Sono probabilmente due i quadri più famosi del 900: Guernica di Pablo Picasso e La Danse di Henri Matisse. Non a caso rappresentano gli estremi della forbice entro cui si muove tutta la storia dell’arte. La grande tela dell’Ermitage di San Pietroburgo disegna la gioia di vivere, la spensieratezza, “equilibrio, purezza, tranquillità” in soli tre colori, rosso, blu e verde, perché l’opera d’arte è “qualcosa di analogo a una buona poltrona dove riposarsi”. L’ancor più ampia raffigurazione del Museo Reina Sofia di Madrid – realizzata per l’Expo parigina del 1937 – è invece il manifesto riconosciuto contro ogni tipo di guerra. Perché un quadro è “un’arma da combattimento”.
Ovvero, portando alle estreme conseguenze negative le parole dei due maestri, si tratta di “arte per l’arte” contro “realismo” delle dittature. Quando gli artisti, o autodefinitisi tali, sono lontani poco o tanto dal livello di Picasso e Matisse, i risultati di entrambe le interpretazioni sono di pessimo gusto: decorazione contro propaganda. Lo dimostra la mostra dedicata al realismo socialista aperta alle Fruttiere di Palazzo Te a Mantova fino al prossimo 4 ottobre.
“Guardando all’Urss. Realismo socialista in Italia dal mito al mercato” si sviluppa per settori, più una raccolta di episodi che un racconto continuo, muovendosi per salti temporali e per ambiti d’indagine che lasciano perplessi nei loro incroci incongrui e quasi disorganizzati. Però il soggetto affascina: sarà per la riscoperta che si è fatta, anche in Italia come in altre nazioni europee dopo il crollo del Muro, del patrimonio artistico dell’ex Unione Sovietica; sarà per i contatti quasi ancestrali e sotterranei che tale raffigurazioni hanno con le immagini che amava la nomenklatura fascista e che per certi versi ci sono rimaste appiccicate nell’immaginario; sarà per gli ammiratori inattesi che sono attratti dai nuovi muri innalzati oggi da Putin davanti alla Madre Russia.

Levin Evgeni Nisonovich, Lenin a Smolniy
Levin Evgeni Nisonovich, Lenin a Smolniy

Certo è che la ridondante carrellata conclusiva sulle opere raccolte da Gaia Fusai, avvocato di Milano, è pesante e difficile da digerire, un’iconografia mistificatoria, retorica, propagandistica, che vuole esaltare il lavoro, la terra, il popolo, e si risolve in un susseguirsi di immagini dal taglio dilettantisticamente pseudo-fotografico e dalle stesure accademiche quanto elementari. Si tratta dell’arte ufficiale, di regime, “espressione di una realtà storico-culturale invasiva” a tal punto da annullare la sua stessa evoluzione, da non permettere letture al di fuori delle coordinate ufficiali.
Siamo a un artigianato di tematica epico-popolare con fini “educativi”, sempre antisperimentale, contro le avanguardie, in alternativa al quale, solo a partire dai primi 70, riuscirono a esprimersi in forma alternativa “piccoli ambiti di respiro”, pochi coraggiosi dissidenti peraltro assenti in mostra.
Assimilabile alla raccolta Fusai è la proposta di alcune opere arrivate alla Biennale di Venezia negli anni dal 1936 al 1962, anche se nella breve carrellata un paio di esiti notevoli si possono trovare (la Corsa campestre femminile di Aleksandr Dejneka e il Ritratto di Kara Karaev di Tair Salachov), con un ventaglio accademizzante e stereotipo che attesta come il il rigoglioso fiorire delle avanguardie russe di inizio secolo fosse stato ormai del tutto sradicato dall’apparato sovietico nella sua ottusa guerra contro il cosiddetto “formalismo”.

Armando Baldinelli, Ritorno dai campi
Armando Baldinelli, Ritorno dai campi

Meglio allora porre attenzione alla prima parte dell’esposizione mantovana, quella dedicata al Premio Suzzara, per una trentina d’anni a partire dal 1948 momento di riferimento per gli artisti che volevano misurarsi con il linguaggio realista e i temi del lavoro. Considerato il “cenacolo comunista” per eccellenza, quello della cittadina sul Po offriva premi in natura, elettrodomestici, mobili, cibo, persino un maiale vivo oppure un vitello. Lo slogan era terribile: “un vitello per un quadro, non abbassa il quadro: innalza il vitello”. Tra partecipanti e premiati vantò nomi illustri, come i pittori Guttuso (il più amato anche in Unione Sovietica, dove fu insignito del Premio Lenin), Sughi, Borgonzoni, Trombadori, Purificato, Ricci, Zigaina, Turcato e gli scultori Gorni, Murer, Lanfranco, Fabbri.
Le loro proposte in mostra, tutte detenute in loco nella poco nota Galleria del Premio, vanno dall’anno di inizio al 1969 e offrono un ventaglio espressivo molto più ampio di quello del realismo socialista ortodosso. Gli incroci coloristici e i riferimenti iconografici, le tecniche e i sentire, le suggestioni e le idee, sono ricche e fantasiose, pur all’interno della tematica sociale e del figurativismo richiesti dalla politica culturale del Partito Comunista Italiano, arrivato per alcuni anni, direttamente dallo stesso Togliatti, persino a criticare il modello di riferimento Guernica, “uno dei principali responsabili della corruzione della pittura”.
Completano il percorso espositivo grafiche, stampa divulgativa, cartoline, foto, cinegiornali, che nella loro disorganicità sono immediate sensazioni di quella tensione tutta italiana che suscitava allora l’essere pro o contro l’utopia comunista realizzata in Terra. Essere dei Peppone o dei don Camillo. Inutile invece l’intera “intersezione” dedicata ai viaggi degli artisti italiani in Urss, che non presenta nessuna opera: possibile che non fosse disponibile, ad esempio, la magnifica Piazza Rossa del cesenate Mario Bocchini, non per nulla finita in copertina alla rivista d’arte “Valigia diplomatica”, che, come da sua mission editoriale rivolta a tutto il mondo, portò varie volte a Mosca – primo viaggio nel 1965 – i nostri maggiori artisti a esporre le loro opere e a incontrare gli appassionati e i colleghi?

CONDIVIDI
Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.