quando i Beatles da Liverpool pubblicavano Rubber Soul, la loro risposta californiana si chiamava Pet Sounds. Geni a confronto.

Le band avevano in comune delle voci… fuori dal comune e un’etichetta, la Capitol, per cui avere quelli lì a metà anni Sessanta era un po’ come tenere le casse di Macy’s a New York aperte 24 ore su 24 sotto le feste natalizie. Dollari a palate e la certezza di avere tra le mani dei talenti instancabili e prolifici: praticamente il massimo per chi produce e vende musica e dischi.

A scegliere un pezzo, uno solo, dei Beach Boys, i fratellini di onde e di surf, c’é da diventare matti ma GOD ONLY KNOWS, ottava traccia di Pet Sounds, cantata divinamente anche da David Bowie, qui si incastra bene. ”La più grande canzone mai composta”, secondo Sir Paul McCartney, fu quella che spinse i Beatles a scrivere “Here there and everywhere”.

Io e John eravamo ad una festa, misero Pet Sounds e quando arrivò quel pezzo io dissi fratello, andiamo a casa a scrivere”.

Blood Brothers (tot: 55’27”)

1-Dire Straits/Sultans of swing (5’46”) 1978

2-Kinks/Stop your sobbing (2’00”) 1964

3-Ramones/Sheena is a punk rocker (2’51”) 1977

4-Oasis/Let there be love (5’31”) 2005

5-Rino Gaetano/Mio fratello è figlio unico (3’18”) 1976

6-Brothers under the bridge/Bruce Springsteen (4’45”) 1998

7-Highway patrolman (5’35”) 1982

8-Il bandito e il campione /Francesco de Gregori (4’19”) 1993

9-Più forte della morte è l’amore/Gang (6’06”) 2015

10-Neville Brothers/Brother Jake (4’47”) 1990

11-What’s going on/Los Lobos (4’51”) 1988

12-Chris Jagger/Concertina Jack (3’00”) 2014

13-Everly Brothers/Bye bye love (2’24”) 1958

14-Beach Boys/God only knows (2’54”) 1966

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Ermanno Labianca
È nato e lavora a Roma. Primo singolo Senza luce/Dik Dik, primo LP Abbey Road/Beatles. Nei '60 ha visto Patty Pravo esibirsi, nei '70 Bob Dylan, finendo fotografato ancora minorenne sul Melody Maker che considera il suo trofeo più importante, negli '80 ha fondato la fanzine Follow That Dream (Springsteen e altre vie del rock). Da allora ha collaborato con numerose testate musicali, dal Mucchio a Rockstar, da Jam a Rolling Stone. Suoi articoli sono apparsi su l'Espresso e i dischi di Repubblica. Ha contribuito a diverse enciclopedie rock, da quelle Arcana fino a 24mila dischi. Ha lavorato in discografia (Sony e indipendenti) e continua a produrre per Route 61. Numerosi i suoi libri dedicati alla musica: alcuni su Springsteen, una biografia di Ben Harper (con Patrizia De Rossi), un saggio sulla canzone d'autore U.S.A. (Like a rolling stone) e Canzone per te: appunti di musica leggera (con S.Bardotti). È autore televisivo, principalmente per Rai e Mediaset, area intrattenimento. Tra i tanti programmi realizzati: Domenica In, Sanremo Jazz, Il Concerto del 1° Maggio, i Migliori Anni, Attenti a quei due, Telethon, la Pista.