del mio concerto nel carcere di Bollate

Questa non è che una minima cronaca interiore di ciò che ho provato l’ultima volta, un anno fa, in cui ho potuto portare un mio concerto all’interno di un carcere. Carcerati lo siamo tutti, indistintamente, siamo dentro il nostro fuori, relegati nei limiti che la libertà ci suggerisce.

Entrarvi è stato come un’uscita.
Esco dal regno delle cose normali e acquisite, e accedo a un limbo in cui la luce, sebbene sia la stessa di sempre, è lo stesso diversa.
Com’è il cielo visto dall’interno delle mura di cinta di una prigione?
Uguale a quello che vedresti sdraiato sul prato di un qualunque giardino. Eppure è diverso.

Così siamo entrati, ma ripeto, è stata un’uscita. Come quella di chi, venendo da qualcosa, giunga a un altrove.

Chi è stato al confine tra un Paese e un altro, sa di cosa parlo. In quel caso potresti talvolta restare con un piede a est e uno a ovest, o uno a sud e l’altro a nord. Ci sono case in diversi punti del mondo che hanno stanze situate in uno stato e camere che appartengono a un altro. Ma l’ambiguità di tali condizioni è puramente ideale, e si percepisce bene la sua inconsistenza.

Valicando i confini tra la vita libera e quella che si vive dentro le mura di recinzione di un carcere, le cose stanno diversamente.

Torniamo ad esempio alla pura vista: dal cortile interno la vista del cielo è per me ancor più metafisica, poiché sebbene sia il solito cielo, quello lattiginoso, detestabile e gonfio di niente di una qualunque giornata estiva a Milano, e sebbene tutte le informazioni trasportate dall’aria siano le medesime di sempre, qualcosa fa sembrare quel cielo un cielo differente e quell’aria un’aria diversa e distante.

Quel qualcosa è il discrimine inventato per chi è obbligato all’appartamento dal resto della società.
Guardo indietro: il portone scorre lentamente sui cardini, si chiude.
Siamo dentro, chiusi fuori da ogni partecipazione.

Ti guardi intorno. A regnare è un intenso profumo. Il profumo ostinato del gelsomino pervade il giardino, quasi a voler pervicacemente imporre la propria verità di mondo. Il mondo esiste malgrado le nostre regole, e un gelsomino rimane un gelsomino, ovunque lo si collochi, impegnato a fare la propria parte di fiore.

Anche le aree che si trovano attorno alla prima zona, prima di giungere al corpo centrale della struttura, si direbbero uguali a quelle che si trovano presso un qualunque giardino comunale o una piscina all’aperto.
Dunque, liberi di muoverci come siamo, occorre gestirsi il presente. Circumnavigando tutta la prima area alla ricerca dell’ingresso dove scaricare la strumentazione, si scopre che c’è persino un maneggio, e diverse altre attività nei capanni che stanno attorno al corpo centrale dell’istituto.

Siccome il mondo è oltre quelle mura perimetrali, e noi siamo in una porzione diversa del reale, nasce il desiderio di tradurre per te stesso: casa circondariale, luogo speciale circondato dalla vita ordinaria.

Vaghiamo di padiglione in padiglione, finché troviamo l’ingresso, dove viene scaricata la strumentazione.

Entriamo. L’atmosfera appena dentro è quieta, addirittura serena.

Il primo orrore che ti coglie è che molte delle persone incontrate in un carcere sono persone normali.
Ti stringe presto la mano un individuo che esattamente come il tuo editore, come l’amico della tua amica o chiunque altro tu possa casualmente incrociare, manifesta una certa timidezza nel salutarti. Puoi percepirne l’assoluta mansuetudine. E’ un uomo che riesce a provare imbarazzo nell’accogliere il musicista che suonerà per lui e gli altri.
Arrivano altre persone che ti porgono la mano per salutarti, uno dopo l’altro, attendendo il proprio turno, e che si presentano incontrando e poi subito evitando il tuo sguardo così come tu incontri e poi rifuggi il loro, esattamente come accade in qualunque altro luogo, con qualunque sconosciuto chiamato a un saluto cerimonioso.
Vi offrono da bere, si mostrano persino preoccupati del corretto parcheggio del furgone. Sono affabili e come carichi di una stupefacente buona volontà.
Come se in loro la condanna avesse instaurato una dimensione nuova del pensare, e questo li inducesse, come sotto un potente farmaco, a prodigarsi nell’operare nel migliore dei modi.

Appare subito chiaro che quella dei detenuti e quella del personale carcerario, sono categorie da subito mescolate; aiutati da tutti indistintamente ad ammassare tutta la strumentazione sulla spianata di parquet che costituisce il retro palco di questo teatro posto fuori da ogni dove, seguono ore di sistemazioni per la preparazione del concerto, di aggiustamenti febbrili, con l’ausilio prontissimo di diversi detenuti più vicini e avvezzi alle cose della musica.

Dopo un tempo incalcolabile trascorso a calibrare il suono senza che alcuno dei volontari manifesti stanchezza, ogni cosa sembra a posto.

Allora è ora, e qualcosa si muove dentro e ti agita.
Sebbene molti prima e dopo di te avranno avuto e avranno l’onore e l’onere di rendersi utili per gente reclusa, e anche se è impossibile sottrarsi al pensiero che questa gente qualcosa debba pur aver commesso, uno sbaglio, un passo falso, è inevitabile arrivare a pensare che si trovino lì come normale conseguenza di un’esistenza deragliata. Allora il carico emotivo che monta dentro, è più forte e nuovo di quello che si può provare affrontando un pubblico di individui “liberi”.
Improvvisamente ti chiedi come sia potuta nascere in te la presunzione di avere qualcosa da indicare a persone che abitano questo oltre.

