Le puntate precedenti

I musicisti
Gli attori e i registi
Gli scrittori
I politici

Nel mio lavoro, oltre a una certa creatività – che a volte stanca più che scaricare casse di frutta – è necessaria, anzi, indispensabile, altrettanta pignoleria, precisione, amore per l’ordine estetico e tecnico. Caratteristiche che, come diceva un famoso investigatore della tv, sono un dono, ma anche una maledizione. Un tarlo che porta a limare, modificare, cambiare infinite volte, fino a che il risultato non sarà esattamente quello immaginato o almeno gli si avvicini il più possibile.
Non vorrei essere tanto banale da citare Thomas Alva Edison, il quale diceva che: “Il genio è per l’1% ispirazione e per il 99% traspirazione”. Ma l’ho fatto; colpa della pignoleria. La stessa che mi ha spinto a fare questo preambolo semplicemente per dire che, durante il lungo excursus su persone famose con l’hobby dell’arte, qualcuno si è perso per strada. E questo non mi va. Ecco il perché di questa puntata conclusiva, in cui raccoglierò i dimenticati, quelli di cui non ero a conoscenza e quelli che mi sono stati suggeriti. Insomma, un bel fritto di paranza di tutto ciò che non ha trovato posto nelle puntate precedenti, ma che non è detto sia meno saporito. Andiamo a cominciare.

Abbas Kiarostami. Cineasta – ma anche poeta, fotografo e pittore – iraniano di Teheran. Apprezzato da Scorsese e Moretti, ma misconosciuto al grande pubblico – chi ha visto per esempio Il sapore della ciliegia, palma d’oro a Cannes nel 1997? – Kiarostami è un artista stimato. Nel 2007 il MoMA di New York gli ha dedicato una delle mostre più complete: cortometraggi, fotografie, videoinstallazioni. Anche se penso che molte cose assomiglino in modo impressionante alle fotografie di Franco Fontana o ai paesaggi di Gianni Berengo GardinOnestamente non mi fa impazzire, ma del resto è un minimalista e quindi lavora sottotraccia, sui sentimenti, le impressioni, le emozioni. Promosso anche se l’Iran forse possiede di meglio, vedi la mostra Zendegi: Twelve Contemporary Iranian Artists 14 aprile-30 maggio 2011, Beirut Exhibition Center.

Kiarostami
Abbas Kiarostami

Elisabetta Canalis. Se non fosse che è stata fidanzata con George Clooney, sarebbe rimasta una delle tante belle ragazze più famose per il corpo che per il cervello, anche se nel suo curriculum vanta una maturità classica (?). E invece – come i bambini che giocano a cowboy e indiani dopo aver visto un film western – probabilmente ispirata dalla visita al Beverly Hills ArtShow del 2014, fa quasi tenerezza vederla dipingere rondini, madonnine e fiorellini, seduta a bordo piscina (naturalmente in bikini), con tanto di tavolozza di plastica e pennelli (più da imbianchino che da pittore) come quelli che reagalano insieme agli album da colorare. Bocciamola, ma non prendiamola in giro, sarebbe troppo crudele.

Elisabetta Canalis
Elisabetta Canalis

Francesco Tricarico. Non ricordo dove, ho letto che Francesco Tricarico è un bravissimo artista. La cosa mi ha incuriosito ed è saltato fuori che ha pure esposto alcuni quadri alla galleria De Magistris di Milano. Di vederli però non c’è stato verso. Ho potuto vedere invece i disegni all’interno del suo libro Semplicemente ho dimenticato un elefante nel taschino, Bompiani. Dei disegnetti in bianco e nero abbastanza simili agli infantili scarabocchi che ho spesso bocciato nella puntata su scrittori e artisti. Le solite cose, tra gli innamoratini di Peynet, gli incubi di Tim Burton, gli scarabocchi sui diari scolatici della nostra lontana adolescenza. Suo anche il disegno sulla copertina del CD Invulnerabile. E mi domando: ma questi “artisti” non si accorgono che vengono sfruttati da furbacchioni senza scrupoli solo per il nome che portano e le copie che i fan – che notoriamente si bevono qualsiasi schifezza – compreranno? Patetico. Bocciato.

