Leonardo 1452-1519. Emozioni e perplessità

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Perplesso. Non so descrivere diversamente il mio stato d’animo alla fine della mia visita alla mostra di Leonardo attualmente in corso a Milano, promossa come la mostra principale dell’Expo (Leonardo 1452-1519, Palazzo Reale, Milano).

Annunciazione, 1478/1480
Annunciazione, 1478/1480

Infatti come poter parlare male di una mostra che espone 6 dipinti (meglio dire 5, la piccola Annunciazione del Louvre è di dubbia attribuzione e pare francamente impossibile che sia della stessa mano che ha dipinto la più grande Annunciazione sempre del Louvre, non in mostra, ma riprodotta in catalogo) e centinaia di disegni di Leonardo? (Stendiamo pure un velo sulle sculture “attribuite” al Maestro e che poco aggiungono, fossero anche autentiche, al suo percorso artistico).
Ci si emoziona persino a guardare la sua calligrafia, gli appunti del Codice Atlantico. E in effetti si esce dalla visita consapevoli di essersi immersi in un tripudio di bellezza. Eppure una mostra più confusa e disordinata non si potrebbe immaginare. Non si intravede un leit motiv, un criterio, uno svolgimento. Sebbene diviso in 10 sezioni (12 se si calcolano quella, mediocre, dedicata ai contemporanei leonardeschi e il lascito sugli artisti contemporanei, sezione di rara orripilanza) non ci si riesce a raccapezzare.
Del tutto sbagliato mi pare poi il riferimento a un Leonardo che si rifà al classicismo. Ma come? Abbiamo sempre pensato e saputo che Leonardo non aveva modelli. Che a differenza di molti suoi contemporanei e successivi della lezione romana, del classicismo non ne fece uso. Anzi che era un vero e proprio antiromano, anticlassicista. E lo era per scelta, per consapevolezza. Sapeva di incarnare una figura nuova di uomo. Sapeva che i modelli erano sì i grandi del passato (non a caso uno dei suoi capolavori è proprio l’Uomo vitruviano, in mostra). Ma si rendeva conto che soltanto l’osservazione personale, la riscoperta della verità soggettiva, della bellezza individualmente cercata ed espressa era la nuova via che bisognava percorrere.
Il suo genio è tale da poterlo classificare veramente come il nuovo uomo moderno. Colui che apre la via alla modernità alla ricerca, a Galileo.
E infatti la sezione intitolata “Il paragone con gli antichi” è ridondante, noiosa, superflua e la sottosezione dedicata ai monumenti equestri francamente brutta ed eccessivamente piena.


Insomma consiglio di andare a Palazzo Reale non a vedere una mostra, ma ad ammirare duecento e rotti disegni, 5 dipinti di Leonardo, alcuni bellissimi quadri di contemporanei (la Città ideale della Pinacoteca di Urbino, il Ritratto di ignoto di Antonello, incunaboli, uno stupendo manoscritto quattrocentesco di Filarete conservato a Firenze…) e di turarsi il naso su tutto il resto.

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Gabriele Miccichè
Lavora nell’editoria dal 1977. A Palermo nella casa editrice Sellerio fino al 1984, poi a Milano presso Gabriele Mazzotta. Dal 1989 è socio e art director dello studio editoriale Ready-made. Le sue passioni sono la letteratura, la grafica, l’arte urbana (ha organizzato mostre sulla net-art e sui writers). Ha pubblicato Giambattista Bodoni e l’arte della tipografia (Edizioni Università IULM, Milano 2013). Collabora con le riviste Bell’Italia e Bell’Europa.