Ma non c’è più risposta, né tempo. Tutto assume una dimensione straniante e produce un turbamento che persiste.

Dunque ci siamo, siamo a un niente dall’ora stabilita, la gente entra a frotte, sale le rampe che portano alle gradinate in legno della platea, lentamente tutti i posti vengono assegnati a individui di età diverse, vestiti in maniera banalmente identica a quelli che stanno fuori da qui; jeans, giacchetti fuori misura, scarpe da ginnastica, uomini attempati stanno accanto a giovanissimi dall’aria stralunata. A un certo punto uno sciame di altro tipo si immette dall’ingresso principale e occupa la gradinata laterale: sono le femmine, opportunamente separate dagli uomini, relegate a una visione obliqua, purché siano in parte, a sottolineare una pericolosità congenita. Le femmine sono più rumorose, più vivaci e allegre, scomposte e ignoranti.
Col riempimento di quell’area, la convocazione degli avventori è compiuta.
Ciò vuol dire che il concerto sta per avere inizio, ma nel bisogno pungente di un riconoscimento verso quelli che hanno scelto di collaborare alla preparazione, prima di cominciare, ti viene spontaneo parlare.
Parli, ma non sai cosa stai dicendo mentre lo dici, proferisci probabilmente parole di semplice partecipazione, neppure le migliori che ti possano venire, le parole dei momenti importanti non sono mai le migliori che potresti pronunciare, quelle giuste vengono nell’intimità del pensiero e vagano nella coscienza fino a dissolversi nel vapore del tuo animo. Ma al momento giusto, non ci assistono le parole, così non lo fanno ora, eppure vieni ascoltato con attenzione, probabilmente studiato in ogni dettaglio della tua persona.
Chi sei? Perché sei lì? Per fare, per dire cosa? Per quale ragione dovrebbe servire il tuo passaggio in queste vite.

Vedi la tua chitarra dall’alto rappreso del tuo stato d’animo.

Appoggi il plettro alle prime corde, ma pensi un attimo ancora, ancora un margine di niente sospeso tra te e quel salto.

E in quell’istante, un attimo prima che abbia inizio la tua liturgia capovolta, ciò che tu chiami la tua musica, come se la musica avesse con te una qualche relazione di appartenenza e non fosse invece parte dell’inesistente cui vogliamo credere, allora prima che l’irriconoscibile tua presunta idea delle cose, il tuo delirio cosciente, possa iniziare, ti è chiaro di essere proprio tu un nulla che lievemente, lentamente riacquista sostanza, riprende dimensione solida, passando da uno stadio all’altro della materia, immaginando di assimilare a questo processo di trasformazione tutte le vaghe esistenze che si stagliano su per questa improvvisata, silenziosa platea.

E allora, sì, fratelli mancati, colleghi del nulla, per voi soli suoneremo le canzoni che ho creduto mie e ora non più, e lo farò per voi e per me e per ogni dolore ci abbia mai attraversato e ci voglia raggiungere nuovamente. Perché si sa che accadrà, saremo nuovamente malati, dimenticati, saremo vinti da ogni nuovo no, per poi tornare vivi. Lo farò per il mio amore che non si sa dove sia, e per la luce bella che possa nuovamente toccarci domani.

Ma qualunque cosa possiate immaginare di me, qualunque cosa possa rimanervi di quest’ora che ha inizio, l’unica certezza che io so soffiarvi, è questa: ciò che altri chiamano il successo, è per me il mio partecipare.

Buio.

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gianCarlo Onorato
Musicista e scrittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), Io sono l’angelo (1998), Falene (2004), Sangue bianco (2010, Premio Giacosa 2012); ExLive con Cristiano Godano (2014); ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), ex - semi di musica vivifica (2013). Centinaia di concerti alle spalle e un nuovo disco e un nuovo romanzo nel prossimo futuro.
  • Truemmerfrau

    Buongiorno gianCarlo,

    come al solito offri spunti e visioni atte a farci riflettere. Tutti coloro con i quali mi sono confrontata sul tema carcere, perchè vi sono entrati in contatto per lavoro e/o volontariato, mi hanno sempre detto, in prima battuta, che tutti noi potremmmo entrarci un giorno o l’altro, più facilmente di quanto possiamo pensare. Concordo con Te sul fatto che ci siano sempre limiti e confini che ci determinano da dentro e da fuori di noi, comunque. Per questo riporto una riflessione scritta da A. Gramsci, contenuta in una lettera alla moglie, nel luglio del 1936, quando era ricoverato in una clinica, non molti mesi prima di morire: ” Voglio scriverti ora una serie di pensieri che mi veniva quando ero in carcere: cercavo di rispondere alla domanda “chi mi ha condannato al carcere, cioè a fare questa determinata vita in questo determinato modo”. La risposta non era facile, perchè, in realtà, oltre alla forza principale che determina l’atto nel suo complesso, esistono tante altre forze che consciamente o inconsciamente partecipano alla determinazione concreta di una circostanza o di un’altra che vengono sentite talvolta con più forza dell’atto principale.” Mai smettere di interrogarsi su cosa ci muove e si muove dentro di noi… ovunque noi si sia…
    un saluto