Francesco Tricarico
Francesco Tricarico

Amanda Lear. La dimostrazione che non è sufficiente respirare arte, vivere con l’arte, essere musa e modella di artisti (Salvador Dalì), per saper fare arte.
Certo, dai e dai, un pennello si impara anche a tenerlo in mano, ma da qui a (auto)definirsi artista ce ne passa. Eppure la sua biografia dice che studiò all’Académie des beaux-art di Parigi prima, e alla prestigiosa St. Martins School of Art di Londra successivamente. Per poi diventare una tra le più richieste modelle nella swinging London degli anni sessanta. E amica di musicisti, da David Bowie, ai Roxy Music (È lei la modella sulla copertina di For Your Pleasure) a Brian Jones. È una donna intelligente, simpatica, anticonformista, poliedrica e trasformista; ma non è un’artista, per lo meno non con tele e pennelli. Bocciata.

Amanda Lear
Amanda Lear

Lou Reed. Anche lui fotografo, come tutti quelli che reputano troppo impegnativo maneggiare colori e pennelli. Tanti filtri colorati, anche un po’ di infrarosso nel bianco e nero. Ci si aspetterebbe di vedere qualcosa di forte, disturbante, magari legato alla New York degli anni ’70, e invece lui fotografava alberi, ruderi, giardini, ulivi, strade di campagna. Sembra roba fatta con quelle applicazioni alla Hipstamatic che, tanto per dirla tutta, ci sono venute davvero a noia. Mi piace solo un’immagine, quella di una strada notturna con le auto che sfrecciano. Ma più o meno è una foto che abbiamo fatto tutti. Viene quasi da chiedersi a cosa gli sia servito passare tutto quel tempo insieme a Andy Warhol. Credo sia stato l’inconscio a farmelo escludere dalla puntata su musicisti e arte, perché per me è stato uno degli artisti più potenti sulla scena newyorkese degli anni ’70 e ’80. Una delusione. Bocciato.

Lou Reed
Lou Reed

Martina Navratilova. Appartiene alla categoria di famosi col pallino dell’arte più striminzita in assoluto, ovvero quella degli sportivi. Tanto forte con la racchetta da tennis quanto debole col pennello. Ma il fatto è che qui il pennello non c’entra niente, infatti i suoi quadri sono realizzati intingendo palle da tennis nel colore, che poi vengono “battute” – da lei stessa – a 200 chilometri all’ora contro la tela. L’esposizione che ha tenuto a Parigi nel 2007 (insieme all’artista slovacco Juraj Kralik) infatti si chiama Art Grand Slam.
Hai voglia a dire che sono quadri che non rappresentano niente di particolare, ma piuttosto il movimento del giocatore sul campo da tennis. Ma allora è un’artista anche l’elefante che spruzza il colore sulla tela con la proboscide. Curiosità: lei dice che che il colpo che ha usato più di frequente per i suoi quadri è il dritto. Bocciata.

Martina Navratilova
Martina Navratilova

Serena Williams. Tennista per tennista, ecco una esponente del tennis contemporaneo che ha trovato anche il tempo per cimentarsi con la pittura. In verità ho rintracciato un solo quadro (Xpressions), che lei stessa ha postato su twitter un paio di anni fa. Poi più nulla. Troppo poco per giudicarla, però, come dicono gli americani: Isn’t a bad painter for a tennis player. Rimandata, ma spero di rivederla, magari a carriera conclusa…

Serena Williams
Serena Williams

Muhammad Ali. L’ex Cassius Clay, icona senza tempo della boxe intelligente che pareva un film. Paladino dei diritti dei neri che andavano a morire in Vietnam perché troppo poveri. Protagonista del bellissimo documentario Quando eravamo re, che racconta l’incontro di pugilato forse più famoso della storia tra Alì e Foreman (Rumble in the Jungle). Anche lui ci ha provato. Però faccio finta di essermi distratto e non lo giudico.

