Beppe Carletti: «Vi racconto i prossimi 50 anni dei Nomadi»

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Una storia lunga oltre 50 anni. E oggi, dopo l’avvicendarsi di ben 23 musicisti, i Nomadi sono ancora qui. Hanno da poco pubblicato un nuovo album di inediti, Lascia il segno, e non hanno nessuna intenzione di andare in pensione.
Il nuovo disco, il passato e i prossimi 50 anni dei Nomadi: questo e altro nella nostra intervista a Beppe Carletti, lo storico tastierista del gruppo.

Il vostro nuovo album è permeato da tematiche molto forti e i Nomadi, insieme a Francesco Guccini, sono stati tra i precursori del genere della canzone impegnata. Qual è il ruolo che dovrebbe assumersi la musica ora, in un periodo così cupo?

Di solito si dice che la musica debba far divertire. Ecco, le nostre canzoni di questo ultimo album certo non fanno divertire, ma dovrebbero far riflettere, e direi che questo è buon risultato.
La musica non ha mai risolto niente: non lo faceva negli anni ’70 e, a maggior ragione, non lo fa ora. Ci sono i rapper, che lanciano dei messaggi forti e credono di influenzare i ragazzi con i loro discorsi, a dire il vero spesso molto scontati. Ma io a tutto questo credo poco: parlano, parlano, ma alla fine nemmeno loro hanno mai concretizzato niente.

Infatti, in Figli dell’oblio c’è un verso al passato che recita «Ho creduto alle canzoni come credo in Dio». Ma, se Dio è morto, cosa ci resta in cui credere?

E’ vero, noi abbiamo cantato Dio è morto; però, dopo tre giorni, Dio risorge, e a noi resta il credere in noi stessi, che è molto importante. La fede in Dio, per chi ha la fortuna di averla, credo sia una cosa positiva. Così come ce ne sono tante altre, nonostante Dio sia morto. Comunque, sono contrario a una visione manichea dell’esistenza che si divide in bene e male. Dio è morto e poi risorge: è questo il mio credo.

Parafrasando il titolo del vostro album, qual è il segno che hanno lasciato i Nomadi?

Così mi metti in difficoltà, come potrei giudicare me stesso? Comunque, si potrebbe dire che il nostro è un segno lungo 50 anni. Tra l’altro, credo che lasciare un segno di se stessi sia una cosa meravigliosa per chi nella vita fa ciò che ama. E questo indipendentemente dall’essere un artista: qualsiasi persona può lasciare un proprio segno, anche nelle cose più piccole, nel quotidiano.

Siete Nomadi da oltre 50 anni. Vi è mai venuta voglia di diventare stanziali o, addirittura, di fermarvi definitivamente?

La voglia di smettere chiaramente c’è stata quando è morto Augusto Daolio: non avrei mai immaginato che i Nomadi potessero proseguire il loro cammino senza di lui, perché era un vero istrione. La musica però, nonostante per me sia diventata un lavoro, rimane prima di tutto una passione, nonché una delle arti più belle che ci siano. Tuttora, mi permette di far emergere i lati più nascosti di me stesso, che non avrei mai immaginato di avere.
Insomma, per me sarebbe assurdo smettere di amare una passione simile. E quindi quando è scomparso Augusto ho continuato a suonare, e se smettessi di farlo ora significherebbe aver trascorso 50 anni inutilmente, giusto per impegnare il tempo.

Nel corso della storia dei Nomadi si sono avvicendati 23 musicisti, mentre lei è l’unico membro storico. Cos’è rimasto dei Nomadi degli inizi e cos’è cambiato rispetto ad allora?

Sicuramente, dei Nomadi degli inizi è rimasta la loro filosofia, e ciò ha dell’incredibile, considerato il susseguirsi di musicisti in questi anni. Abbiamo sempre mantenuto una nostra coerenza: chi ha fatto e chi fa ora parte del gruppo sa benissimo cos’erano i Nomadi, cosa hanno rappresentato e cosa rappresentano tuttora. Quindi, nonostante si siano avvicendati tanti musicisti, credo che i Nomadi rimangano sempre quelli degli anni ’60. E’ difficile crederci, ma basta venire a un nostro concerto per capire che è così. Bisognerebbe farci un film!

Avete da poco festeggiato i primi 50 anni dei Nomadi. Cosa ci sarà nei prossimi 50?

Intanto, spero di esserci, anche se ho qualche dubbio! La voglia di andare avanti è tanta, ma il tempo passa e io certo non sono eterno. Augusto però diceva sempre che i Nomadi sono come l’uomo mascherato, che non muore mai. Quindi, quello che posso dirti è che noi ci divertiamo ancora tanto e quindi spero che i prossimi 50 anni siano belli e felici. Io sicuramente non ci sarò, però è possibile che i Nomadi continuino la loro strada.

 

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Laura Berlinghieri
Nata a Venezia, ma vivo a Milano. Classe '93. Diploma al liceo scientifico-linguistico, ultimo anno di Giurisprudenza all'Università di Padova e un Erasmus in Spagna. Tanti interessi: dalla scrittura alla musica, dai viaggi alla politica. Musicista per diletto e aspirante giornalista. Prime collaborazioni con Max/Gazzetta dello Sport, Radio Base di Mestre, Young.it e NonSoloCinema.com. Giornalista pubblicista, da cinque anni inviata alla Mostra del Cinema di Venezia.