Mississippi 1927: when the levee breaks

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Ci sono canzoni particolari, a questo mondo. Canzoni che raccontano pezzi di Storia, quella con la esse maiuscola che il più delle volte viene dimenticata e lasciata ad ammuffire in un angolo della memoria. Forse per dimenticare prima e meglio, chissà. O forse perché la Storia si ripete sempre. E comunque.

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“When the Levee Breaks”, riportata in auge dai Led Zeppelin nel loro album “IV”, uscito l’8/11/1971, e ampiamente modificata per quanto riguarda la parte musicale, rispetto all’originale, è un vero e proprio pezzo di Storia americana risalente al secolo scorso. Scritta nel 1929 dalla coppia (marito e moglie) di musicisti blues formata da Kansas Joe McCoy e Memphis Minnie, tratta di quella che nella storia degli USA fu chiamata “La Grande Alluvione del Mississippi del 1927”. L’alluvione fu la conseguenza di un lungo periodo durante il quale si registrarono delle precipitazioni eccezionali che interessarono tutti gli affluenti del “Padre di tutti i fiumi” a partire dall’estate del 1926; nella prima parte del 1927 il Mississippi si gonfiò tanto che dilagò a valle facendo 145 brecce negli argini lungo il suo percorso.

Furono coinvolti gli stati di Arkansas, Illinois, Kentucky, Louisiana, Mississippi, Missouri, Tennessee, Texas, Oklahoma e Kansas, per un totale di 2700 miglia quadre, andarono distrutte moltissime case e fu azzerata l’economia rurale del Bacino del Mississippi. 246 morti e 400 milioni di dollari di danni. Fu l’alluvione più catastrofica nella storia degli Stati Uniti d’America e causò, nella prima metà del secolo scorso, l’emigrazione verso nord della maggioranza della popolazione afroamericana in cerca di lavoro, ricordata come “Great Migration”. E durante l’inondazione e negli anni seguenti, diede origine a molte canzoni di Delta Blues, inclusa appunto “When the Levee Breaks”. La canzone in particolare ricordava la situazione della cittadina e dei dintorni di Greenville, Mississippi, la cui popolazione, nell’occasione, fu evacuata e ricoverata presso un’altura nei dintorni di un argine ancora illeso dalla furia del “padre di tutti i fiumi”. Il tumulto che ne sarebbe derivato se questo e altri argini avessero ceduto, era il filo conduttore della canzone.

E in effetti, più che nella versione originale, è nella sua rivisitazione compiuta dai Led Zeppelin, che è più forte la sensazione di imminente apocalisse; al di là del testo di Memphis Minnie, lasciato pressoché intatto dalla band e cantato da un Plant in gran forma, la musica, scandita dalla batteria ipnotica di John Bonham, dall’armonica lugubremente effettata del già citato Plant e dalle molteplici chitarre di Jimmy Page, evoca benissimo il senso di precarietà e d’ angoscia sotto un cielo nero di nuvole gravide di pioggia. Nelle parole di Thomas Erlewine, giornalista di “Allmusic” che recensì l’album “IV” degli Zep, “La canzone, dal Delta Blues asciutto e secco della sua prima incisione (avvenuta nel 1965, la canzone non era mai stata registrata precedentemente), diventa una fetta di apocalittico blues urbano forte e spaventoso come gli Zeppelin mai hanno mostrato, e i suoi ritmi sismici e le dinamiche stratificate mostrano il motivo per il quale nessuno dei loro imitatori potrebbe mai eguagliarli.”.

Questo, ovviamente, prima dell’interpretazione davvero straripante e alluvionale dello sfortunato chitarrista blues statunitense John Campbell che, grazie alla sua National Steel Guitar e a una versione meno elaborata ma più diretta e coinvolgente, rende il senso del brano come una telecamera appostata nel bel mezzo della tempesta di acqua e fango che si abbatté all’epoca sulla sfortunata zona degli States. Se la versione degli Zep rendeva benissimo l’angoscia dell’imminente catastrofe, quella di Campbell descrive con mulinelli di slide il caos e la furia della natura visti dal punto di vista di un detrito trascinato a forza dall’acqua mentre la catastrofe si abbatte sotto forma di un’inarrestabile massa in movimento  che travolge e distrugge qualsiasi cosa si presenti lungo il suo cammino verso il mare. Ed essendo nativo della Louisiana, c’è da pensare che il buon John un po’ se ne intendesse, di queste cose.

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Fulvio Bacci
Fulvio Bacci è nato, vive e lavora a Milano. È appassionato di storia, in particolare medioevo, e musica, cinema, lettura, basket, rugby, Irlanda e Scozia. Canta nella rock band milanese Minshara. Non è sposato e non ha figli. Si diletta di scrittura ma proprio perché non ha niente di meglio da fare. Fumatore accanito. Non ha soprannomi tranne "Ginocchio". Ha amici molto spiritosi.