Muhammad Ali
Muhammad Ali

Stevie Nicks. La voce dei Fleetwood Mac dorme poco la notte, specialmente quando, durante gli anni ’70, era in tour con la band in tutto il mondo. Per passare il tempo decise di fare degli autoritratti – oggi si direbbe selfie – con la sua Polaroid. Nel 2014, in occasione dell’uscita del suo album 24 Karat Gold: Songs from the Vault, ha deciso di renderli pubblici. Che dire? Sarà la nostalgia, sarà per quei colori un po’ retrò, sarà per il fascino della fotografia analogica, o per quelle atmosfere un po’ alla Twin Peaks, ma queste foto non mi dispiacciono per niente. Promossa.

Stevie Nicks

Mikhail Barishnikov. L’indimenticabile ballerino classico che negli anni ‘70 spezzò inutilmente così tanti cuori adolescenziali – altro che Roberto Bolle! – ha saputo reinventarsi fotografo sensibile e talentuoso. Naturalmente il soggetto rimane il suo grande amore, cioè la danza. Ma vista con un’occhio molto più artistico rispetto ai fotografi di scena attuali che nulla hanno a che vedere con quelli dei tempi d’oro. L’uso che fa del mosso e dei lunghi tempi di esposizione, conferiscono alle sue immagini un che di fiabesco, trasformando la figura umana in qualcosa di etereo e indefinito. È evidente che le sue foto non sono frutto del caso, ma piuttosto di una sensibilità e una conoscenza fuori del comune. Senza dubbio promosso.

Mikail Barishnikov
Mikail Barishnikov

Wim Wenders. Che un regista abbia anche un ottimo occhio fotografico sembrerebbe davvero il minimo. Ma a quanto pare non sempre è così. Eppure basterebbe guardare un film di Alfred Hitchcock: ogni fotogramma – per composizione e armonia – potrebbe essere uno scatto perfetto che non sfigurerebbe accanto a quelli dei più grandi fotografi. Per non parlare di Stanley Kubrick o David Lynch.
Se mai, la cosa strana per Wim Wenders, è che vede le cose come non sono più. Per esempio, nelle foto scattate negli Stati Uniti, trasmette l’idea di una specie di immagine inconscia di ciò che rappresentano gli Stati Uniti per noi europei. Quel luogo fermo ai colori delle kodachrome, ai bar degli anni ‘50 a quei cieli immensi che abbiamo imparato a conoscere dai film western. Non un luogo vero e proprio, ma uno stato mentale. In questo senso Wenders è bravissimo a costruire ciò che per lui rappresenta l’America, ma che probabilmente nella realtà non esiste più. Ammazzatemi, ma per me, al di là dei colori saturi, i riflessi luccicanti, le strade deserte e assolate, non ci vedo molto di nuovo rispetto a quanto ho già visto innumerevoli volte. In poche parole, se sotto le foto non ci fosse scritto Wim Wenders, quanti riuscirebbero a riconoscerne lo stile? Rimandato. Il ragazzo ha talento, ma non si applica.

Wim Wenders
Wim Wenders
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Davide Lopopolo
Diplomato al Liceo Artistico di Milano nel 1980, avrei sempre voluto fare l’artista. Ma, visto che si deve anche mangiare, mi sono inventato grafico editoriale e pioniere dei primi sistemi di impaginazione Apple, scoprendo un nuovo amore. Mi è andata bene, ho collaborato con le maggiori case editrici italiane e ora sono un art director sul libero mercato. Però il primo amore non si scorda mai, così sogno ancora di diventare un artista...