Eisenstein in Messico. Finalmente gaio

I dieci giorni che sconvolsero il mondo di Sergej M. Eisenstein

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Eisenstein in Messico
Peter Greenaway
con Elmer Bäck, Luis Alberti, Maya Zapata, Rasmus Slätis, Jakob Öhrman.
Voto 7 meno meno

Somiglia a un clown, va in giro per il Messico dei vivi e dei morti che convivono, con un vestito bianco che sporca spesso e volentieri di materie orrende, accompagnato da attori russi molto stilizzati, controllato da guardie del corpo governative, spiato da banditi che sembrano comparse di Pancho Villa, con un seguito di americani ricchi e disperati che lo foraggiano, vive in un hotel col pavimento di cristallo illuminato dal basso, dorme in un’alcova teatrale, fa la doccia in una specie di macchina celibe, viaggia con valigie di libri, è vergine e ha girato quei tre film (Sciopero, La corazzata Potemkin e Ottobre) che per noi “sono” la rivoluzione russa. E per i russi, forse no… Stalin lo rivorrebbe indietro presto, è già in sospetto, ma lui ricava dal Messico chilometri di pellicola di cui non vedremo (e non vedrà) un fotogramma (ma il risultato è qui ), perché l’epicentro di questo film è la perdita della sua verginità, sedotto con l’olio d’oliva e sodomizzato in tempo reale dalla sua guida messicana Palomino mentre prende coscienza della sua identità sessuale e, forse, della sua identità politica e d’artista. Sergej Eisenstein raccontato nel suo soggiorno a Guanajuato da Peter Greenaway è una figura simmetrica a foto storiche e frammenti di celluloide che danzano con il consueto fasto immaginifico e enciclopedico in split screen (ma non troppo, stavolta) a cui Greenaway ci ha abituato. Difficile dire dove finisca la storia e cominci la fantasia e in che rapporti siano biografia e autobiografia,

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Marco Bacci
Marco Bacci scrive di cinema, tecnologia e libri. Ogni tanto scrive romanzi. È un ex di molti lavori