Montale. Tutte le poesie

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MontaleDa ragazzo amavo Montale e lo accostavo, nel mio pantheon, a Eliot. Amavo il Montale più oscuro, quello ermetico delle Occasioni e della Bufera. Come per Eliot, mi affascinava in lui, senza che ne sapessi la formula, l’uso dei correlativi oggettivi: «Una serie di oggetti, una situazione, una catena di eventi pronta a trasformarsi nella formula di un’emozione particolare». Gli ossi di seppia abbandonati sulla spiaggia, appunto, formula di detriti, scarti, aridità: di uno stare male al mondo. Di Montale mi ammaliavano anche l’esibire la propria vita nascondendola o meglio rendendola indecifrabile come aneddoto, la costruzione di una mitologia privata ricca di numi non facili da identificare e di oggetti-amuleti, la sontuosità e il dettaglio terragno dei paesaggi («auree cornici all’agonia di ogni essere»).
Naturalmente, e prima di ogni altra cosa, il “male di vivere”, il “soffrire impietrato, senza nome”, il “limbo squallido delle monche esistenze”: sentimenti che ben si accordavano con lo spleen adolescenziale, con le canzoni tristi e con Cesare Pavese.
Poi, con gli anni, Montale è stato sopravanzato nei miei gusti di lettore di poesia da Giorgio Caproni e Umberto Saba. Da uno, uso la magnifica formula di Giacomo Debenedetti, «sliricare le cose… per riconciliarle con la poesia attraverso un’umile mediazione affettuosa: appiattire, sdorare, quasi umiliare quel linguaggio per portarlo a teneri recuperi di una cantabilità musicale proprio attraverso l’umiltà di quel terra a terra, la trepidazione di rasentare il canto col timore di rimanergli sempre un po’ al disotto. La storia del viaggio del salmone». Dalla “poesia cosa cordiale”, per dirla con un altro poeta tra i più amati, Antonio Machado.
Oggi di Montale riscopro, come per la Spagna di Machado, l’abbagliante splendore della sua Liguria. Che è, per stare ai correlativi oggettivi, l’attesa che le cose mostrino il miracolo, squarcino il velo, come nei Limoni:

Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s’abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.

Per contraltare dialettico al male di vivere, la ricchezza insopprimibile della vita.
Riscopro il canzoniere amoroso, tra i più belli del secolo breve. Con più destinatarie, le Clizie e le Arlette e le Volpi e le Mosche, quasi tutte interlocutrici mute e in assenza, tutte ispiratrici ed emblemi di possibile salvezza.
Rivisito il suo spleen e mi sembra che «la totale disarmonia con la realtà che mi circondava» sia un’altra declinazione dell’inettitudine di Zeno Cosini: e non a caso Montale fu, tramite Bobi Bazlen, tra i primi scopritori di Italo Svevo.
Soprattutto riscopro la coerenza della sua ispirazione (Montale dice le stesse cose per tutta la vita, anche nella produzione tarda, colloquiale e scettica, domestica e diaristica -penso all’ultimo Auden, per la forma- da Satura al Quaderno di quattro anni). Lo splendore e la perfezione delle poesie centrali (La primavera hitleriana, Elegia di Pico Farnese, Voce giunta con le folaghe e i meravigliosi Mottetti), l’elaborazione del suo verso libero che incorpora celandoli con sapienza metri, rime e assonanze.
Montale è stato, sembra banale dirlo, il poeta di un intero secolo, il nostro Novecento. Non è un evento frequente: Leopardi non è stato il poeta di tutto l’Ottocento, come non lo sono stati Pascoli e Carducci. Ed è stato, lui così poco portato a posare nel centro della foto, poeta normativo: dopo di lui, chi ha fatto poesia da noi non ha potuto ignorarne la lezione.
Scelgo un breve assaggio del tardo Montale, per prendere congedo. Una semplice gita in Engadina (Sorapis, 40 anni fa) come epifania del panta rei:

Poi ti guidai tenendoti per mano
fino alla cima, una capanna vuota.
Fu quello il nostro lago, poche spanne d’acqua,
due vite troppo giovani per essere vecchie,
e troppo vecchie per sentirsi giovani.
Scoprimmo allora che cos’è l’età.
Non ha nulla a che fare col tempo, è qualcosa che dice
che ci fa dire siamo qui, è un miracolo
che non si può ripetere. Al confronto
la gioventù è il più vile degl’inganni.

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Bartleby
Bartleby scrive da sempre, non solo per Spettakolo! e non solo di libri (e film, politica, ideologia, tecnologia e altro): quindi potrebbe essere lo scrivano di cui parlava Herman Melville in quel racconto omonimo, dove Bartleby -richiesto di prestazioni a lui non gradite- semplicemente rispondeva preferisco (preferirei, avrei preferenza) di no . Ma con noi è sempre disponibile...