Fury
di David Ayer
con Brad Pitt, Shia LaBeouf e Logan Lerman, Michael Peña, Jon Bernthal
Voto 8 meno

Questa storia di un equipaggio di carro armato americano nelle Ardenne sembra, per quanto un carro armato ci riesca, quasi sospesa sul vuoto. Nel senso che non è chiaro da dove venga e dove vada e perché sia stata fatta ora. Non sono anomali i film di guerra sui carristi, la claustrofobia della scatola ne consente di solito due tipi : quello eroico-sinfonico in cui più c’è rumore di cingoli e più si spara più si ottiene catarsi (La battaglia dei giganti)  e quello ricco di sfumature interiori basate su buio, puzza, orrore e sensazione di finire fritti in scatola  (Belva di guerra, Lebanon). Ma a questo Fury sembra aggiungere parentele di crudezza a Prima linea (Attack!) di Aldrich con l’aggiunta di perfidie (esterne) dal Von Trier di Europa. E insieme accosta tutti i luoghi comuni del genere (il capo silenzioso/ eroico/ manesco/ omicida, il maniaco religioso, il meccanico affidabile, lo sballato di buon cuore e la recluta schizzinosa e pacifista), ma appena il carro si mette in moto passa direttamente alla metafisica: la Seconda Guerra Mondiale sembra un prologo per l’universo di Cormack McCarthy: si va avanti nel buio verso un buio più profondo e forse peggio, nella Germania ormai caduta che sferra gli ultimi colpi di coda su amici e nemici, con l’annotazione interessante che i carri Tigre potrebbero tritare i carri americani. Su tutto incombe la morte che osserva e divora il film, dapprima in silenzio (primo tempo corrusco come un dipinto fiammingo) poi con frenesia. Nel gran finale (che invece sembra debitore a disperate sessioni di videogame) manca solo che la morte sorvoli l’area con la falce. Ma ci sono belle cose barbariche: Brad Pitt, che dopo il Tarantino di Inglorious Basterds e gli zombi ha deciso che più sporca l’immagine più ne guadagna, il fatto che la guerra non sembri più un affare di buoni contro cattivi, e forse, abbastanza inedito nei film precedenti, l’uso dei traccianti, che permette di fare con i calibri dei cannoni e delle mitragliatrici quello che Peckinpah faceva coi proiettili. Nel mezzo tra morte e morte c’è un intermezzo, appunto, mortuario, di quasi amore e quasi sesso (e molta tensione) che sembra una doppia citazione da Kubrick di Orizzonti di gloria (un po’ di innocenza nella carneficina) e di Full Metal Jacket (l’innocenza è un’invenzione per sopravvivere).

 

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Marco Bacci
Marco Bacci scrive di cinema, tecnologia e libri. Ogni tanto scrive romanzi. È un ex di molti lavori